Ai margini delle nebbiose radure, dove il suolo sale obliquamente lungo le pendici degli antichi pendii di Bale, un confronto eterno si dipana in mezzo all’erba ed i bassi cespugli. Una lotta per la sopravvivenza che non è tra il piccolo ed il grande, come potrebbe sembrare. E neppure tra lo svelto ed il guardingo. Ma piuttosto il mondo sotterraneo e ciò che lo sovrasta immantinente, la dorata piattaforma il cui lucore è la grandiosità riflessa, delle argentee nubi e l’astro che ogni cosa illumina sulla cospicua Terra. E ogni creatura? Quasi sempre. Questo ben comprende il lupo dell’Etiopia (C. Simensins) canide più che altro affine, nonostante il nome, a una grossa volpe o uno sciacallo di colore rosso. La cui sopravvivenza endemica è condizionata, soprattutto, dal rispetto di precisi ritmi prossimi all’orario del mezzogiorno. Quando i roditori di un siffatto luogo, che non dormono in inverno, sono inclini a foraggiare tra le basse chiazze di Alchemilla abyssinica, di cui va ghiotto. Come fossero gli erratici puntini di un cangiante meccanismo. Di cui l’incastro più importante, ovvero il piatto preferito, ovvero quello che costituisce oltre il 90% dell’apporto calorico per il carnivoro in questione, null’altro può essere che Tachyoryctes macrocephalus, il ratto talpa “dalla testa gigante” che da un punto di vista evolutivo, sembra essere del tutto incline a guadagnarsi il suo nome. Ancor prima di vederlo, puoi sentirlo. Fino a 2.600 coppie di mandibole operose, i denti rossi per il ferro che contengono, impiegati per tritare e frantumare la terra. Tanto che si narra quanto arduo possa risultare camminare in questi luoghi, dove la superficie sembra sprofondare ad ogni passo, verso i piani sovrapposti di quei dedali profondi. Complessi come fossero dei formicai, costruiti in proporzione da creature lunghe circa 30 centimetri e del peso di 930 grammi. Ciascuna di esse, un’isola, fatta eccezione per il periodo riproduttivo. Poiché a tali topi piace, più di ogni altra cosa, essere i signori del proprio castello.
Buffi, alieni eppure stranamente dignitosi. Mentre sorgono dal velo polveroso e scosso, come fossero la testa di un sottomarino. Le cui proporzioni sembrano dettate da un esempio di efficace convergenza: avete presente, a tal proposito, il pesce delle pozze noto con il termine di saltafango? Gobide atipico e capace di acquisire ossigeno fuori dall’acqua, la cui prerogativa è quella di restare immerso nella sabbia del bagnasciuga. Gli occhi tondi e posti in posizione preminente, sopra un muso tondo che gli dona un’espressione assorta. Ecco allora il suo collega sorvegliante. Quadrupede la cui conformazione cranica è un sistema lungamente collaudato, per emergere senza doversi rassegnare. Al tragico destino di costituire, sfortunatamente, l’ottimo bersaglio del suo nemico…
ambiente
Qui convergono i giganti: Dzanga Bai, la radura creata dalla grande sete dei pachidermi
Forze ponderose sono quelle in grado di plasmare la foresta, conseguenza imperturbabile dell’energia possente che permette alla vegetazione di prosperare. Così come le piante riescono a rigenerarsi, d’altro canto, gli spostamenti collettivi e ripetuti della fauna possono creare corridoi, zone calpestate o alberi spogli di frutti. Verso una tendenza che percorre le generazioni, fino a un cambiamento sostanziale nell’aspetto del paesaggio stesso. Prendiamo spunto, a tal proposito, dalle cosiddette bai o tipiche radure acquitrinose presso gli argini dei fiumi e dei torrenti, i quali nel proprio percorso dentro il principale parco naturale della Repubblica Centrafricana, diventano un fondamentale punto di riferimento per la megafauna di quel continente. In quanto siti riservati agli esseri in cerca di sicurezza assieme la più necessaria di ogni risorsa: l’acqua. Oltre a un tipo di sostanze più particolari, la cui ricerca in questo ambiente può riuscire in molti casi difficoltosa. È proprio in uno di questi luogo dunque, a molte ore di marcia dal più vicino insediamento umano, attraverso il denso manto rasoterra di Marantaceae e Zingiberaceae, all’ombra dell’alta e ombrosa canopia formata da distese dell’albero leguminoso Gilbertiodendron dewevrei, che una sorta di miracolo sembra verificarsi ogni giorno. Il subitaneo quanto imprescindibile susseguirsi, da mattina fino a sera, di una marcia abnorme di creature, inclini normalmente a gruppi numericamente contenuti. Forgiata da coloro che in maniera inconsapevole hanno creato la leggenda della Dzanga Bai, altrimenti detta “villaggio” o radura degli elefanti.
