Un dei frangenti più indesiderabili nel corso della pratica di escursionismo in luoghi remoti è quello di trovarsi all’improvviso in un luogo pericoloso, ad ore di distanza da qualsiasi tipo di assistenza e rifornimento. Ma cosa ancor peggiore può essere individuato nel caso in cui tale particolare territorio possa risultare, al tempo stesso, straordinariamente interessante. E non soltanto per il fascino sottilmente intrinseco che tende a suscitare spettri del coraggio ed il superamento della avversità. Di un tipo reale o immaginifico. Esiste a tal proposito la casuale convergenza, tra fattori conduttivi al ferimento e viste senza pari o precedenti in mezzo al novero dei tragitti compiuti. Al punto di poter provare momentaneamente l’immediata, imprescindibile intuizione di aver messo piede sulla superficie metaforica di un altro piano dell’esistenza. Questa la precipua narrazione messa in campo nel 1912, alla scoperta da parte dei fratelli Adriano e Tullio Pastori di uno specifico punto di riferimento nell’arida e già inospitale depressione della Dancalia, deserto etiope in grado di attirare l’attenzione della Compagnia Mineraria Coloniale italiana. Caso raro di un rilievo alquanto preminente dell’altezza di circa 120 metri sul livello del mare. Punteggiato già sulla distanza da svariate fumarole e geyser, tali da indicare un punto di sfogo per la lungamente sospettata attività vulcanica del suolo sottostante. Benché fu soltanto col raggiungimento di una tale meta, che l’Europa giunse finalmente a conoscenza del modo in cui l’ambiente di un singolo pianeta fosse in grado di subire variazioni maggiormente conformi al dipanarsi di un’intero sistema solare. Soprattutto quando un simile corpo celeste sia, per l’appunto, la Terra. Innanzi ai loro occhi sorse dunque un susseguirsi di formazioni evaporitiche ed affioramenti sovrapposti: come assurde costruzioni di un popolo invisibile, dalla funzione non esattamente comprensibile né acclarata. Ciascuna caratterizzata da una scelta estetica precisamente definita: il giallo e l’ocra dei composti solforati con il loro odore nauseante. Il rosso degli ossidi di ferro. Il verde delle pozze d’acido dal pH inferiore allo zero della scala convenzionale, con all’interno metalli disciolti e non ancora del tutto ossidati. Il bianco delle croste solide di sale sempiterno, come ossa intrappolate tra le forme di epoche ormai lungamente obliate. Ma ciò che la coppia di fratelli ebbe l’urgente necessità di comprendere in quei fatidici istanti sull’orlo esterno della gloria offerta ai più famosi esploratori della Storia, fu la quantità di gas nocivi soggiacente negli strati d’aria, assieme alle temperature in grado di superare nei luoghi più centrali il centinaio di gradi Celsius.
Assieme a quello che sarebbe potuto accadere se soltanto uno di loro fosse accidentalmente scivolato e caduto all’interno dei veleni concentrati di quel sito, dove nessun essere vivente poteva chiaramente continuare a definirsi tale! Almeno in base alle nozioni possedute da costoro e i loro più eruditi contemporanei. Ancorché che unicamente il progresso tecnologico dell’ultimo secolo, coadiuvato da ulteriori spedizioni in questo luogo, avrebbe permesso, finalmente, agli scienziati di dissentire…
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L’arrugginita lezione storica del cimitero dei carri armati d’Eritrea
Una letterale muraglia a pochi chilometri dalla più importante città dell’Africa trasformata in “colonia” italiana, nell’ormai distante epoca dei totalitarismi moderni. Non composta dei migliori materiali da costruzione, come gli edifici futuribili creati dal gotha dell’architettura fascista, lo svettante Cinema Impero, o la surreale stazione di servizio “Fiat Tagliero” con le sue ali di cemento simili a quelle di un aeroplano. Bensì metallo e fichi d’India, intrecciati in un ammasso indistinguibile ed invalicabile ai bambini locali, i cani randagi e le occasionali guardianìe inviate a sorvegliare i dintorni. Ma che nondimeno continua, insistentemente, ad attirare i più curiosi tra