Quando si parla dei palesi segni di contatto intercorso tra gli antichi e distanti imperi, siamo spesso inclini a immaginare l’opera di affermati esploratori o individui eccezionali, come i successivi e contemporanei Zhang He della Cina o Marco Polo dalla Repubblica Veneziana. A molto prima dell’epoca medievale, tuttavia, risalgono i ritrovamenti inconfutabili di monete romane nei distanti territori d’Asia, e viceversa oggetti provenienti da quel mondo e simili culture, nella zona d’interesse dei sette colli dove l’Urbe era stata fondata. E nessun nome di famosi ambasciatori, esploratori o mercanti che compaia tra le pagine dei resoconti storici e gli annali dei reciproci studiosi coévi. Questo perché statisticamente, nonché dal punto di vista logico, riesce difficile pensare che un singolo carico isolato possa aver fornito l’opportunità a specifici isolati oggetti, di attraversare intonsi più di venti secoli di storia e delle articolate tribolazioni umane. Non è forse più credibile pensare che per ogni pezzo di conio ritrovato, almeno mille abbiano attraversato i mari? E per ciascun bastoncino d’incenso, almeno diecimila?
C’è sempre almeno un singolo paragrafo dedicato nei comuni sussidiari, a tal proposito, alle trascorse imprese marinaresche dei Fenici, maestri del Mediterraneo dall’isola di Cipro fino alle Azzorre, nonché in base alle narrazioni di Erodoto il primo popolo capace di circumnavigare il continente africano. Laddove all’altro lato della civilizzazione, nella gestalt di culture che abitavano le coste di un altro mare interno, un simile consorzio di eminenti solcatori delle acque fecero lo stesso in un contesto strettamente collegato all’Asia Meridionale. Tale luogo era il Kalinga Sagar, oggi corrispondente al Golfo del Bengala, sebbene tale nome sia in effetti risalente alla venuta del colonialismo inglese ed i toponimi creati dagli occidentali. Laddove fin dall’epoca semi-leggendaria del poema indiano Mahabharata, ed attraverso un lungo periodo che si sarebbe esteso per circa migliaia di anni prima e dopo la nascita di Cristo, si era soliti chiamare tale massa d’acqua per associazione con la principale cultura e nazione dell’odierno territorio statale dell’Odisha/Orissa: il regno feudale, per l’appunto, di Kalinga. Ed è in effetti alquanto sorprendente, nonché illuminante rilevare quante poche fonti storiche e nozioni siano reperibili sull’argomento, forse a causa della conquista effettuata di queste terre nel terzo secolo a.C. da parte dell’imperatore Maurya Ashoka che le aveva sottratte alla precedente egemonia dei Nanda, dopo un significativo investimento in termini di risorse e vite umane. Per poi sceglierne di farne una semplice provincia tra le molte del suo dominio, destinato come gli altri a ricevere i pilastri incisi con i chiari editti e proibizioni del potere centrale. Sebbene i leggendari Sadhaba, gli “uomini onesti” dei mari, non avrebbero neppure allora, e per molti anni a venire, smesso d’imbarcarsi verso le remote terre conosciute dai loro predecessori…
bengala
La nonna del villaggio e il suo coltello da cucina indiano
Non sono pochissime le persone per cui, dopo una lunga giornata di lavoro, l’ultimo rifugio dal logorìo dell’inquietudine diventano i fornelli. Un luogo dove il desiderio governa i gesti e che in funzione di questa sua speciale caratteristica, si configura sulla base e le necessità dell’arte. Le tre C della Cucina: Concentrazione, consapevolezza, cumino. Se vogliamo metterci una spezia. Coriandolo, se ce ne serve un’altra. Ma è andando oltre una simile frontiera binomiale (del resto, lo si sa, non c’è due senza tre) che si sconfina nel variopinto regno della cucina indiana. Fatta di quel vasto ventaglio di sapori e polveri, che non soltanto accompagnarono il destino dei popoli di quel massiccio sub-continente, ma determinarono il fato stesso e l’andamento di oltre un millennio e mezzo dei più pregiati commerci dell’umanità. Perché è questa, soprattutto, la forza di un sapore, di un odore o di un colore: la misura dell’universale passione che attraversa i mari e i continenti. Per