Frutti anomali che crescono in maniera indifferente sopra salici, pioppi ed ontani. Di color grigio-marrone, la scorza solida e compatta, la forma vagamente simile ad un otre. La cui imboccatura superiore, ripiegata verso il basso, sembra sottintendere l’occupazione interna da parte di una qualche mistica o bizzarra creatura. Teoria che si realizza, all’apice della stagione, quando un cinguettio indistinto accompagna la comparsa dove il ramo incontra quell’oggetto di un uccello lungo una decina centimetri, dalla vistosa mascherina nera che circonda gli occhi intenti a valutare la presenza di un pericolo eventuale. Come il verme della mela, può sembrare, finché il partner della piccola creatura non arriva a fargli visita, con un ciuffo di lanugine ben stretto nel suo becco simile alla punta di una matita. Che accuratamente preme, quindi inizia ad intrecciare sull’oggetto pendulo in base a un qualche tipo di progetto iscritto a chiare lettere nella propria immaginazione. Cosa costruita e non dalla genetica del condominio vegetale che la ospita, dunque, tale massa globulare si agita per pochi attimi nel vento. Ed è allora che la femmina decolla, mentre il maschio dalla colorazione lievemente più marcata, scivolandogli al di sotto, scompare nelle tenebre all’interno.
Tutti gli animali, nel corso della propria esistenza, compiono i precisi passi di un qualche tipo di danza. Questo è quello che s’intende quando viene menzionata l’effettiva “strategia evolutiva” dei loro metodi finalizzati alla sopravvivenza, che può consistere in precise serie di movenze attentamente calibrate nel momento della caccia, per garantirsi la riproduzione o mettere al sicuro le sorti della prossima generazione. Quest’ultima, in effetti, la categoria entro cui figurano i Remizidi, famiglia di passeriformi con esempi negli ecosistemi dei tre continenti del Vecchio Mondo. Ciò sebbene qui da noi, per antonomasia sia comune riferirsi ad essi per il tramite del cosiddetto pendolino eurasiatico (Remiz pendulinus) il cui nome descrittivo fa riferimento, per l’appunto, alla forma notevole di quel notevole e del tutto impenetrabile rifugio per la nidiata. Una costruzione tanto solida, in effetti, che nel XVI e XVII secolo esistono attestazioni in paesi dell’Est Europa di madri umane che recuperato il volatile costrutto ne avevano lievemente adattato la forma, così da utilizzarlo a guisa di pantofole per i propri bambini. Circostanza, quella della predazione e cattura da parte di noialtri, difficilmente scongiurabile da chi costruisce in bella vista i propri sistematici capolavori. Nella ragionevole certezza, parimenti, di poter soprassedere alla furtività, riuscendo a fare affidamento ad un diverso tipo di contromisure situazionali…
Molto nota è a tal proposito la sempiterna contrapposizione tra pennuti e rettili scagliosi, soprattutto per quanto riguarda i serpenti arboricoli, la cui natura stessa presuppone la capacità furtiva di raggiungere e riuscire a saccheggiare un nido. Vedi l’esempio, per restare in tema europeo, di biacchi o natrici, l’eventuale saettone alias colubride d’Esculapio. Le cui scorribande tendono a portarli, in più di un caso, fuori dalla porta di quella dimora costruita con così notevole attenzione. Ma è qui che le cose iniziano a farsi, per il predatore, decisamente più complicate. Giacché naturalmente impenetrabile, il nido del passeriforme costruttore lo costringe ad affidarsi ad una singola e palese porta d’ingresso. Che non sempre lo conduce, in condizioni naturali, all’obiettivo delle saporite uova nascoste all’interno. Questo per lo stile costruttivo di colui che l’ha costruito, disordinato al punto che in effetti raramente la ripiegata “imboccatura” quell’otre poi conduce in via specifica verso il tesoro nutriente dei suoi pargoli segreti. Ma piuttosto in un pratico vicolo cieco, così come svariate altre aperture meno visibili, tra cui soltanto una è quella costruita per accedere all’asilo dei pulcini che potranno avvantaggiarsene, per oltrepassare incolumi il frangente della strisciante invasione. O almeno, questo in condizioni ideali ed in base a quella che costituirebbe in linea teorica un preciso piano comportamentale. Sebbene come spesso capita in natura, gli obiettivi perseguiti sono plurimi e allo stesso tempo, non tanto nettamente posti nei confini di una zona edificante interconnessa alla questione cardine della qui presente trattazione.
In altri termini? Ammirevole l’intento protettivo dei consorti collaborativi, che si dividono il compito di occultare, proteggere e nutrire i piccoli facenti parte della propria prole. La cui sopravvivenza statistica prevede, d’altro canto, un destino gramo per un caso ogni tre di abbandono e conseguente morte per inedia quasi subito dopo la schiusa iniziale. E non per fattori esterni, sia chiaro: semplicemente la natura vuole che nei passeriformi pendolini, sia il maschio che la femmina facciano il possibile per affidare la tutela dei figli alla controparte. Il che può dare esiti, qualora l’esito di quel duello resti incerto, decisamente poco conduttivi nei confronti del benessere dei nascituri. Una questione certamente contro-intuitiva ma che trova chiare giustificazioni nelle implicazioni pratiche del sistema della selezione naturale. La quale favorisce, al fine di selezionare i geni in grado di passare il valico delle generazioni, non tanto coloro che riescono a garantire la sopravvivenza di ciascun singolo figlio messo al mondo, bensì la maggior quantità possibile di questi. Il che tende sfortunatamente ad implicare, nel caso dei passeriformi, l’opportunità di accoppiarsi più di una singola volta nel corso di una stagione, così come risulta nei fatti possibile per entrambi i sessi nelle specie dei Remizidi europei, e non solo. Con un vantaggio chiaro, in questo caso, per la femmina: giacché soltanto lei conosce, nella realtà dei fatti, l’effettiva posizione delle uova all’interno del nido. Impendendo al partner di possedere la certezza, almeno fino all’avvenuta schiusa, di poter volare alla ricerca di altri lidi, pena il rischio che altri maschi riescano piuttosto a fecondare colei che ha scelto di accettare la sua proposta iniziale.

Così questa scena tanto chiaramente si ripete, giungendo a costituire un’importante presa di coscienza per gli osservatori e studiosi di tale specifica quanto variegata gamma di pennuti. La circostanza in cui la padrona di casa, facendo la guardia all’unico vero ingresso di quel labirinto appeso, osteggia l’esplorazione da parte della propria controparte arrivando ad aggredirlo e talvolta, persino ucciderlo, piuttosto che concedergli l’accesso alla posizione segreta ed esatta della propria cova. Nascosta in base ai metodi precisamente iscritti nella memoria genetica di entrambi, ma di cui nello specifico, soltanto lei conserva l’effettiva posizione all’interno di un piano costruttivo impossibile da prevedere. Troppo influenzato dall’effettiva posizione e configurazione di quei rami che s’intrecciano formando il reticolo che serve da sostegno. Di una casa che per convenienza funzionale e sistematica, nell’intero mondo dei volatili non conosce effettivamente l’eguale.
Se poi serpenti dovessero perdersi sull’uscio della casa sigillata, allora essi accetteranno il sintomo esclusivo e situazionale della propria bramosia sussurrante. Non è mai stato quello l’obiettivo principale. Ma inflessibile sia il loro segno del rifiuto predestinato. Almeno per quest’oggi! Vade retro.

