La ruota del destino gira e inesorabile determina la strada da intraprendere per il consorzio biologico delle specie esistenti. Soltanto in linea di principio, d’altra parte, può sussistere mobilità tra le casistiche distinte, metodi impiegati al fine di trovare una prosecuzione della sempiterna progressione generazionale. Genitori che propagano gameti, che incontrano la propria controparte, per dare luogo alla reazione delle cellule capaci di dividersi e replicare se stesse. In base ad un copione, s’intende, iscritto nella pietra stessa del Creato; due genomi occorrono per dare vita a un vertebrato, giacché l’aploidia (lo stato che caratterizza l’ovulo prima di venire fecondato) se mantenuta per tutta la vita è un vicolo cieco evolutivo che conduce a debolezza, vulnerabilità alle malattie, mutazioni controproducenti. Ragion per cui creature ibride create dall’unione di specie distinte, vista la loro incapacità di trasmettere i fenotipi di entrambi i genitori, sono comunemente sterili in natura. Eppur nel campo della vita in quanto tale, manifestazione di una pletora di eccezionali convergenze, esiste pure il caso di una pseudo-specie per cui l’usanza tipica semplicemente non esiste. Ed ogni combinazione immaginabile può riuscire a risultare valida per propagare una linea di sangue. Che sia chiamata scientificamente Squalius alburnoides, come nella nomenclatura binomiale inaugurata da Linneo, è in se stesso un fattore fortemente indicativo. Giacché il calandino iberico della lunghezza media di 15-20 cm, più volgarmente detto squaglio per analogia esteriore con il cavadino italico (Squalius squalus) si presenta agli occhi umani come un’omogeneo tipo di ciprinidi capaci di diffondersi all’interno di un ecosistema, propagarsi e prosperare senza alcun problema nel contesto dei fiumi e laghi spagnoli o portoghesi, mangiando larve d’insetto e piccoli crostacei a profusione. Benché costui incorpori in se stesso i due genomi contrapposti del coabitante Squalius pyrenaicus ed allo stesso tempo, un’altra specie simile ignota ed estinta da tempo. Il che vuol dire che le femmine, quando producono le proprie uova, possono trasmettervi soltanto la metà del proprio patrimonio, dando inizio ad un processo simile alla clonazione di se stessa, ma impossibile da portare a termine senza l’impiego di un piccolo aiuto “esterno”. Intervento spesso fornito dal gamete maschile di un altro ciprinide per sua natura compatibile, come S. pyrenaicus, S. carolitertii, S. aradensis o S. torgalensis. Il che non toglie che i maschi del calandino possano comunque riprodursi a loro volta, nel sussistere di condizioni tutt’altro che rare. Poiché quello che costituisce l’eccezione nell’intero ambito della vita su questo pianeta, nel caso di queste creature rientra nella più semplice normalità del quotidiano: il possesso plurimo di multipli codici genetici allo stesso tempo. Capaci di ricombinarsi, in base a regole non scritte, in una quantità notevole di processi alternativi…
pesci
Non più mimetizzato in una galassia di puntini, il nuovo squalo che cammina tra le secche della Nuova Guinea
Raggruppamento vasto quasi quanto il mare che abita, il superordine dei Selachimorpha cartilaginei cui comunemente viene attribuita la nomea di squali, è forse il più soggetto a una costellazione di stereotipi che non sembrerebbe avere una fine. Perennemente voraci, rapidi, instancabili, dotati di capacità straordinarie nel fiutare o individuare la propria preda. Ma soprattutto, con una metafora eccezionalmente utile nel campo narrativo, impossibilitati a sostare per più di qualche attimo in un solo posto, pena il soffocamento per l’assenza di un flusso d’acqua sufficiente all’interno delle branchie che permettono loro di respirare. Un processo noto come ventilazione forza che nei fatti condiziona l’esistenza di alcune specie più grandi, come lo squalo bianco ed il mako. Caratteristica centrale nella loro evoluzione quanto abbandonata lungo il corso delle generazioni, in modo strategicamente