poi tornare qui seduti, come niente fosse, sul suolo sterrato presso la radura di un piccolo centro abitato in mezzo alla foresta, e domare quel vortice con la perizia di due mani cariche di Storia. Dove siamo, esattamente? Non ci viene detto, benché almeno un singolo elemento ci permetta di azzardare un’ipotesi geografica di riferimento: sto parlando del principale attrezzo usato dall’anziana signora nel corso della preparazione dei suoi splendidi ed enormi granchi di fiume, una sostanziale sciabola fissata ad una tavola di legno, sopra la quale lei appoggia il piede destro, affinché il taglio non possa deviare di un trentesimo di spanna. Ebbene, mai visto niente di simile? Siete al cospetto di un bonti, un attrezzo tradizionale dalla storia millenaria, particolarmente associato alle donne della regione del Bengala, nella punta nord-orientale del triangolo che costituisce l’India, al confine con il Bangladesh. Non per niente, anche nelle cucine di quest’ultimo paese, è talvolta presente una versione locale dello stesso oggetto. Qualcosa di apparentemente poco pratico, a guardarlo, ma che in realtà va inserito nel contesto di uno stile e una postura di lavoro totalmente diversi da quelli nostrani, in un’area geografica in cui semplicemente, a nessuno è mai venuto in mente di sprecare lo spazio in casa con cose come sedie, tavoli, banchi di alcun tipo. Dove tutto quello che serve per produrre le pietanze energizzanti a vantaggio di parenti, figli e nipoti sono giunture flessibili e ginocchia solide come l’acciaio. Doti che diventano, a questo punto, pressoché scontate.
La qualità e il pregio registico di questa serie per il web, fatta forse eccezione per la colonna sonora non sempre appropriatissima (benché persino quella, andrebbe contestualizzata) coinvolgono lo spettatore con piglio quasi ipnotico, finendo per indurre in lui uno stato d’animo probabilmente comparabile a quello di molti dei commensali presenti per l’evento. La nonna comincia spesso dai princìpi più remoti, impugnando mortaio e pestello per prepararsi da se almeno una parte delle polveri che userà nel suo curry. A tal proposito, è appropriato fare una notazione di tipo linguistico: poiché in italiano, per convenzione, questo termine si riferisce in modo particolare al fine preparato di spezie risultante da questa specifica procedura, quando in realtà il termine appropriato per quest’ultimo sarebbe masala, ovvero un mix di spezie. Mentre kari, che in lingua Tamil significa “condimento”, dovrebbe indicare la pietanza propriamente detta, completa in ogni sua parte ed a base in genere di carne, pesce o verdure. Il masala della Nonna del Villaggio, ad ogni modo, è molto variegato: s’intravede facilmente il giallo ocra dell’haldi (curcuma) e un marrone più scuro dello zeera (cumino). Il bianco è semplicemente sale. C’è poi un rosso intenso, probabilmente polvere di peperoncino anche se alcuni ipotizzano sia proprio della paprika, aggiunta con estrema generosità al calderone. Ma mai quanto l’adrak-lehsun, impasto di zenzero ed aglio, del quale viene immesso un pugno intero, poi agevolmente mescolato con erbette locali, il resto delle spezie ed ovviamente, giunti al momento clou della sequenza, l’ingrediente principale degli ipertrofici crostacei fluviali, con chele, zampe e tutto il resto. Nel corso della lunga cottura dunque, che durerà fino alla sera, l’esperta cuoca continuerà a sorvegliare il suo capolavoro, aggiungendo di tanto in tanto un po’ dell’una o dell’altra sostanza citata. Che cosa la guiderà nel compiere questi speciali aggiustamenti? Lo sguardo, l’odore, il vasto ventaglio di esperienze a cui fare riferimento nel corso della sua lunga carriera di donna che nutre la famiglia? Una domanda, questa, a cui non è facile trovare una risposta. Nel finale della sequenza, in modo atipico per la serie, lei non viene mostrata mentre mangia assieme a dei convitati giunti per l’occasione, quanto piuttosto intenta a sgranocchiare l’ineccepibile curry di granchio in assoluta solitudine, sotto la luce della luna. Fino all’ultimo succulento pezzo di zampa.

