Verso l’inizio del sedicesimo secolo, la costruzione dei castelli medievali cominciava ad essere influenzata dall’esigenza di resistere ai pesanti colpi dell’artiglieria nemica. Costruzioni basse ed ampie, con contrafforti sporgenti e la forma approssimativa di una stella, dominavano le piazze forti d’Europa e non solo, ponendo in essere i precisi crismi architettonici destinati a un graduale perfezionamento fino ai margini dell’Era Moderna. Ogni alta torre, ogni muraglia svettante ma sottile, veniva giudicata essere una debolezza evitabile, facile punto d’accesso grazie all’uso di tecnologie belliche in continuo mutamento. A meno che, s’intende, la preminenza paesaggistica di una determinata roccaforte derivasse dalle caratteristiche topografiche del suo stesso sito d’appartenenza. Ovvero una formazione fisica o geologica la cui demolizione, semplicemente, non rientrava nelle possibilità di alcun esercito, indipendentemente dalla potenza e quantità di munizioni di cui poteva disporre. Così lungo l’estendersi della leggermente digradante Zollfeld, pianura erbosa a nord di Magdalensberg in Austria, sorgeva questo alto sperone di roccia calcarea, dell’altezza approssimativa di 150 metri. Tanto strategicamente rilevante da aver costituito nei fatti lo scheletro sopraelevato di una roccaforte, almeno dall’860 d.C, quando Ludovico il Germanico, Re dei Franchi Orientali, fece riportare in un suo diploma la donazione di una curtis situata ad Osterwitz all’episcopato di Salisburgo. Feudo comprendente una corte agricola e relative fortificazioni, definite per l’appunto con il termine latinizzato “ad Astaruizza” (alias Hochosterwitz) con il vago significato di “monte scosceso”. Il che avrebbe aperto il passo al successivo perfezionamento, lungo il corso dei secoli, di una struttura quasi totalmente inaccessibile tramite mezzi convenzionali, soprattutto mentre si cercava di aggirare gli assalti di un ipotetica guarnigione posta sotto assedio. Tramite l’impiego ipotetico di due diversi sentieri, egualmente problematici: quello principale fatto di molteplici tornanti, entro cui si frapponevano plurime postazioni difensive ed il cosiddetto Narrensteig, Tragitto degli Stolti, percorso pedonale sull’altro versante, la cui natura diretta e straordinariamente ripida assomigliava ancor più da vicino ad un implicito suicidio militare. Così come compreso chiaramente dalla famiglia principesca dei Khevenhüller, che avendo ricevuto in gestione l’importante roccaforte dall’Imperatore Ferdinando I d’Asburgo, con il compito di contrastare le frequenti scorribande turche nella regione, investì grandemente nella fortificazione del primo a discapito del secondo, tramite la costruzione dell’opera architettonica che tutt’ora riesce ad essere maggiormente caratterizzante: le 14 porte fortificate, finalmente ultimate nel 1586, ciascuna dotata di una propria guarnigione indipendente, ciascuna con particolari soluzioni strategiche o logistiche per rendere del tutto inavvicinabile il sopraelevato mastio centrale…
Prima di giungere al periodo ed alle campagne di ammodernamento che avrebbero donato alla struttura il proprio aspetto attuale, tuttavia, sarà opportuno spendere qualche paragrafo nel riassumere la sua storia e battaglie pregresse. Da quella semi-mitica connessa al sagenmotiv, o narrazione fiabesca, delle campagne militari compiute dalla temibile Maultasch (Bocca Grande) o contessa del Sud-Tirolo, Margherita del casato di Gorizia. Donna volitiva ed autoritaria al punto da poter decidere, nel 1341, di ripudiare il marito Giovanni Enrico di Lussemburgo, sposandosi per ragioni dinastiche con Ludovico di Brandeburgo, figlio ed erede dell’Imperatore Ludovico il Bavaro. Causando un significativo scandalo tra le corti d’Europa ed ottenendo anche la scomunica papale, il che non gli impedì comunque di organizzare una riuscita difesa militare del Tirolo dal vendicativo cognato Carlo di Lussemburgo, cui fece seguito a quanto si dice con ulteriori battaglie e conquiste lungo il corso del fiume Drava. Fino a radunare tutti i suoi nemici e lontani parenti entro i confini della Zollfeld, costringendoli ad un frettoloso ritiro dietro le svettanti mura della rocca di Hochosterwitz, all’epoca non ancora dotata del complesso