conveniente, dai loro cugini più piccoli, con nomi come nutrice, angelo, tappeto e pigiama. Il che non toglie che l’immagine del celebrato predatore marino, preveda quanto meno che esso resti… In mare. Non così Hemiscyllium, il genere identificato con l’apposizione epaulette, riferimento all’ornamento sulle spalle delle uniformi militari, qui rappresentato dalla grande coppia di macchie nere circolari, giusto nel punto dove il muso incontra la parte più ampia di quel corpo siluriforme. Non ci ha messo molto dunque la scienziata Christine Dudgeon, ecologa dell’università australiana della Sunshine Coast, ad identificare un esemplare del citato genere durante la sua spedizione di ricerca nelle acque basse della baia di Milne, nella punta occidentale della Papua Nuova Guinea. Sebbene ad un’analisi più approfondita, il suo senso di sorpresa non sarebbe affatto diminuito, bensì l’opposto: il pesce che teneva saldamente sotto braccio infatti, attorno alla decorazione principale, mostrava una combinazione di puntini ben diversi dall’attesa specie endemica dello Hemiscyllium michaeli o squalo del bambù leopardo. Più piccoli ed ordinatamente disposti, tra trattini regolari, come si trattasse di un messaggio scritto in codice Morse. Dal che l’idea di proseguire nelle settimane successive in una raccolta e prelievo di campioni sistematici di altri esemplari a lui conformi. E la scoperta conseguente di differenze genetiche sufficientemente rilevanti, alla classificazione di una nuova specie per la scienza, destinata a prendere il suo nome, come Hemiscyllium dudgeonae. Gioia e giubilo, nel mondo accademico! Il che non toglie che le genti indigene, da tempo, ne avessero un’approfondita conoscenza. Difficile non notare un pesce che tranquillamente può lasciarsi indietro il bagnasciuga. Aggirandosi col naso a terra alla ricerca potenziale di una traccia, dando un senso letterale al caro vecchio termine di “pesce cane”…
Lo strano caso della razza onniveggente nel mosaico dell’entroterra tunisino
La qualità inerente di qualsiasi essere dotato di molti occhi, che sia esso tangibile piuttosto che appartenente al regno del sovrannaturale, è quella di comprendere o scrutare a fondo l’universo, l’esistenza, il corso degli eventi passati o futuri. Forse proprio per questo occupa una posizione preminente, nella rappresentazione iconografica del Mar Mediterraneo tipica del mondo antico, un tipo di pesce numericamente non rarissimo, seppur così lontano dalle sue specie cognate, da sembrare appartenere ad un diverso ecosistema planetario. È interessante mettersi, a tal proposito, nei panni degli archeologi dell’Institut National du Patrimoine di Tunisi che verso la metà degli anni ’90 trovarono nel corso degli scavi di Ammaedara, ancestrale sito collocato in corrispondenza dell’odierna città di Haidra, una via d’accesso praticabile nello spazio appartenuto a un vasto edificio del IV secolo d.C. la cui funzione specifica resta tutt’ora incerta. Scorgendo pressoché immediatamente, a guisa di pavimento dell’ampiezza di 27 metri quadri, un variopinto mosaico dall’impostazione geografica, recante raffigurazioni chiaramente etichettate di svariate isole tra le coste africane e la Sicilia, assieme a precise raffigurazioni di delfini, anguille, triglie e crostacei vari. Ma soprattutto la figura ricorrente di un’insolita creatura stilizzata, la “testa” tonda ricoperta da cinque palesi bulbi oculari, la coda serpeggiante in una sorta di ritmico moto ondulatorio. Così bizzarra, in quel contesto, da rendere giustificato il dubbio temporaneo che potesse trattarsi di un alieno, piuttosto che versione ittica di Argo Panopte, gigante mitologico dotato di un surplus di occhi da ogni angolazione della propria originale forma antropomorfa. D’altro canto non tutti gli storici sono dei pescatori, sebbene ciascun pescatore possa ben comprendere, dal punto di vista intuitivo, le preistoriche pulsioni del foraggiamento messo in opera dalle comunità costiere della Terra. Un ambiente quest’ultimo, qui