Le pietre del giardino metropolitano dove affiorano le ossa primordiali del subcontinente indiano

A spezzare l’orizzonte sul finire della visita di Lal Bagh, uno degli orti botanici più celebrati della prima età moderna indiana, si erge la struttura di granito dalla riconoscibile forma piramidale di un gopura, tradizionale punto d’ingresso di un tempio, qui storicamente mai costruito. Trovandoci piuttosto in posizione corrispondente a quella che doveva essere, secondo una raccolta filologica, il confine meridionale della vasta città fondata nel XVI secolo da Kempegowda, potente feudatario dell’impero Vijayanagara. Attrazione secondaria in grado di attirare una modesta folla in ogni giorno di visite, sebbene all’insaputa di molti di loro, ciò che avrebbe il merito di essere altrettanto celebrato trova posto sotto i loro stessi piedi, corrispondendo essenzialmente alla ruvida superficie grigiastra di quella stessa collina. Composta non di una semplice roccia, bensì la materia stessa del più remoto ed inimmaginabile periodo della preistoria, l’eone Archeano antecedente all’aria respirabile, la formazione dei continenti ed il concetto stesso di vita terrestre, al di là di alcuni infinitesimali, resilienti batteri. Esempio di notevole compattezza ed estensione, nonché perfettamente conservato, della suite geologica scientificamente definita come gneiss peninsulare, questo sito a poca distanza dal centro pulsante di Bangalore forma un filo concettuale ininterrotto dai 3 miliardi e mezzo d’anni a questa parte, tanto incredibile da non poter essere semplicemente afferrato dalle persone. Almeno fino al primo studio approfondito e la definizione offerta dal geologo W.F. Smeeth del Dipartimento di Mysore, che coniò per primo il termine per definirlo, posizionandolo precisamente nel sistema del cratone di Dharwar, sostanziale basamento dell’intero territorio del subcontinente indiano. Non è a tal proposito del tutto inaudito, sul piano topografico, che affioramenti simili concedano uno sguardo sull’antichità di questi luoghi, sebbene ogni discorso resti aperto in merito all’effettivo significato che essi possiedono, nel definire i sostanziali processi alle origini del proprio contesto arcaico di appartenenza. Fin da quando, nel corso degli ultimi decenni, la collina è stata sottoposta a datazione tramite l’analisi spettrografica dei cristalli zirconici presenti all’interno del complesso, sufficiente a collocarla a una profondità originaria di svariati chilometri, dove le temperature potevano raggiungere 600 gradi. Tanti da riuscire a separare le diverse tipologie di minerali presenti, formando le striature chiare e scure che è possibile notare ancora oggi. Quarzo, feldspati e silicati sovrapposti, in una delle rocce metamorfiche più rappresentative della crosta continentale. Che di certo non ti aspetteresti d’incontrare qui, a poche dozzine di metri dall’annuale teatro della festa di allestimenti floreali, il palazzo di ferro e vetro costruito sul modello della Londra vittoriana…

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La storia delle rocce che sviluppano la fotosintesi clorofilliana

É il ritorno di un qualcosa che, in un certo senso, non se n’era mai andato: tra le acque di laghi dell’Australia Occidentale, poco popolati di pesci, molluschi o altre creature, hanno dato forma al proprio profilo attraverso gli ultimi millenni alcuni strani ed irregolari oggetti. Fossili viventi in più di un senso, poiché non solo assomigliano nei fatti ad un qualcosa di mineralizzato ed oramai immutabile, ma continuano ostinatamente a respirare. Agglomerati di materia calcarea, quindi assai chiaramente non vivente, al cui interno si nasconde tuttavia una scintilla senza occhi, bocca o un qualsivoglia tipo di cervello. Il cui fondamentale desiderio, imperturbabile, viene perseguito con entusiasmo: dar seguito alla propria genìa, dall’interno d’inespugnabili e antichissimi castelli che crescono 5 cm ogni 100 anni, definiti scientificamente stromatoliti (dal greco “rocce a strati”).
Un corpo astrale ruota attorno alla sua stella ricevendo in alternanza luce, radiazioni, energia. Ma non è solo ciò a determinare, nel ripetersi di questa fase ininterrotta, il tipo di trasformazioni che caratterizzano la sua esistenza. Mentre letterali miliardi di cellule, sfruttando l’opportunità proficua, si combinano e producono esseri complessi. Le creature che, da un punto di vista cosmico, esistono soltanto per creare dei problemi: riscaldamento terrestre, effetto serra, polveri sottili. Ciò che ha prodotto un possibile punto d’arrivo per l’insieme complessivo degli esseri eucarioti, questa perennemente insoddisfatta razza umana, non ha pari nella storia (recente) della natura. Le cose cambiano, di contro, qualora si diriga la nostra lente verso i territori degli albori, l’esistenza prima del concetto stesso di secoli o millenni: 4.000 milioni di anni fa, periodo Archeano. Il suolo instabile dei continenti, ormai raffreddato, è una vera e propria giungla primordiale di microrganismi, ricoperta dei batteri procarioti che, un giorno, avrebbero imboccato la strada senza ritorno dell’evoluzione. Almeno quelli che, tra loro, si sarebbero dimostrati capaci di un certo livello di adattamento. Poiché una classe, su tutte, domina il sistema ecologico di pianeta ancora totalmente anaerobico, ovvero privo di ossigeno. Sto parlando dei bluastri, immobili e cionondimeno operosi cianobatteri, la cui stessa presenza non avrebbe continuato a permettere una simile contingenza di fattori. Gradualmente, progressivamente, la luce penetra lo spesso strato di quel gas metano che, all’epoca, dominava la nostra atmosfera. Mentre questi letterali antenati del concetto contemporaneo di alga, dando seguito al processo che costituisce per loro il sinonimo stesso della respirazione, iniziarono a produrre ciò di cui oggi noi, lontani discendenti di un ramo parallelo, abbiamo un assoluto bisogno per continuare il percorso della nostra lunga e travagliata civiltà. Così l’ossigeno, come la fissione atomica dell’era nucleare, fece la sua comparsa all’interno di un sofisticato laboratorio, in questo replicato letterali milioni di volte all’interno dell’oceano senza pesci. Finché non si raggiunse, nel corso di una svolta imprescindibile, l’evento di trasformazione atmosferica noto come Grande Evento Ossidativo, databile a circa 2.450 milioni di anni fa, quando tutto il ferro contenuto negli oceani iniziò, istantaneamente, ad arrugginire.

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