La fiamma del giudizio che si arrampica tra tepali forieri di un glorioso destino

È un tradizionale gioco tra i pastori dello Zimbabwe quello che consiste nel raccogliere un particolare fiore assieme ad un parente/amico/collega. Quindi avvicinando le reciproche strutture vegetali, dalla variopinta forma uncinata, agganciarle l’una all’altra, cominciando gradualmente a tirare. Nell’attesa fiduciosa che sia per prima l’altra pianta a cedere, così da vincere il giocoso confronto decisionale. Affinché possa essere la controparte, almeno per stavolta, ad affrontare un laborioso compito nel quotidiano, come radunare il gregge, andare a prendere l’acqua o dare da mangiare alle galline. Strano è immaginare tale noncuranza nel portare a compimento quel caratteristico tipo di svago delle ore; giacché ogni parte della pianta usata, dal tubero al corposo gambo, dal fiore alla capsula carnosa che contiene i semi rossastri, è velenosa al punto da poter agevolmente uccidere una persona. E l’ha fatto molte volte, nel corso della storia: per un tragico errore, per il malcapitato desiderio di togliersi la vita, per l’intento esplicito di assassinare qualcuno. Come avviene per qualsiasi pianta che sia al tempo stesso pericolosa, eppure largamente diffusa nei parchi e giardini a causa della proliferazione implicita. Per non parlare dell’aspetto straordinario, tanto degno di essere frequentemente fotografato. Non sono molte d’altra parte le creature dotate di un nome scientifico come Gloriosa superba, guadagnato sulla base della propria estetica del tutto inconfondibile all’interno di genere, famiglia ed ordine vegetale. Per una classificazione tassonomica che vede il crudele virgulto nascere tra le Liliales (gigli) rientrando a pieno titolo nella sotto-divisione delle Colchicaceae, così chiamate per la presenza al loro interno del pericoloso alcaloide colchicina, inibitore mitotico e che blocca la suddivisione cellulare, sufficientemente temuto da essere regolarmente segnalato all’interno degli orti botanici e nei manuali di giardinaggio. Ma c’è davvero un indice di rischio ulteriore per quanto concerne il caso delle 11 specie di Gloriosa riconosciute, diffuse tra Africa e Asia, tra cui la variante zimbabwana è senza dubbio la più appariscente e largamente apprezzata dagli amanti del paesaggio e della natura. A causa dell’eccezionale fiore ermafrodito a forma di artiglio, che gli è valso i soprannomi regionali di giglio della tigre o del fuoco, capace di cambiare colore nel corso del ciclo vitale della pianta da un rosso accesso al giallo paglierino, prima di aprire in senso latitudinale i propri tepali (strutture indifferenziate del perigonio) in seguito all’avvenuta fecondazione con l’aiuto degli insetti, lasciando il posto all’opportuna fruttificazione finale. Allorché appare pienamente giustificato, ancora una volta, il senso di stupore derivante dalla cognizione che taluni uccelli, nonostante tutto, continuino ostinatamente a suggerne il nettare potenzialmente fatale…

