Puerto Rico: fiorisce l’albero sacro colpito dalla furia dell’uragano Maria

Palese è la lieta novella, ripetuta dai giornali e televisioni locali dell’isola di Vieques, facente parte della singola nazione più duramente colpita dalla potenza della natura risvegliatosi al termine di un tragico settembre 2017. “La luce elettrica non è tornata quella di un tempo. Le strade sono ancora ostruite dai detriti. L’agricoltura è in rovina. Ma il nostro familiare gigante, dall’età di almeno 400 anni e altrettanti cerchi nel suo tronco terribilmente spinoso, vivrà!” Con i suoi i rami completamente spogli da oltre 18 mesi, l’antico albero che aveva saputo attirare, per generazioni pressoché infinite, l’attenzione indivisa di un vasto pubblico di pipistrelli, principali impollinatori della sua specie, ha infatti prodotto in questo mese di marzo i suoi fiori così lungamente attesi. Affinché nella poltiglia di fango, petali e polline generosamente sparpagliata tutto attorno alle sue impressionanti ed alte radici essi possano tornare a far festa, sotto i rami pendenti per il peso del più famoso tra tutti i baccelli imbottiti di un qualche tipo di “cotone”. Non è dunque certamente un caso, se nel suo areale che si estende tra l’America centro-meridionale e le coste d’Africa all’altro capo dei flutti, svariati esemplari di Ceiba pentandra abbiano assunto il ruolo di simboli di primaria importanza, raffigurati sulle bandiere, cantati negli inni e tratteggiati all’interno dei più svariati sigilli nazionali. A partire da quello probabilmente più famoso di tutti, attorno cui sarebbe sorta nel 1787 la città africana di Freetown. Erano in 400, i guerrieri in fuga verso quella che sarebbe diventata, un giorno ancora lontano, la Sierra Leone…
“Ecco dunque che per la prima volta da molti anni, il sole tramonta sui vasti possedimenti dell’Impero Inglese.” La ricca flora dell’Africa Occidentale circondava il gruppo di schiavi liberati giunti all’altra estremità dell’Atlantico, fino alle coste del continente in cui erano nati e cresciuti i loro genitori. Un falò illuminava la piccola radura all’ombra dell’alto kapok, mentre il distante richiamo del colobo rosso riecheggiava tra fronde distanti. Un distante cuculo smeraldo, appena visibile nel cielo crepuscolare, creava un proporzionato contrasto con l’indistinta sagoma del monte Bintumani. La grande Guerra Rivoluzionaria, ormai, soltanto un ricordo lontano, persino per loro che avevano combattuto sotto il segno dell’Union Jack. E non tanto perché credessero in quella causa, di un’America mantenuta sotto il giogo di coloro che l’avevano colonizzata. Quanto perché facendo seguito a ragioni di convenienza per lo più politica, i portatori delle giubbe rosse avevano promesso che avrebbero spezzato le loro catene. E passando temporaneamente per la provincia marittima candese di Nova Scotia, nonostante la dura sconfitta, così fu. Eppur nessuno dei cosiddetti Black Loyalist, soldati per obbligo e non per scelta, ebbe modo di sentirsi davvero a casa, finché approdata la loro nave prossima all’obsolescenza, non ebbe modo di riposarsi all’ombra del principale esempio della natura in grado di unire coste distanti, grazie alla propagazione in lungo e in largo del materiale genetico vegetale su questa Terra.
Che si scelga dunque di chiamarlo Bana, Kapok, Kekabu, Fromager o persino Kutashalmali, come si usa fare nelle terre d’India dove grazie alla mano dell’uomo, ha ormai trovato terreno fertile da parecchi anni, non lo si può certamente negare: questo è un’albero che unisce ma non divide. Che fornisce ma non chiede. E che nonostante l’elevazione di fino a 70 metri, così potenzialmente vulnerabile alla forza del vento, sopravvive… Per sempre?

Le impressionanti spine emergenti dalla corteccia degli alberi di kapok costituiscono uno strumento difensivo risalente ad epoche lontane, probabilmente concepito per impedire che piccoli animali possano scalarne il tronco. Non che i loro frutti o baccelli che dir si voglia, pieni di fibre oleose, risultino in qualsivoglia modo attraenti…