è utile specificarlo, assai lontano dall’opera d’arte in questione ed il suo insediamento circostante, avente il ruolo d’importante centro di scambio commerciale già cento anni prima della nascita di Cristo, essendo situato 200 Km a sud-ovest delle coste africane, e 900 metri sopra il livello di quel Mare. Non è dunque chiaro quanto tempo possa esserci voluto perché un membro della squadra, dei loro attendenti o degli addetti alla rimozione e trasporto del prezioso reperto, puntasse il dito all’indirizzo dell’atipica figura, esclamando con probabile entusiasmo: “Perfetta rappresentazione di una torpedine. L’artista doveva conoscerle davvero molto bene.” Chissà che ne avesse sperimentato su di se l’effetto! Per un passo falso mosso tra le sabbie dei bassi fondali. O come cura temporanea e totalmente intenzionale, più o meno efficiente dal punto di vista pratico, della condizione di disagio che oggi conosciamo con il termine ad ombrello di Emicrania…
Il pesce che si aggrappa in verticale sulla nuda roccia per raggiungere la fonte dei fiumi africani
Dove rombano le forze implicite della natura, prodotto topografico e meccanico di una particolare convergenza di fattori. Ciò che vede il fiume in alto e innanzi ad esso, una scarpata, un precipizio, l’ingresso di una valle che si estende ad un livello sottostante. Non è il verso di una bestia senza nome. Tutti sanno che si tratta di una tipica cascata. Non difficile da definire, ma decisamente ardua nell’impostazione dei suoi aspetti funzionali, per chiunque intenda visitare le regioni incombenti. Ciò che è sito sopra il bordo, che la prospettiva offusca, poiché l’occhio di ogni corpo non può compiere una svolta che lo porti a ritrovare l’orizzonte. Ma può farlo il nucleo della mente, di chi ha fervida immaginazione o chiunque altro, figlio della stessa evoluzione, abbia ricevuto la saggezza ereditaria di un migliaio e più generazioni. Quelle degli antichi Gonorynchiformes, pesci estremamente primitivi, la cui linea temporale può essere allungata fino al tempo avìto dei dinosauri. E da lì nel luogo sintomatico, dove si sono ritrovati ad osservarli per questo studio scientifico, Pacifique K. Mutambala e colleghi dell’Università di Lubumashi, presso le copiose cataratte di Luvilombo, affluente di quel fiume Congo la cui esplorazione un tempo fu connessa alla ricerca delle mitiche sorgenti del Nilo. Lavoro concepito al fine di dare conferma, finalmente, a quanto le popolazioni dell’area limitrofa avevano da tempo saputo: che vi sono pesci dentro queste acque, non più lunghi di 2-7 cm, la cui propensione li vede nascere a monte, per poi venire trasportati verso valle in una storia esistenziale vagamente simile alla situazione dei salmoni. Con due sostanziali differenze: la prima, è che le piogge sono responsabili di tale migrazione, non del tutto o necessariamente volontaria. E la seconda, l’essere davvero troppo compatti, e per questo privi della forza necessaria, per poter riuscire a contrastare a tempo indeterminato una simile corrente. Ragion per cui la selezione naturale li ha dotati di una serie di proiezioni simili ad uncini, situate sulle pinne ventrali. Il cui scopo è fare il necessario ad attaccarsi a superfici ruvide, come la roccia verticale che si trova ricoperta dallo scroscio derivante, su, avanzando verso il tiepido lucore dell’astro solare. Verso il paradiso di una terra promessa, un tempo avuta e successivamente abbandonata, per via di un consorzio di cause che possono soltanto essere definite di forza maggiore. Da cui l’osservazioni senza precedenti di una singola specie in particolare, Parakneria thysi, così denominato dallo studioso Max Poll negli anni ’60 del Novecento in quanto “simile agli Kneria” ed in onore di Thys van den Audenaerde, ittiologo che ne aveva annotato per la prima volta trent’anni prima le caratteristiche e il comportamento. Senza tuttavia mai ritrovarsi ad osservare, in prima persona, uno spettacolo tanto incredibile ed al tempo stesso straniante…



