Il predominio della coppa bronzea sulle spade dell’Età del Ferro, in base alla tomba celtica di Lassois

Fu senza dubbio un giorno luttuoso per l’oppidum fortificato dell’alta collina di Vix nell’odierna Borgogna, quando l’elite regnante e la gente comune di un insediamento di circa 5.000 persone, una letterale metropoli per il tardo periodo Hallstatt, si radunò all’inizio del viale d’onore, per accompagnare il carro sacro in occasione del commiato dedicato ad una così rilevante figura. Depositaria di fondamentali responsabilità nell’amministrazione del potere e della religione, dall’alto lignaggio e detentrice di ricchezze smisurate. Ma soprattutto, questione degna di ben più che mere note a margine, una donna, nella maniera ad oggi dimostrata dall’analisi osteologica dei suoi resti, riemersi due millenni e mezzo dopo sul pianale dello stesso carro che l’aveva trasportata fino al sito del suo estremo riposo. Chi era, dunque, la signora, sacerdotessa, principessa o regina di Lassois? Molte ipotesi sono state redatte, tutte sulla base della sua nutrita collezione funebre, un letterale tesoro di gioielli, ornamenti ed altre cose che possiamo presumere essergli state care nel corso della sua vita di circa 30-35 anni una durata nella media per l’epoca ma complicata da diversi problemi di salute, inclusivi della degenerazione articolare e torcicollo. Tra cui molti manufatti, incluso quello più notevole, appaiono strettamente collegati alla preparazione, mescita e consumo di una sostanza dall’alto valore simbolico nelle religioni del Mondo Antico, il prezioso vino. Ivi incluso, per l’appunto, il maestoso ed imponente cratere bronzeo di Vix, recipiente finemente ornato dalla forma di una coppa dell’altezza di 1,64 metri ed un peso di 208 Kg. Un concentrato, in altri termini, di significative quantità di rame e stagno, il cui valore terreno doveva aggirarsi attorno a quello di un intero palazzo o l’equipaggiamento di un’armata di dimensioni medie. Anche senza menzionare un ulteriore aspetto: la manifattura chiaramente attribuibile allo stile della Grecia coéva, denunciandone la provenienza più probabile da colonie della Sicilia o centri d’interscambio situati presso l’altro lato del Mar Egeo. Facendone un possibile acquisto a distanza o la conseguenza di un saccheggio, tanto da aver fatto teorizzare basi solide che potesse persino essere la stessa menzionata da Erodoto come regalo diplomatico degli Spartani al re della Lidia, come ringraziamento per l’alleanza contro l’odiato nemico persiano. Che si sia trattato di un trasferimento volontario o meno, dunque, il viaggio con i mezzi dell’epoca per tante leghe di terreni accidentati e spesso poco raccomandabili, di un qualcosa di tanto delicato e prezioso, doveva averne accresciuto ulteriormente il valore ed il significato sacro. Rendendo tanto più incredibile la percepita necessità di liberarsene al decesso della sua padrona, inserendolo all’interno di una dotazione funebre tra le più preziose e notevoli di tutta l’Europa pre-romana…

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Lo strano culto allucinogeno del dio egizio che proteggeva i neonati

Per tre giorni a bordo di una barca sul grande Nilo, e quattro a dorso di cammello, la giovane coppia aveva viaggiato. Lui con un lungo scialle di lino per nascondere le armi e lei in un ampio vestito, che seguiva le curve di una gravidanza ormai in stadio avanzato. Lo splendore del grande Occhio diurno non li aveva scoraggiati, e neppure il gelo delle argentee notti primaverili, dal bisogno di raggiungere la meta finale: il tempio dedicato a Bes di Bahariya ai margini del Deserto Nero, un luogo di raccoglimento, meditazione. Ma più di ogni altra cosa, profezie. Così nell’ultimo tratto del percorso, stagliandosi contro piramidi distanti, ripensarono attentamente al ruolo che avrebbero giocato nelle tradizionali ore dedicate al rituale. L’esercizio antichissimo impiegato, da oltre un millennio, per ottenere la supervisione di Colui che avrebbe contribuito ad una nascita sicura. Ed accuratamente protetta, come fece per il dio-falco Horus negli anni in cui restò nascosto da Set. Pensarono all’offerta per i sacerdoti ed alle giuste parole, tramandate da generazioni nella famiglia di lei e di lui. Nella maggior parte delle circostanze, naturalmente, i visitatori non ricevevano la stessa coppa da bere. Le sostanze potevano variare. E non tutti ricevevano visioni piacevoli, durante il sonno profondo nella residenza del Dio guardiano. A metà del giorno successivo, finalmente, giunsero al santuario. Al sopraggiungere delle ore serali, i serpenti del destino arretrarono dai margini della coscienza terrena. Mentre il rito della mente anticipava, in qualche modo, la venuta di una nuova anima su questa Terra battuta dai venti del misconosciuto Destino…
Ogni cosa che circonda il culto di Bes, probabilmente singola divinità più eclettica dell’intero pantheon egizio, è avvolta da un alone di mistero che per anni gli archeologi hanno tentato di disperdere mediante l’approfondimento delle fonti a disposizione. Consistenti, principalmente, d’iscrizioni geroglifiche e le rappresentazioni atipicamente frontali (gli altri Dei venivano sempre ritratti di profilo) della sua figura possibilmente affetta da microsomia o nanismo, generalmente sormontata da uno svettante copricapo piumato. Di un guerriero spesso armato di spada, vistosamente privo di abiti e dotato di un’espressione agguerrita, avendo il compito tradizionale di scacciare i demoni con propri idoli o tavolette votive. Caso a parte poi avrebbero rappresentato un particolare tipo di manufatti successivi, possibilmente di ispirazione siriana o mediorientale, in cui la testa di Bes veniva utilizzata come modello per una coppa o tazza usata per bere. Principalmente diffusi in epoca tolemaica, ovvero durante la dinastia macedone durata 275 anni partire dal 305 a.C, fondata in origine da uno dei diadochi o compagni del defunto Alessandro Magno. Simili oggetti, che gli studiosi avevano da lungo tempo considerato per inferenza dotati di un qualche profondo significato rituale o religioso, sono rimasti lungamente misteriosi nei termini specifici del proprio utilizzo, in mancanza di spiegazioni scritte o immagini capaci di mostrarne i trascorsi. Almeno fino alla pubblicazione, lo scorso 13 novembre, di uno studio condotto da scienziati della Florida sotto la guida del Prof. di origini italiane Davide Tanasi, che ha deciso di approcciarsi all’argomento da un’angolazione totalmente nuova. Quella della scienza futuribile sfrutto delle odierne tecnologie computerizzate…

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