In una delle sue numerose interviste, l’autore narra della sua trepidazione prima dell’attesa apertura dell’opera senza precedenti The Weather Project. L’anno era il 2003 ed il luogo, la Sala Turbine del Tate Modern di Londra, ex centrale elettrica trasformata soltanto tre anni prima nel più vasto museo di arte contemporanea al mondo. Vera e propria cattedrale oscura, lunga oltre i due terzi 200 dei metri occupati dal vecchio edificio di mattoni, dove per la prima volta e grazie il suo intervento, di lì a poco sarebbe giunta l’alba. Di un tipo totalmente artificiale, s’intende. Ecco allora duecento lampade monocromatiche, di una tonalità tendente al giallo arancio, disposte a semicerchio col segmento superiore corrispondente al soffitto dell’altezza di 35 metri. Ricoperto, per tale occasione, da un sofisticato specchio di alluminio dalla superficie di 4.000 metri quadri, capace di raddoppiare quello spazio e al tempo stesso la lucente geometria installata nel suo cavernoso interno. Ma non prima che una serie di umidificatori lo colmassero di una lieve nebbia creata grazie un misto di zucchero ed acqua, così da incrementare un senso persistente di smarrimento. “In quel momento, invidiai i pittori che potevano tenere i propri quadri appesi in casa per settimane o anni, prima di trovarsi ad appenderli ad un museo. Era per lui del tutto impossibile sapere come il pubblico avrebbe reagito a The Weather Project. Uno stato d’animo del tutto comprensibile, persino in un artista con dieci anni di esperienza dal primo pezzo in grado di concedergli fama internazionale, la cascata artificiale generatrice di arcobaleni, Beauty (1993).
Lui che della creazione di situazioni surreali ed esperienze memorabili in spazi definiti aveva fatto il punto cardine del suo progetto, uno strumento per articolare e rendere palese una visione del tutto coerente della vita umana e il nostro posto nell’inconoscibile vastità dell’Universo. Tramite l’impiego, attentamente calibrato, di quel mondo naturale che culturalmente siamo inclini a custodire, pur dimenticandoci fin troppo spesso della sua notevole fragilità latente. Così volendo disegnare un asse logico tra quel momento ed oggi, ritroviamo Olafur Eliasson alla fine di settembre 2025 a colloquio con Papa Leone XIV, avendogli portato un blocco di ghiaccio proveniente dal fiordo groenlandese di Nuup Kangerlua, destinato a sciogliersi dopo 20.000 anni nel clima del temperato inverno europeo. Gesto facente parte della serie The Ice Watch, realizzata in collaborazione col geologo Minik Rosing a partire dal 2014, forse la più conforme nella sua vasta produzione al concetto accademico di Land Art, sebbene consistente nel trasferimento artificiale e del tutto logistico delle terre congelate in contesti concettualmente più familiari. Come le strade di Copenaghen (2014) o una piazza di Parigi (2015). Nella speranza oggettivamente coerente e così fondamentale nelle condizioni odierne ed il futuro prossimo del nostro mondo, di riuscire a sensibilizzare l’opinione condivisa nei confronti di qualcosa che istintivamente siamo inclini a riconoscere come del tutto familiare: la lancetta che imperterrita continua ad avanzare, verso il rintocco finale dell’ora della nostra collettiva condanna finale…
metafore
L’eterea cavalcata degli spettri equini, artificiali messaggeri del vento
Disegni rapidi nel cielo, candidi e cangianti. L’essenziale spostamento dello sfondo in un dipinto, impenetrabile coperta che nasconde gli astri dalla vista diurna delle genti di ogni terra e nazione. Le cui gesta e sentimenti sono disparati, almeno quanto gli alberi della Foresta Nera. Ma capaci di trovare punti metaforici d’incontro, nella forma e nel significato di quei disegni. Così punta il dito il nostro spettatore, verso le alte nubi di quel mondo. E spostandolo come lancetta trasparente di una meridiana, impone appellativi per descrivere quello che scorge all’altro lato della scena: “Montagna, castello, corona, cavallo. Cavallo. Cavallo.” Reductio ad equum ovvero quel processo immaginifico, secondo cui ogni evidente progressione astratta tende ad evocare il senso di quell’animale che costituisce il secondo miglior amico dell’uomo. Ed il primo del cavaliere. Allorché se aspiri veramente a eliminare, da una tale fantasia, l’elemento umano che àncora il tangibile alla progressione dei momenti, ciò che resta è puro fluido evanescente, ovvero l’ombra di un nitrito e il vago accenno di una garrula criniera. Sinestetico il principio che li genera, mentre attendenti con il volto ricoperto avanzano al di sotto di codeste forme fluttuanti. Facili da riconoscere, a guardarle, per quello che manca al pari di quanto i creatori si sono preoccupati di evidenziare. Così la forma di quel muso dalle orecchie triangolari, che si muove in modo realistico da una parte all’altra. E gli occhi attenti e pensierosi, in grado di scrutare dentro l’animo delle persone. Ma niente zampe con gli zoccoli ed appena il mero accenno della groppa. Proprio come se di fronte avessimo, fantasmi.
