Il re guerriero dalle lunghe corna, colosso striato che sfugge allo sguardo

In una leggenda dei Mutwa dell’Africa Meridionale, il figlio del dio creatore uMvelinqangi era disceso sulla Terra per sperimentare la vita degli umani. Finendo tuttavia per incontrare una congrega di malefici stregoni, esso era andato incontro a una crudele quanto improvvida dipartita. Al che suo padre, scatenando un’ira senza requie, aveva reso incandescente l’astro del Sole, fino a far bollire i fiumi e sciogliere le rocce: “Che l’essere più bello del pianeta si sacrifichi sopra una pira, affinché il mio lutto venga compensato.” Egli affidò il proprio messaggio al vento ed alla Luna. Ed una donna, comprendendo a pieno quale fosse il suo terribile futuro, decise di sacrificarsi per il bene dei suoi cari. Allorché trovandosi di fronte all’incandescente annientamento, mentre si preparava a fare pace coi trascorsi della sua esistenza, una creatura balzò fuori da un cespuglio in fiamme: era un fulvo quadrupede dalle ritorte corna. “Sono Pofana, la splendida. Molto più attraente di questa impacciata umana.” In un lampo di zoccoli oltre i confini della prateria, la grande mpofu s’inoltrò tra gli alberi, e sparì nel fuoco purificatore. uMvelinqangi, dunque, non poté far altro che fermare la terribile maledizione.
Diversi insegnamenti possono essere tratti da questa sentita vicenda. Il primo è che l’ospite è sacro, soprattutto se non puoi conoscerne la provenienza. E cosa certamente non meno importante, gli animali ci assomigliano e possono essere saggi, possedere spirito di abnegazione, aspirare ad un destino migliore. Comprenderlo non era poi così improbabile, vivendo a stretto contatto con la megafauna africana. Un intero continente dove l’epoca del Pleistocene non era sfumata, ma piuttosto proseguiva ininterrotta, lungo un filo di coevoluzione con gli ominidi che furono i nostri antenati. Giungendo ad un sistema d’interconnessioni dove nulla si realizza grazie al caso. Ma ogni singolo fenotipo, ciascun tratto ereditario, serve ad uno scopo estremamente preciso. Osservate, a tal proposito, il potente Taurotragus gigante, membro di un genere che i coloni olandesi dell’epoca coloniale scelsero di definire per antonomasia “eland” ovverosia semplicemente, alce. Nonostante la sua appartenenza al regno dei bovini e in considerazione della nicchia che lo vede, in modo analogo, nutrirsi delle erbe e i bassi rami nelle ore crepuscolari. Ed un comparto di nemici certamente più pericolosi, tra cui figurano talvolta interi branchi di famelici leoni. Sebbene a chi riesca di osservare un tale incontro, un senso di stupore e meraviglia può senz’altro derivare innanzi al proprio sguardo, nel notare l’incredibile velocità ed agilità di questo essere del peso di una tonnellata circa. Finché all’esaurirsi inevitabile del suo respiro, egli volga all’indirizzo del nemico il suo cornuto sguardo. Ed abbassando il capo, si prepari a far valere l’evidente possenza…

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Pallido fantasma, il fiore della pipa che governa nello spazio tra fungo e radice