Gli arbusti di Ceiba pentandra, classificati in origine nella loro specifica famiglia delle Bombacaceae ma oggi ricollocati per associazione biologica tra le schiere delle Malvaceae (cacao, durian, cotone…) sono senz’ombra di dubbio, dunque, una presenza costante di molte zone tutt’altro che limitrofe nel vasto globo. Eppure riescono sempre, per una ragione o per l’altra, a non passare inosservate. A partire dalla parte bassa del tronco, sorretto da una particolare struttura di radici detta “a contrafforti” capaci di risalire fino all’altezza di 10 metri un po’ come le omonime strutture di sostegno del Duomo di Milano, per poi penetrare nel sottosuolo alla profondità di 30 metri e più. Abbastanza per resistere agli oltre 200 Km/h di un uragano come quello che si è abbattuto su Puerto Rico, così come il tronco e i rami ricoperti di spine, per tanti anni, avevano resistito all’assalto dei più diversi predatori quadrupedi, più o meno nativi. Mentre tutt’altro fato era toccato almeno nel caso dello svettante simbolo dell’isola di Vieques, alle effettive fronde palmate della pianta, caratterizzate da un numero di diramazioni tra le 5 e le 9, completamente spazzati e dispersi per i territori battuti dalla devastazione. Ora l’albero di kapok, per sua implicita natura, si avvale di un processo del suo organismo per cui in assenza di condizioni ideali, non produce più gemme né fiori di alcun tipo, fino al recupero delle forze necessarie a sostenere un simile sforzo. Ragion per cui, dal passaggio e il successivo diradarsi della furiosa Maria, nessuno avrebbe saputo dire, in tutta coscienza, se l’albero avrebbe trovato il desiderio e la forza di tornare com’era prima.
Questa capacità di restare in bilico tra il mondo attuale ed il prossimo aveva lungamente figurato, del resto, tra le caratteristiche più largamente associate da molti popoli pre-colombiani ad una delle piante più alte ed impressionanti dei loro territori. Particolarmente tra i Maya, i quali erano soliti definirlo albero della Vita (e della Morte) con le radici piantate nell’aldilà e le lunghe liane pendenti risalite dalle anime dei defunti, che terminata la loro penitenza potevano dirigersi verso le lande al di là del cielo. In area caraibica, successivamente, molte leggende nacquero attorno al puntuto tronco, tra cui quella delle isole di Trinidad e Tobago, secondo cui uno scaltro carpentiere aveva saputo costruire all’interno di un tale arbusto l’indecifrabile labirinto di sette stanze, creato con lo specifico scopo d’intrappolare il demone della morte Bazil. Simili alberi, inoltre, venivano considerati capaci di allontanare o qualche volta persino uccidere le streghe, come nel caso della temibile signora del voodoo Gang Gang Sara, che credendo di poter ancora viaggiare in volo fino alla distante terra d’Africa dopo la morte del marito, spiccò un fiducioso balzo dai suoi rami più alti. Ma poiché aveva mangiato del cibo contenente il sale, precipitò e morì.

L’industria delle fibre kapok, benché non vasta come quella del cotone tradizionale, costituisce un sostegno economico per particolari regioni dal clima adatto alla pianta, che cresce preferibilmente in ambienti tropicali. Come l’Asia Meridionale, dove da tempo viene coltivata con successo più che mai evidente.

Lungi dall’offrire un contributo meramente mitologico e folkloristico, ad ogni modo, l’albero del C. pentandra è un’importante risorsa per molti dei popoli graziati dalla sua svettante ombra. Ciò principalmente in funzione del già citato baccello, prodotto in svariate centinaia di esemplari da ciascun singolo albero, incommestibile ma ricolmo di una fibra particolarmente sottile, chiamata cotone di Giava o qualche volta, semplicemente kapok. La quale, naturalmente anallergica e morbida, benché molto difficile da filare, è stata usata per lungo tempo allo scopo di riempire galleggianti e salvagenti, portando indirettamente a riva una quantità incalcolabile di vite potenzialmente a rischio tra le onde marine. Mentre oggi che esistono le alternative sintetiche, trova la sua principale applicazione nell’imbottitura di cuscini, materassi e pupazzi di peluche particolarmente soffici, per i quali risulta utile e funzionale al di sopra di qualsiasi alternativa contemporanea. Mentre da molti millenni, paradossalmente, le tribù indigene dell’Amazzonia la impiegano con sapienza per sigillare l’aria all’interno delle loro cerbottane, prima di scagliare un dardo di morte all’indirizzo di prede animali o guerrieri nemici.

L’albero del cotone di Freetown è un importante simbolo cittadino, alla pari della lupa di Roma, il leone macedone o la palma di Dubai. Ma in nessun luogo in cui tali alberi crescono, incluso Puerto Rico, la loro presenza risulta in qualche modo indesiderata.

Gioia e giubilo, dunque, per il ritorno dell’alto e silenzioso testimone, di tanti secoli trascorsi da quando, in qualche maniera, il suo seme giunse fino a una terra ancora incontaminata dagli umani. Dove si spera che possa restare ancora a lungo, possibilmente garantendo la continuità della sua specie, nonostante l’antico sentimento di ammirazione stia assumendo tinte diseguali sulla base dei luoghi che si scelga di prendere in esame. È dello scorso 2012, ad esempio, la notizia del corriere dell’isola di Tobago secondo cui il consiglio cittadino di Scarborough stava meditando di abbattere un kapok, le cui massicce radici minacciavano di rovinare una costosa strada isolana usata per garantire la viabilità locale. Tutto ciò tra le assai comprensibili, nonché diffuse proteste popolari. Quale sia il destino toccato a tale pianta, purtroppo, non ci è (facilmente) noto. Immagino che basterebbe farsi un viaggetto da quelle parti? Ma almeno a partire da oggi, potremo contare sul sentimento positivo offerto dalla rinascita di un suo distante cugino all’altro lato dei Caraibi verso cui molti, per una ragione o per l’altra, avevano già indirizzato l’ultimo dei saluti terreni. Perché ciò che sfiorisce, finché c’è vita, può sempre tornare…

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