Disegni rapidi nel cielo, candidi e cangianti. L’essenziale spostamento dello sfondo in un dipinto, impenetrabile coperta che nasconde gli astri dalla vista diurna delle genti di ogni terra e nazione. Le cui gesta e sentimenti sono disparati, almeno quanto gli alberi della Foresta Nera. Ma capaci di trovare punti metaforici d’incontro, nella forma e nel significato di quei disegni. Così punta il dito il nostro spettatore, verso le alte nubi di quel mondo. E spostandolo come lancetta trasparente di una meridiana, impone appellativi per descrivere quello che scorge all’altro lato della scena: “Montagna, castello, corona, cavallo. Cavallo. Cavallo.” Reductio ad equum ovvero quel processo immaginifico, secondo cui ogni evidente progressione astratta tende ad evocare il senso di quell’animale che costituisce il secondo miglior amico dell’uomo. Ed il primo del cavaliere. Allorché se aspiri veramente a eliminare, da una tale fantasia, l’elemento umano che àncora il tangibile alla progressione dei momenti, ciò che resta è puro fluido evanescente, ovvero l’ombra di un nitrito e il vago accenno di una garrula criniera. Sinestetico il principio che li genera, mentre attendenti con il volto ricoperto avanzano al di sotto di codeste forme fluttuanti. Facili da riconoscere, a guardarle, per quello che manca al pari di quanto i creatori si sono preoccupati di evidenziare. Così la forma di quel muso dalle orecchie triangolari, che si muove in modo realistico da una parte all’altra. E gli occhi attenti e pensierosi, in grado di scrutare dentro l’animo delle persone. Ma niente zampe con gli zoccoli ed appena il mero accenno della groppa. Proprio come se di fronte avessimo, fantasmi.
Ad animare queste apparizioni degne di un racconto epico o gli antichi sogni dei dormienti, esperti praticanti del figurentheater rappresentativo della terra di Germania, una troupe itinerante che ha saputo fare delle idee il proprio prezioso marchio. E di questo numero, in particolare, un’arma virale in grado di diffondersi su Instagram ed innumerevoli altri canali digitalizzati. Siamo qui del resto ben oltre la comune dose di creatività prevista da una rappresentazione per coinvolgere i partecipanti nel corso di una festival o fiera tematica. Entrando a pieno titolo nel mondo della poesia in movimento, tanto spesso messa in pratica dai Pantao di Zulpich, originari della Renania Settentrionale-Vestfalia. Sotto l’esperta guida di Dorothee Molitor ed il consorte co-fondatore Markus Eisolt, che ancor prima di mettere in pratica l’ideale credo dell’attore performativo, paiono comprendere l’impareggiabile efficacia che deriva dall’impiego di appropriati ausilii itineranti, ovvero la trasformazione del teatro in qualcosa che può essere innalzato verso il cielo. E trasportato innanzi come se fosse l’alto emblema nelle mani vessillifere di un cantastorie…
Windhorses rappresenta in tal senso il più famoso numero del gruppo, più volte messo in scena non soltanto nelle opportunità nazionali, bensì anche nei paesi limitrofi come Francia e Spagna, dove ha ricevuto negli anni molti riconoscimenti e premi di un rilevante prestigio. Difficile sopravvalutare, in tal senso, l’effetto estetico di tali apparizioni a vantaggio di chi non le ha mai viste prima, così agevolmente fatte muovere dai gesti consumati dei marionettisti, dotati preventivamente di abiti orientaleggianti che non offrono contesti in grado di smorzare la sostanza magica dell’occasione, ma la accentuano piuttosto fino al grado di più alta eleganza. Quasi lirica, nella sua purezza espressiva, ed al tempo stesso epica per la capacità di dare forma ai mitici equini delle tradizioni europee, Sleipnir con in sella il Guercio, Bucefalo lungo le coste del Levante, Brigliadoro del possente paladino di Francia. Laddove la celebrazione può essere in alternativa interpretata, con maggiore senso di continuità rispetto alle altre produzioni del gruppo itinerante Pantao, come un simbolo mirato ad evocare l’imprescindibile vitalità della natura e tutto quello che ne incorpora il potente flusso dei sentimenti. Come si deduce dall’esaustivo portale della troupe, dove figurano gli altri scenari che ne hanno arricchito, nei variegati trascorsi, l’interessante repertorio creativo. A partire dalle prime realizzazioni successive agli anni 2000, quando l’artista autodidatta Molitor giungendo da una precedente carriera eclettica nel campo della produzione orafa e dei costumi teatrali, ha deciso di dedicarsi alla creazione di qualcosa di profondamente personale e che pochi altri, prima di quel momento, avevano pensato di mettere in scena. Un teatro itinerante basato sui costumi e strumenti tecnologici ben oltre quelli usati dai cavalli del vento, come nel caso di Lichtwesen Tanzende Flamme, “L’Elementale delle luci e fiamme” numero nel quale l’artista appare con un abito cangiante grazie all’uso di lampade nascoste, simili a quelle che pendono come frutti dai rami d’albero che impugna saldamente nelle sue stesse mani. O la Nonna Tartaruga, una figura misteriosa di rettile ingrandito a proporzioni umane, che cammina per le vie dei borghi accompagnando il carretto con sopra il proprio “piccolo”, pupazzo animatronico non privo di una propria verve recitativa inerente. Ad accompagnarla, come spesso avviene nelle scene dei Pantao, la figura di un possibile stregone dei boschi, vestito di foglie e funghi ad esemplificare chiaramente il proprio regno di appartenenza. Così come avviene per il personaggio non meno ricorrente dell’elfa verde, utilizzata con successo nel numero Wildschweine, “Cinghiali selvaggi” in cui sfruttando uno dei più classici trucchi del carnevale, presunti cavalieri di realistici fantocci corrono creando l’illusione che le proprie stesse gambe siano le zampe con gli zoccoli nascosti, spingendo quei musi porcini verso l’indirizzo di una vasta serie di bersagli elettivi creando un pandemonio buffo e imprevedibile, che piace particolarmente ai bambini.
Il che permette di comprendere istantaneamente, per chi non dovesse avere dimestichezza con il canone del figurentheater o altri ambiti in cui il marionettista compare abitualmente sulla scena il tipo di lavoro artistico di cui stiamo parlando: qualcosa di divertente e accattivante al tempo stesso. Privo di pretese elitarie, senza per questo abbandonare la capacità inerente di spingersi nel mondo di ambiziose metafore ed astrazioni visuali. Come nell’ulteriore caso degno di essere citato, del cavallo che diventa una creatura acquatica affine al Kelpie della tradizione celtica. Mentre un figurante dal fantastico aspetto felino lo circonda di bolle cangianti costruite col sapone… Elementi disparati non del tutto conformi, la cui combinazione, nonostante tutto, tende a un risultato superiore alla combinazione delle singole parti. E non è forse questo il senso ultimo del teatro, di strada? La meta ideale di una lunga corsa fino al drammatico traguardo finale?
L’aspirazione di un fantino fatto d’aria e sentimento. Che alberga, in forma possibile, al centro del cervello degli scrutatori. Mentre le nubi, imperterrite ed inconsapevoli, continuano a formare gli arabeschi senza limiti del suo tracciato elettivo.