Nell’intreccio che costituisce il sottofondo, in mezzo a quel groviglio edificato sul principio degli angoli retti ed archi di circonferenze, foglie caduche ricoprono un segreto spazio affine al regno onirico di un tempo sconosciuto. Ivi morte o vita si confondono e i vampiri, pallidi come la luna piena, osservano col capo chino gli ultimi residui di una pioggia estiva. Cosa simboleggiano gli steli verticali di una pianta come questa? Niente d’ordinario, per l’assenza di qualcosa che comunemente avremmo dato per scontato: non c’è necessità di clorofilla, invero, quando il corso della propria cupidigia viene rafforzato per l’effetto di un sistema evolutivo particolarmente antico. Di colui o colei che prende tutto quello che desidera. Senza restituire nulla in cambio.
Narra una leggenda Cherokee di come al tempo dei primi uomini, non esistesse il desiderio di arrecare danni agli altri. E in quella terra priva di egoismo, le tribù vivessero in tranquillità senza impugnare altro che la sacra pipa usata per i diplomatici discorsi. Questo almeno finché una serie di capi, intenzionati a far fare un passo avanti nella vita ai proprio sottoposti, permisero di andare a foraggiare negli spazi delle altrui pertinenze. Smisero i colloqui, ed iniziarono gli scontri. Conflitti non solo verbali, subito aborriti dal Supremo Spirito che aveva creato le persone, scegliendo suo malgrado di concedendogli il libero arbitrio. Così che Egli, agitando il proprio scettro, trasformò i colpevoli a misura di una pianta, facendo si che la sua forma ricordasse il calumet dimenticato. Per circondare con il fumo di un tabacco eterno gli alti monti e le profonde valli di quelle che oggi definiamo le Great Smoky Mountains. Visitare quel confine tra Tennesse e North Carolina, allora, può costituire un viaggio nelle conoscenze di un’eredità profonda. La cui presenza viene cementata dallo scorgere d’un tratto l’esistenza della cosa stessa oggetto di una simile vicenda: Monotropa uniflora, o il fiore della pipa fantasma, è una vera pianta che sussiste nello spazio sottostante. Imparentata coi mirtilli, europei ed americani, non potrebbe risultarne maggiormente diversa. Per il modo in cui riesce a crescere, non soltanto da un tipo di suolo privo di sostanze nutrienti, ma facendo totalmente a meno di una tale fonte, ed ignorando pure il tiepido lucore della stella terrestre. Bensì affondando le proprie radici con la forma di un ombrello nello spazio interstiziale tra gli arbusti e i loro storici alleati fungini: la rete micorrizica degli apparati radicali, dove ognuno è solito poter contare su una controparte: i porcini ed i castagni, le querce ed i tartufi, i faggi e le vivaci russule con i propri gambi friabili e gessosi. Funghi qualche volta commestibili (la prudenza è d’obbligo) ma la cui sopravvivenza è nella maggior parte dei casi appesantita dalla presenza dello spettro immanente…

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Dalle alghe derelitte, dai legni abbandonati, sorgono le sentinelle che l’artista invoca nella palude

Uno dei motivi per non avventurarsi di notte nella Riserva Naturale de Séné, presso il golfo di Morbihan in Bretagna, è che le alghe non dimenticano e in certe condizioni assai particolari, potrebbe capitare d’incontrare la loro personificazione antropomorfa, con gambe, braccia e un volto accusatore nei confronti di colui o coloro che vorrebbero semplicemente metabolizzarne la presenza. E non c’è nulla di mostruoso in tutto questo, per lo meno dichiaratamente, sebbene ancora oggi chi cataloga ed espone le fotografie di un tempo, sia spesso al centro di una serie di commenti dov’è l’inquietudine è il più significativo sentimento. Sarà per l’indiretta associazione con la Creatura della Laguna Nera, sarà perché la comunione tra le piante e il corpo umano avviene in genere soltanto dopo che quest’ultimo, per cause assai variabili, è ormai del tutto transitato a miglior vita. Ma fermarsi per comprendere che cosa tale condizioni implichi, l’aspetto convergente dei fattori di contesto, significa per una volta ribaltare i crismi di una simile vicenda. Capendo chi siano stati gli Homo Algus e cosa, esattamente, volessero servire a comunicarci.
Otto esseri adiacenti, pietrificati manichini dalla sagoma irreale, posti a rispecchiarsi nella piatta superficie acquitrinosa. Di cui due più antichi, già invecchiati all’apice di questa mostra, permettevano d’intuire l’effettiva ragion d’essere della congrega. Nata per l’effetto di una rapida intuizione, avuta a quanto sembra dall’autrice Sophie Prestigiacomo mentre maneggiava alcune alghe nelle proprie esplorazioni fuori dai sentieri più battuti. Là nel mondo della terra oriunda, dove il piccolo può riferirsi al grande e la consistenza di quei gambi e foglie ricordare, in qualche modo meno che evidente, la morbida cedevolezza della pelle umana. E se… Davvero avessero la stessa forma delle sincretistiche evidenze? Se quello che respira, ritornasse in questa guisa, d’individuo naturale in essere, persona nelle forme e al tempo stesso, forza fin troppo tangibile della Natura stessa? Una linea di ragionamento, questa, già studiata nelle opere di quest’artista, spesso create in collaborazione con il suo compagno di vita e collega Régis Poisson, miranti a porre in evidenza una delle più importanti questioni dei nostri tempi: il difficile rapporto tra una coscienza ecologica e il bisogno di anteporre i rapidi guadagni della società vigente. Capitalismo che permette di raggiungere una meta, pur mangiando e divorando le risorse planetarie immanenti: da cui il finanziamento, in parte reperito online, in parte da una serie d’imprenditori locali, finalizzato ad ottenere l’autorizzazione e i materiali necessari a costruire le sei statue restanti (intelaiature di metallo incluse). Era l’ormai remoto 2016, dunque, quando l’opera disposta lungo il percorso della riserva raggiunse l’apice della propria effimera realizzazione. Destinata, come nell’idea di chi l’aveva posta in essere, a degradarsi e ritornare gradualmente al regno della non-esistenza. Fisica ma non mnemonica, a giudicare dalla frequenza con cui testimonianze digitalizzate tendono a spuntare su Internet a 10 anni di distanza. Sebbene pochi, successivamente, sembrino trovare l’interesse di scoprire chi fossero gli autori, e cosa abbiano costruito in tempi più recenti…