Duecento metri di lunghezza e 500 di larghezza, per un totale di circa 10 ettari, percorsa da quel piccolo torrente che ivi perde i propri argini, disperdendosi all’interno di un sostrato paludoso calpestato giornalmente da circa 150-200 esemplari di Loxodonta cyclotis o elefanti di foresta, nonché bongo, bufali, sitatunga, cinghiali e frequentato assiduamente dagli stormi di pappagalli. E tutto questo per l’utilità inerente di un tesoro geologico sommerso, costituito da una preistorica intrusione ignea di dolerite, roccia che rilascia gradualmente sodio, calcio ed altri elementi. Quel tipo di sostanze, in altri termini, necessarie nel mantenimento di una dieta adeguata, che tuttavia risultano notoriamente rare nel tipo di foresta densa cui appartiene il diversificato popolo di tali specie animali. E delle quali simili parenti stretti del più grande mammifero di terra, noti per le loro zanne verticali che talvolta giungono fino al terreno, necessitano in quantità molto elevata, tanto da renderli del tutto dipendenti dalla propria capacità di ritornare, molte volte in una singola stagione, in luoghi come questo.
Il che ci porta al caso dell’anomalia più interessante: poiché se gli elefanti amano a tal punto tale radura, sarebbe naturale immaginare che questa esistesse già da lungo tempo prima della loro venuta. Ancorché l’effettivo corso degli eventi, nei fatti dimostrati, risulti essere decisamente più complesso. Affermazione dedicata, quest’ultima, a chiunque pensi che soltanto l’uomo possa essere l’agente principale di un processo di disboscamento… Dimenticando l’esistenza di coloro che, per propria implicita natura, dispongono di una massa individuale paragonabile a quella di un bulldozer stesso…
Scorci dagli atipici grovigli di foreste in miniatura nate per l’effetto del violento clima tasmaniano
Straniante il senso di dislocamento che deriva dall’incedere lungo il tragitto, di un distretto appartenente a un parco naturale di quell’isola del più remoto meridione, di 68.000 Km quadrati attraversati da soltanto 12 arterie stradali. Che la suddividono in distretti, ognuno appartenente a un microclima imprevedibile determinato dai potenti flussi ventosi dell’emisfero australe. Così da lasciar sussistere, tra gli altopiani centrali e le montagne occidentali, zone subalpine ed alpine dalle condizioni assai specifiche, dei micromondi sottoposti a regole particolari della fisica, l’espletamento ecologico e la biologia. Osserva, dunque placido escursionista del Tarn Shelf e il passo di New Gate, presso il Mt. Field National Park come i boschi sembrano apparire all’orizzonte per poi scorrere lungo l’estendersi del soggettivo punto di vista. Accelerati dalla prospettiva delle circostanze, in forme assai riconoscibili, per quanto stranamente prossime alla polvere spostata dal passaggio dei venti. Quegli stessi flussi in grado di riconcorrersi, agitando i mistici e intricati rami simili a dei celtici arabeschi. Non più alti di un comune broccolo, o la chioma verdeggiante di un rettangolo di prato circondato dalle semplici barriere cespugliose delle circostanze. In vino veritas, si usa dire come in questo caso, in (social) media veritatem, quando i canali Instragram e i Reel di Tiktok affermavano come in Tasmania si potesse far l’incontro con “minuscole foreste” simili a macchie vegetative di comune caratura, la cui altezza media non riesce di suo conto a superare i 15-20 cm dal suolo sottostante. Sebbene si trattasse, come di consueto, di un’affermazione fuori dal contesto e priva di effettive giustificazioni nella maggior dei casi. Un micro-mondo tipico di questi luoghi e non solo, in grado di massimizzare l’inerente suggestione di trovarsi ai margini del mondo alieno, emerso dalla letteratura speculativa situato all’alto lato della cognizione presente. Frutto di suo conto, in modo pienamente concepibile, di un microclima spesso gelido, con neve in grado di cadere fino ai mesi dell’estate inoltrata. Spostamenti d’aria significativi ed incessanti, inclini ad ululare tra le rocce del paesaggio antistante. E soprattutto, la continuativa sussistenza di un punto di rugiada molto basso, coadiuvato da suoli poveri di nutrienti dove la vegetazione prospera, soffrendo al tempo stesso nello strenuo tentativo di raggiungere il suo potenziale inerente. Non potendo fare a meno di attecchire, per l’effetto dell’umidità, per poi ricorrere al fenomeno noto come nanismo ecologico: svolgere le mansioni di un ciclo vitale completo, senza mai raggiungere le dimensioni tipiche di un esemplare adulto. Riuscendo nonostante tutto a propagarsi, tra l’indifferenza delle innumerevoli creature che disperdono lo stesso i loro pollini e le capsule vitali dei semi nascosti…
Strano viaggio nel bosco che inghiotte il tempo: cosa sappiamo davvero di Hoia-Baciu?