Unica tra i gigli a crescere mediante l’adozione di un abito rampicante grazie alle foglie appuntite dotate di un viticcio apicale, a partire da quello che può essere soltanto descritto come un tubero piuttosto che il tipico bulbo, causa l’assenza di foglie sovrapposte o tuniche protettive, la Superba rientra d’altro canto nell’atipica situazione di essere al tempo stesso una pianta minacciata all’interno di determinati ambienti nativi, ed invasiva in differenti contesti. Causa raccolta eccessiva e sovrasfruttamento territoriale in India, Sri Lanka ed Etiopia, mentre nel continente australiano, essendosi diffusa largamente lungo le coste oceaniche per colpa della mano umana, costituisce ormai da tempo un rischio per numerose specie volatili e mammiferi nativi. Il che conduce all’inevitabile domanda di quale sia, esattamente, l’utilizzo sistematico di un fiore tanto velenoso. Rintracciabile, come frequentemente avviene per ingredienti dall’effetto chimico tanto potente, in ambiti come la medicina tradizionale ed ayurvedica, all’interno delle quali quantità minuscole ed attentamente calibrate del veleno di questo giglio sono state utilizzate storicamente per curare malattie come la gotta o l’infiammazione dei legamenti. Effetto ottenuto grazie alla capacità ulteriore della colchicina di inibire l’attività dei neutrofili o globuli bianchi, una condizione clinica rischiosa nella maggior parte dei casi ma desiderabile in altri. Rilevante, al tempo stesso, l’utilizzo della pianta nel mercato globale dei fiori recisi, trovandosi associata comprensibilmente a sentimenti come passione ed intensità, forza e resilienza. Non a caso la Superba è inclusa come simbolo nazionale nel sigillo dello Zimbabwe, costituendo parimenti un ricettacolo di potere filosofico e spirituale nell’ambito dell’India meridionale, fino all’incorporamento nel 2004 all’interno della bandiera dello stato di Tamil Nadu nonché il vessillo dei secessionisti cingalesi del Tamil Eelam. Particolarmente celebre, allo stesso tempo, il caso in cui la Rodesia africana ne fece un pegno donandone una spilla alla futura Regina Elisabetta II d’Inghilterra, durante una sua visita di stato nel 1947, dove il fiore è sempre stato utilizzato negli emblemi militari al posto delle rose tipiche delle colonie britanniche un tempo appartenute al vasto Impero.
Bella e terribile, la pianta resta d’altro canto strettamente associata ad una serie di conseguenze particolarmente gravi nel caso d’ingestione umana, tali da necessitare il ricovero urgente con un profilo di rischio indubbiamente elevato. Resta celebre in letteratura il caso, ad esempio, di una ventunenne ricoverata in Sri Lanka nel 1966 per aver scambiato dei tuberi del giglio per patate dolci, con gravi sintomi emetici e diarrea fino alla necessità di essere mantenuta in vita mediante soluzione salina. Andando successivamente incontro, dopo un periodo di circa un paio di settimane, ad una totale calvizie e perdita di peli in tutto il corpo, sviluppando un caso di alopecia generalizzata ma fortunatamente temporanea, dovuta all’incapacità delle cellule di rigenerarsi. In altri casi in cui il ricovero avviene troppo tardi, purtroppo, il veleno tende a causare il fallimento sistemico degli organi e la paralisi polmonare, cui segue inevitabilmente il decesso. Persino il consumo del miele prodotto dalle api impollinatrici di questo fiore, in quantità sufficientemente elevata, può essere pericoloso.

Per non essendo quasi mai mangiata dagli animali nativi del suo comune habitat di appartenenza, i coltivatori americani di questa pianta pericolosa hanno di loro conto scoperto una sorprendente quanto inspiegabile associazione. In una serie di resoconti aneddotici reperibili online si narra infatti di come l’ursone o porcospino nordamericano (Erethizon dorsatum) presenti una predilezione inspiegabile per la consumazione della temibile pianta, di cui fagocita voracemente fiore, frutto, gambo e persino l’intero tubero sottostante. Senza successivamente riportarne, come sarebbe stato possibile desumere dalle visite reiterate degli stessi esemplari ai propri beneamati giardini, alcun tipo di conseguenza negativa. Forse per un qualche tipo d’immunità del tutto occidentale del proprio sistema metabolico… Che è anche un significativo punto di forza. Va da se infatti che alcun altra creatura in tutto il continente, infatti, possa anche soltanto immaginare di competergli nell’utilizzo di questa nefasta risorsa.
Peccato non esistano, allo stato attuale, studi scientifici o altri resoconti formali in merito alla sorprendente, eppur stranamente plausibile associazione. D’altra parte tutti noi sappiamo quanto sia difficile arrestare la traiettoria vitale della variante blu ed iperveloce di questi esseri. In grado di resistere al pericolo, ostinatamente, finché restano in possesso anche di un singolo anello dorato.

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