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Gli spalti sotto l’ala shakespeariana nella valle dove l’arte del teatro è sinonimo di una rinascita del mondo

“Esserci o svanire, questo è il dilemma. Se sia più nobile nella mente soffrire… O impugnar le armi contro un mare di affanni?” Il malinconico principe di Danimarca, volgendosi nervoso da una parte all’altra, osserva il pubblico senza vederlo. Chiaramente, questa è l’usanza. Il tetto del teatro, curvo come il guscio di un mollusco, ombreggia le sue membra ma non riesce ad oscurare tali circostanze. Giacché manca, in questo luogo, una scenografia per così dire artificiale. Le fronde coprono lo sfondo, di un fiume che serpeggia verso il fondo della valle. Un cielo sgombro illumina gli attori che pronunciano i discorsi del Bardo, così come succedeva nella grande “O” di Londra. Sulla distanza, il verso del coyote. Oche canadesi chiamano tra l’erba… Invero il Globo è diventato un palcoscenico tra quei recessi. Anche questa, da oggi, sarà l’usanza.
Assai più grande dalla sfera di 43 millimetri, che un tempo rimbalzava nel perimetro del suo bersaglio antistante. Sia narrato, a tal proposito, ciò che aveva luogo in questo ambiente: lo sport del golf col suo tragitto dai 18 interconnessi percorsi, che ancora si riesce ad individuare nelle foto topografiche fatte dall’alto. Così come in mezzo mezzo ad essa, una conchiglia però senza Venere all’interno, bensì la storica HVS o “Compagnia Shakespeariana della Valle dell’Hudson”. Collettivamente e comprensibilmente lieta, dopo quasi quattro decadi, di aver trovato un luogo degno di essere la propria dimora, per moltissimi anni a venire ed auspicabilmente, l’Eternità. Non è forse proprio a questo, che serve il duplice concetto di teatro? Sia composto da parole sulla carta, che l’ambiente usato per rappresentarle. Un luogo concepito, fin dai tempi della cavea digradante, per incorporare prima che racchiudere, in qualsiasi modo soverchiare, la più dilagante e inesauribile di queste voci. Quella che risuona grazie al vento ed il principio stesso della natura.
Samuel H. Scripps Theater Center è un nome semplice, che costituisce per lo più una dedica, da un mecenate newyorchese delle arti nei confronti di un altro. Con riferimento in questo caso a Christopher Davis, il quale pure non avendo finanziato le arti drammaturgiche per l’entità e le lunghe decadi del suo insigne predecessore, qui ha scelto di permettere a qualcuno di raggiungere il più alto potenziale della propria devozione. Donando, non vendendo, parte dei terreni precedentemente incorporati nel suo country club, il Garrison, a coloro che più di ogni altri avrebbero potuto trarne beneficio. È alquanto insolita, a tal proposito, la vicenda della qui locata HVS, compagnia nomadica che aveva fatto di una tenda il proprio luogo principale d’esibizione. Non troppo lontano da qui, esattamente nella tenuta di Boscobel House & Gardens dove, dal 1987, avevano impiegato l’unica copertura stagionale d’impronta vagamente circense, per proteggersi dagli elementi non poi così clementi della Costa Est statunitense. E sono molti gli aneddoti a tal proposito d’infiltrazioni d’acqua, dissoluzione del terreno sabbioso in seguito alle piogge e partecipazioni accidentali d’animali… Capaci di condurre il novero della vicenda fino all’inaugurazione del tutto trasformativa del nuovo edificio, sopraggiunta lo scorso 17 maggio con esecuzioni a stretto giro del Re Lear, Come vi Piace e per buona misura, i Miserabili di di Boublil e Schönberg…

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