i turisti che dimostrano il coraggio necessario a fare un esperienza di viaggio in uno dei paesi più chiusi e riservati d’Africa, al punto da essere stato chiamato una piccola Corea del Nord. E come biasimarli, in fondo? C’è del fascino in questi vetusti e malridotti rottami. Gusci fin troppo riconoscibili di carri armati T-55 e T-62, circondati da trasporti anfibi BMP-1 e la carrozzeria dismessa di una pletora di camion militari. Qui un Gvodizka, l’antico cannone di grosso calibro usato come nido per gli uccelli locali. Là una scala mobile aeronautica, coperta di agguerriti rampicanti. Davvero il massimo del divertimento! Manca soltanto l’ampio e letterale lago di sangue, risultante da un conflitto interminabile che potrebbe essere costato la vita ad una stima assai conservativa di circa 200.000 persone…
Era una mattina in apparenza simile a ogni altra, quella del 17 marzo 1988 nella regione africana del Tigrè. Un indefinito gruppo di persone proveniente dalla capitale d’Eritrea, Asmara, varcò tranquillamente i confini della valle di Hedai, scendendo per pendii sabbiosi mentre si coordinava a distanza con due gruppi distanti, tramite l’impiego di una serie di ricetrasmittenti a distanza. Giovani, adulti, qualche anziano dall’aspetto indurito dalle molte difficoltà della vita. Facendosi scudo dal sole con il palmo della mano, quindi, l’esperto perlustratore incaricato inviò il segnale necessario per aprire gli zaini e tirare fuori l’equipaggiamento. L’85° divisione meccanizzata dell’EPLF aveva finalmente circondato le guarnigioni armate dell’Esercito Etiope. Al segnale concordato, il vociare diffuso si trasformò in un glaciale ed assoluto silenzio, mentre gli AK47, gli antichi lanciarazzi e le bombe a mano iniziavano a risplendere sotto la luce dell’alba. Era l’ora di tentare il tutto per tutto. Era tempo di guadagnarsi la libertà, o morire nel tentativo di farlo.
Questo particolare capitolo di un conflitto lungo trent’anni, destinato a passare alla storia con il nome di battaglia di Afabet, avrebbe costituito un importante punto di svolta nella lunga disputa belligerante per l’indipendenza politica di un paese di appena tre milioni e mezzo di persone, illegalmente annesso da una nazione che ne contava circa un centinaio sotto l’egida dell’ormai deposto imperatore Hailé Selassié, ormai detronizzato dal remoto 1974 ad opera di una giunta militare socialista guidata dall’uomo forte Mengistu Haile Mariam. Le cui truppe pesantemente armate, grazie a un contributo significativo dell’Unione Sovietica, avrebbero nondimeno incontrato la già dura resistenza proveniente da una tradizione di guerriglia, che aveva radici profonde nella storia di questo popolo e dei suoi eroi. “Per Hamid Idris Awate, uomini, all’attacco!” Gridò un caporale, ricordando l’eroico condottiero che con soli 11 compagni, un anno dopo l’occupazione del 1960, aveva teso un imboscata e disperso le forze della polizia segreta nella regione montuosa di Adal, per poi morire a causa delle sue ferite. Dieci nemici per ciascuno dei loro, così si raccontava, eppure la giustizia prevalse allora. Come avrebbe fatto in quel fatidico giorno, sotto i colpi di una serie di cannoni anticarro catturati e trasportati segretamente in posizione, sufficienti a immobilizzare una colonna di veicoli sulla stretta e tortuosa strada necessaria a lasciare la valle. Così che gli ufficiali etiopi, intravedendo la realistica possibilità che i loro stessi armamenti potessero cadere in mano al fronte di liberazione, diedero l’unico ordine che avrebbe potuto conservarli in sani e salvi dinnanzi all’autorità di Mengistu: bombardare i loro stessi uomini, con un generoso ed entusiasta aiuto da parte dell’aviazione. Fu l’inizio di un disastro senza precedenti, nonché l’accumulo di un quantità eccezionalmente spropositata di rottami. Cadaveri d’acciaio assieme a quelli fatti di carne e sangue, che tuttavia presentavano un problema logistico di un tipo niente affatto trascurabile. Tanto da richiedere il trasporto in un luogo ormai tristemente (nonché, gloriosamente) noto…