Ad animare queste apparizioni degne di un racconto epico o gli antichi sogni dei dormienti, esperti praticanti del figurentheater rappresentativo della terra di Germania, una troupe itinerante che ha saputo fare delle idee il proprio prezioso marchio. E di questo numero, in particolare, un’arma virale in grado di diffondersi su Instagram ed innumerevoli altri canali digitalizzati. Siamo qui del resto ben oltre la comune dose di creatività prevista da una rappresentazione per coinvolgere i partecipanti nel corso di una festival o fiera tematica. Entrando a pieno titolo nel mondo della poesia in movimento, tanto spesso messa in pratica dai Pantao di Zulpich, originari della Renania Settentrionale-Vestfalia. Sotto l’esperta guida di Dorothee Molitor ed il consorte co-fondatore Markus Eisolt, che ancor prima di mettere in pratica l’ideale credo dell’attore performativo, paiono comprendere l’impareggiabile efficacia che deriva dall’impiego di appropriati ausilii itineranti, ovvero la trasformazione del teatro in qualcosa che può essere innalzato verso il cielo. E trasportato innanzi come se fosse l’alto emblema nelle mani vessillifere di un cantastorie…
Bianco è il tempio dove Predator alberga tra gli spiriti materialisti del Buddhismo Theravada
Non ci furono particolari dubbi, nel momento in cui Arnold Schwarzenegger pronunciò nel 1987 l’iconica battuta “Get to the chopper!/Presto, all’elicottero!” nel film destinato a diventare un cult di John McTiernan, sull’orgoglioso cacciatore alieno di esseri umani, egli interpretasse un commando che era “Dutch” (olandese) di nome e non di fatto, visto la caratteristica e marcata inflessione tedesca del suo eloquio. La stessa che sarebbe stata, per le decadi ulteriori, resa in uno scherzo ricorrente o meme con la trascrizione semi-seria del termine finale in choppa, ancorché nessuno avrebbe mai potuto interpretarla come ubosot. Peccato! Un’occasione persa di profetizzare, in qualche modo, l’apertura ai visitatori esattamente 10 anni dopo di quella che sarebbe diventata una delle strutture più famose di Chiang Rai, città di 77.000 abitanti nell’estrema parte settentrionale della Thailandia. Molti dei quali devoti ai valori tradizionali di quel paese, con particolare attenzione nei confronti del sovrano e del Buddha che salvaguardia il ciclo karmiko dell’umanità. Assediata da ogni lato, un po’ come nel salmo 23:4 reso celebre dall’altro film Pulp Fiction, dalle insidie e i mali del mondo che innumerevoli culti, religioni e discipline hanno saputo identificare con tipologie di volti e aspetti divergenti. Visione cosmologica, quest’ultima, efficacemente al centro del comparto visuale ricercato con il Wat Rong Khun o “tempio bianco” secondo alcuni una vistosa trappola per turisti, nell’opinione di altri un simbolo della sapienza e devozione di Chalermchai Kositpipat, il rinomato pittore, scultore e progettista nato nel 1955 per diventare probabilmente una delle voci più influenti dell’arte moderna di quel paese. Fino all’accumulo di un prestigio e risorse sufficienti al fine d’intraprendere, a seguito di un sogno, la costruzione di quello che dovrà costituire il suo più duraturo lascito a vantaggio delle generazioni future.
