Laggiù nel Corno d’Africa, oltre la costa pianeggiante che congiunge il mare alla penisola, una vegetazione uniforme caratterizza i suoli aridi dove la vita riesce, nonostante tutto, a esplicitare il suo bisogno di moltiplicarsi e prosperare. Una boscaglia bassa, rada e spinosa, composta da acacie resinose intercalata da euforbie con l’occasionale cresta aculeata di un’aloe da fiori rossi, e il tronco ancor più raro di un albero di mirra solitario. Così passeggiando in questa terra stranamente familiare, in qualche modo evocativa di un selvaggio sentimento primordiale, può succedere di percepire il segno chimico del trapasso animale. L’odore vivido di cose morte, sprigionato dal processo naturale che ogni cosa tende a trasformare e reinserire nel possente ciclo di utilizzo e prototipica incorporazione. Accompagnato dal ronzio di una pluralità di anime, la schiatta degli insetti alla ricerca di risorse utili alla propria proliferazione. Immaginar di farsi un investigatore per trovare la carcassa del dik-dik, della gazzella o del gerenuk, potrebbe tuttavia non rivelare la visione prospettata. Allorché all’ombra transitoria di un pendio, il vortice di ditteri diventerà bandiera; per l’oggetto che sarebbe quasi simile ad un uovo di dinosauro… Ricoperto da piccoli emblemi rosso-marroni. Se non fosse per l’altezza di circa 8 cm, rispecchiata nell’estendersi del lato cuboidale. Ecco allora la borraccia prototipica di una riuscita convergenza evolutiva. Da cui molti attingerebbero, se soltanto fossero davvero equipaggiati ad individuarla. Il cui nome in termini greco-latini è Pseudolithos cubiformis, così come selezionato dal botanico P.R.O.Bally, nella revisione della lunga serie di appunti e annotazioni cominciate nella prima metà dello stesso secolo, durante il periodo coloniale italiano. Per l’iniziativa del collega Chiavenda, primo classificatore della specie cognata P. migiurtinus, originariamente definita Lithocaulon migiurtinum. Per il sussistere di ragionevole incertezza, relativamente al piazzamento tassonomico di tale pianta succulenta, che non è un cactus nonostante le apparenze, causa la struttura floreale complessa che permette d’inserirla nella famiglia delle Apocynaceae, assieme a piante assai più conosciute come l’oleandro, la pomelia o la pervinca del Madagascar. Tutte caratterizzate dal possesso, d’altra parte, di un qualcosa che potremmo essere inclini a dare per scontato: la sintomatica suddivisione in fusto, rami e foglie. Che difficilmente avrebbe luogo ad essere, in tale cugino dalla forma di un perfetto cubo. E non solo…
Se il termine scientifico del genere allude quindi all’evidente somiglianza (Pseudolithos = “Quasi una pietra”) c’è anche da dire che la scorza ruvida che fa da involucro alla pianta sembra più che altro pelle, di lucertola o creatura appartenente alla già citata Preistoria. Laddove è più che altro la sua forma, allusiva ad un cristallo regolare dagli spigoli diametralmente contrapposti, ad avere un’apparente pertinenza nel regno tangibile dei minerali. Il che non può neppure dirsi, nell’analisi dei presupposti, in alcun modo necessario come logica prerogativa. Nell’osservare le altre specie interconnesse alla sopracitata cubiformis, le cui sagome riescono a spaziare, piuttosto, dal globoso al cuneiforme, dall’oblungo al bitorzoluto, fino al caso evocativo di una vera piccola piramide, completa di piedini situati presso i vertici inferiori. Forme tanto distintive quanto caratterizzanti, che in alcun modo misurabile paiono conformi al tipico concetto di una pianta, fatta eccezione per la convergenza evolutiva con le Lithops delle Aizoaceae, o le Ariocarpus delle Cactaceae. Il che suscita l’ovvia domanda del perché, esattamente, una pianta dovrebbe trarre beneficio dal suo assomigliare ad un qualcosa di compatto, come una pietra? Ciò accettando significativi compromessi in merito ad adattabilità, distribuzione termica e resistenza al contagio di agenti patogeni ed infestazioni nocive. La risposta, come spesso capita, resta scientificamente indeterminata, causa la mancanza di uno studio sistematico coadiuvato da dati statistici approfonditi, benché l’inferenza logica possa esserci d’aiuto nel comprenderne le chiare implicazioni. Visto l’utilizzo dominante della vista, da parte degli erbivori più grandi, nel cercare un tipo di fonti di cibo caratterizzate da un particolare aspetto. Che non è, di certo, quello di una pietra o piccola scultura. Ancorché lo stesso tipo di collocazione, così semi-sepolta in suoli ghiaiosi o sassosi, permetterà alla Pseudolithos di difendersi dal caldo abbacinante del mezzogiorno equatoriale, mentre accumula nei suoi tessuti parenchimatici una quantità notevole di acqua dal sottosuolo, da utilizzare nei periodi di siccità. Una posizione bassa sul terreno che di proprio conto ha limitato la dispersione anemocora del polline, generando tramite la selezione naturale il presupposto di questa terribile fioritura. Con una quantità di odore sprigionato totalmente fuori scala rispetto ai piccoli fiori a raggiera, ricoperti di peli sottili concepiti per muoversi nel vento, sprigionando quelle particelle leggerissime capaci d’invitare mosche ed altri esseri adiacenti. Verso la ricerca, costante ed instancabile, di condizioni valide alla nascita di un’ulteriore generazione.
Comprensibilmente amate dai collezionisti anche per la relativa facilità nella coltivazione all’interno di un ambiente dall’umidità e temperatura controllata, le piante del genere Pseudolithos richiedono cionondimeno una sorveglianza costante, per la ben nota rapidità con cui un esemplare perfettamente in salute può improvvisamente sviluppare marcescenza, deperendo oltre il punto di non ritorno nel giro di pochi giorni, se non ore. Ragion per cui la grande maggioranza degli hobbisti tende a procurarsi una quantità elevata di semi, posizionati nel sostrato a una distanza ravvicinata anche grazie alla morfologia compatta di tali atipiche piantine. Caratterizzate a quanto riportato online da una germinazione rapida ma crescita piuttosto lenta, con la possibile eccezione della gibbosa P. dodsonianus, marcatamente indicata come “più semplice” dai siti di settore.
Una mansione quanto meno utile, quella della moltiplicazione ad opera di appassionati, proprio allo scoraggiamento del prelievo diretto in natura, presumibilmente lesivo di uno stato di conservazione già lontano dalle condizioni ideali. Come pare semplice presumere, sebbene in assenza di censimenti puntuali o l’inserimento in liste internazionali, visto l’incipiente utilizzo di un habitat che sembra farsi sempre più sfruttabile in presenza d’instabilità politica nelle sue terre natìe di Somalia e piccole parti dell’Etiopia, Yemen ed Oman. Dove le piccole pietre viventi sono sempre state troppo rare o difficili da individuare, per poter assumere un ruolo culturale di rilievo in termini mitologici, conoscitivi o taumaturgici. Una mezza benedizione che potrebbe, tuttavia, portare a conseguenze non del tutto positive. Giacché in qual modo si può agire con intento salvifico, nei confronti di qualcosa che a tal punto sa essere conforme al suo incrollabile bisogno di restare mimetizzato?