La paura è spesso l’espressione fuori dal controllo di sinapsi che acquisiscono le informazioni fuori dall’anello della razionalità inerente. Si possono temere molte cose: concetti labili, presenze percepite, cognizioni collettive derivanti da fattori non del tutto acclarati. Certe volte può bastare l’atmosfera. In casi alternativi, sono le ragioni di contesto. Come la reputazione folkloristica di un punto nello spazio, alla precisa convergenza di un gruppo di numeri: 46°46′26″N 23°31′19″E. Questo il centro sulla mappa delle leylines, linee che taluni chiamerebbero arbitrarie, proprio qui in Europa, paese dalla lunga storia in merito a superstizioni ereditate ed ingrandite col trascorrere dei secoli dall’orlo esterno del Neolitico fino alla data odierna. Ma è un mito più moderno quello del denso agglomerato di alberi noto come Hoia-Baciu, situato in mezzo a un gruppo di piccole cittadine a nord di Cluj-Napoca, capitale non ufficiale della regione della Transilvania. Zona celebre per i castelli un tempo posseduti dai nobili non propriamente integerrimi dei tempi avìti, incluso il Principe di Valacchia passato alla storia come Vlad l’Impalatore. Storie di vampiri frutto di sapienza popolare ed interpretazione letteraria di vari autori, un po’ come succede per il ricco repertorio di criptidi e mostruosità di vario tipo nelle terre anglofone al di là del vasto mare. Laddove questo è il caso di un fattore alternativo, derivante da precise suggestioni individuali, ingigantite per l’effetto dei media contemporanei, tra cui radio, televisione ed Internet stessa, trasformata per fattori convergenti nel profondo pozzo da cui attingere, cercando storie in grado di attirare un qualche tipo di reazione dalla collettività senza nome. Narrano “le storie” a tal proposito, qualunque sia la loro origine, che in un momento imprecisato un pastore della zona avesse fatto il proprio ingresso nello spazio ombroso con il proprio gregge di 200 pecore, per poi sparire assieme ad esse nell’assenza di alcun tipo di evidenza. Un’impresa davvero inspiegabile, se è vero che Hoia-Baciu nella sua interezza ha la misura di circa 3 Km quadrati, decisamente troppo pochi perché anche un singolo individuo possa sfuggire a una ricerca organizzata di un collettivo anche di media grandezza. Ora non è chiaro lungo l’asse temporale a quando sia databile un tale diceria, contrariamente a quella che costituisce con ampia probabilità l’origine della fama internazionale a cui ascese quel frangente in abbinamento alla foto scattata il 18 agosto del 1968 dal tecnico militare Emil Barnea, durante una normalissima passeggiata notturna tra gli alberi (?) di una luce rossa stabilmente posta sopra l’orizzonte, difficilmente attribuibile a null’altro che un disco volante. O almeno ciò affermò costui, con gravi conseguenze personali. Vuole il corso della storia, infatti, che all’epoca la Romania costituisse parte dell’Unione Sovietica, paese comunista e totalitario dove un qualsivoglia accenno a fenomeni paranormali era equiparabile a manifestazioni di follia o religione, entrambi tendenze discordanti relativamente al regime di stato. Così che egli perse, per sua sfortuna, immediatamente il lavoro ed ogni tipo di credibilità pubblica residuale. Pur permettendo a una vera leggenda del suo popolo, da lungo tempo accantonata, di mettere radici e crescere potente come oscurità che avvolge e soverchia l’essenziale ragionevolezza del senso comune…