Ben lontano dal vantare, sia questo immediatamente chiaro, la configurazione tipica di un qualsivoglia luogo di culto dell’Asia sud-orientale, vantando in primo luogo pareti esterne di un bianco brillante simile alla porcellana, grazie all’inclusione di specchietti e pezzi di vetro nell’impasto dell’intonaco candido come la neve. Sotto tetti ornati fino all’inverosimile, sormontati da statue e figure simboliche che affollano il terreno del complesso di edifici. Come l’impressionante gruppo scultoreo delle mani protese che fuoriescono dal sottosuolo, ai due lati della passerella principale per accedere all’ubosot (sala di preghiera centrale) tra cui figurano tra gli altri dei teschi dalla forma non immediatamente attribuibile ad alcun tipo di creatura terrestre. Almeno finché non si scorge, a poca distanza, la sagoma semisepolta di un realistico yautja (cacciatore) il feroce nemico umanoide di Dutch e gli altri protagonisti del vetusto leggendario cinematico titolare. La metafora, naturalmente, risulta essere piuttosto chiara: gli spettri dell’intrattenimento americano cercano di spaventarci tramite iconografie potentemente subdole nella propria fondamentale mancanza di realismo. Mentre soltanto Buddha al termine di quel doloroso cammino può effettivamente dirsi, a tutti gli effetti, reale…
Come agili farfalle, aerei che si posano e terribili neonati senza un volto
Tutti sanno, o hanno almeno udito nei loro trascorsi, che agli albori del tempo sul pianeta Terra si aggiravano giganti: lucertoloidi dalle folte piume, striscianti sauri ricoperti di spine, alati Quetzalcoatlus simili a giraffe tra le nubi. E gli artropodi, senz’altro, non erano da meno: questo per l’ossigeno più denso che riempiva l’atmosfera primordiale, una sostanza in grado d’irrorare un organismo abnorme e renderlo capace di raggiungere l’età della riproduzione. Così gli abitanti del quartiere Národní dell’antica città di Praga, lo scorso maggio, si sono svegliati ritrovandosi improvvisamente nel Giurassico anteriore. Con insetti lunghi una decina di metri, elegantemente intenti a rilassarsi lungo le pareti del centro commerciale Máj, finalmente aperto dopo i lunghi anni di costose ristrutturazioni all’interno. Questi alati lepidotteri, d’altronde, restituivano impressioni fuori dal comune: poiché a ben guardarli si sarebbe pensato che il loro stato larvale, piuttosto che un bruco, avrebbe potuto comportare un paio di cingoli da vero caterpillar e il tipico cannone con un calibro elevato. Già… Spitfire plexippus, la perfetta specie per difendere un paese dall’eventualità incombente di una guerra anfibia coi tedeschi. Lo stesso aereo orgogliosamente pilotato dalle dozzine di coraggiosi piloti volontari fuggiti dalla Cecoslovacchia di allora, per unirsi allo sforzo bellico nel marzo del 1939 contro l’inarrestabile ondata nazista. Soltanto per venire successivamente puniti e incarcerati, ci tiene a ricordarcelo l’autore di quest’opera, da un regime di matrice sovietica incluso suo malgrado nei territori del patto di Varsavia. Conseguenze inaspettate da cause inesplicabili: è la circostanza del Butterfly Effect (l’Effetto Farfalla). Anche il titolo qui scelto da niente meno che David Černý, sicuramente l’artista moderno, per lo meno in termini di numero di partecipazioni, ad aver maggiormente alterato l’atmosfera e i punti di riferimento di una grande capitale europea. Come definire altrimenti un qualcosa di capace di appellarsi al tempo stesso al senso critico e la fantasia delle persone, come le sue sculture miranti a rappresentare non soltanto la condizione dell’uomo, ma anche le implicazioni socio-politiche che alterano e connotano la sua esistenza. In maniera qualche volta shockante, altre suggestiva, ma mai in alcun modo o involontariamente sottile. Come quando, durante l’episodio del 1991 che lo vide assurgere nel repertorio dei grandi artisti del Novecento, scelse di dipingere di rosa il carro armato di un memoriale bellico nel centro della sua città, aggiungendo un gigantesco dito medio che sporgeva dalla torretta del comandante. Gesto conseguente da un coraggio certamente significativo, e in alcun modo minore di quello del “piccolo pilota” che nella sua descrizione della nuova opera, si sarebbe alzato in volo scatenando il tipo di ciclone all’altro lato della Terra, auspicabilmente in grado di spezzare le catene dei totalitarismi che tanto male avevano causato nell’Era moderna. Un tipo di messaggio certamente non del tutto nuovo all’arte, sebbene sia possibile affermare che nessuno sia riuscito a esprimerlo con paragonabile eclettismo e la singolare affettazione dell’enfant terrible di questo strano mondo parallelo all’esistenza di tutti i giorni…