sistema difensivo tardo-medievale. Il che non volle dire poter fare affidamento su una facile vittoria, particolarmente quando dopo alcuni mesi di assedio, la scaltra guarnigione difensiva fece in modo di lanciare dai bastioni sopra gli assedianti la carcassa di una vacca grassa e piena di frumento, volendo dimostrare in questo modo un’abbondanza di cibo tale da riuscire a scoraggiare l’assalto. Cosa che puntualmente avvenne, almeno secondo la leggenda, portando la contessa ad un frettoloso ritiro. Battaglia in verità improbabile secondo la storiografia formale, così come altri racconti relativi a stratagemmi come “il soldato più basso” posto a difesa della corte esterna, in verità un eccezionale gigante, oppure l’aneddoto degli inservienti inviati alla base della montagna dopo ogni confronto, per riportare fino al nido soprastante le preziose palle di cannone proiettate dalle bocche di fuoco dell’imprendibile fortezza. La quale ad ogni modo fu capace di resistere, in maniera per lo più passiva, alle scorrerie turche del XV e XVI secolo, scoraggiando assalti diretti ma cadendo nonostante questo nel disuso e l’abbandono, causa la difficoltà nel garantire protezione ai borghi circostanti. Fino allo stato imperfetto in cui ricadde sotto la tutela della discendenza dei coppieri imperiali Osterwitz, il cui ultimo esponente Georg venne effettivamente catturato e morì all’interno di una prigione musulmana. Il che restituì di fatto la gestione del castello alla Corona, nella persona di Ferdinando I d’Asburgo, che decise di affidarlo al governatore regionale Georg Khevenhüller, il quale avrebbe investito notevoli risorse nel migliorare ed accrescere le fortificazioni tramite il coinvolgimento dell’architetto italiano Domenico dell’Allio. Fino all’ottenimento di un tipo di barriera in essere che mai nessuno, a partire da quel fatidico momento, avrebbe potuto immaginare di superare…
Le quattordici porte di Astarwiza furono d’altronde concepite non soltanto come strutture militari, ma anche dimostrazioni di prestigio autoritario. Essendo le più grandi delle quali riccamente affrescate, con scene militari o religiose, mentre altre facevano affidamento su precise trappole o contromisure per porre rovinosamente fine alle ambizioni degli assaltatori nemici. Dalle aperture per il lancio delle rocce della Porta Guardiana (la seconda) allo stretto sentiero sopra il baratro della Nautor a forma di prua marina (la terza) fino alle feritoie giustapposte lungo un corridoio della Manntor, alias Porta Maschia (la sesta). Senza dimenticare soluzioni ancora più fatali come il ponte levatoio della Brückentor (dodicesima) che poteva sollevarsi all’improvviso, per scaraventare gli aggressori giù da un irto dirupo. Il tutto lungo un tragitto già inerentemente faticoso, tanto da aver portato nel 2012 all’installazione di una funicolare ad uso dei turisti sul sentiero del Narrensteig, qualora non intenzionati ad affrontare la laboriosa e tortuosa ascesa. Il tutto come parte di un patrimonio numerose volte restaurate, grazie all’istituzione del raro ordine pluri-secolare della Khevenhüller-Metsch Ehrengarde, o Guardia d’Onore della famiglia Khevenhüller, che ancora oggi ne mantiene il possesso e l’esclusiva gestione.
Oggi preziosa località turistica, con un museo militare e galleria di quadri ad olio nelle proprie stanze affrescate, il sito costituisce un punto d’orgoglio del vicino paese di 3.500 anime, Sankt Georgen am Längsee. Iconico e più volte rappresentato sui francobolli locali, viene considerato la possibile fonte d’ispirazione per il castello della Bella Addormentata disneyana (assieme al Neuschwanstein tedesco) ed in tempi più recenti, l’inconquistabile Nido dell’Aquila della casata di Arryn, nella serie fantasy medievaleggiante del Trono di Spade di George R. R. Martin. Testimoniando come l’edificazione di una struttura difensiva di alto calibro non sia soltanto una risorsa militare, ma anche il simbolo difficilmente cancellabile del calibro di una famiglia attraverso il corso dei secoli a venire. Per l’attribuzione di un tipo di proprietà ante-litteram. Che supera i tortuosi moti della storia grazie alla sua natura incorruttibile, anche di fronte al reiterato assalto delle generazioni ulteriori.


