Qual è il peso specifico dell’anima di un uomo di colore? Quale il suo valore? Quale, la sua condanna? Nel 1761 a bordo dell’Utile, nave da carico francese di ritorno verso l’attuale territorio delle Mauritius, le risposte a simili domande furono evocate dal tragitto discendente verso le regioni più irrimediabile disastro. Così tragico e immediatamente indotto a profilarsi, nella notte tra il 31 luglio e il primo agosto, quando il capitano Lafargue, recentemente guadagnatosi il diritto a commerciare in modo indipendente dalla Compagnia delle Indie Francesi, scelse d’ignorare i segni che alcuni degli ufficiali a bordo presentarono in maniera coordinata al suo cospetto. La luna nuova, che impediva di vedere chiaramente all’orizzonte. La potenziale vicinanza in base alle imprecise carte nautiche di un’isola chiamata “delle Sabbie” per la sua altezza massima di appena 7 metri sul livello del mare. E la quantità di uccelli che volavano nei cieli sul finire della sera, indicazione relativa alla rischiosa vicinanza di un ostacolo decisamente fatale. Leggerezza perseguita per una specifica ragione, e quella fretta implicita, che derivava dal carico umano contenuto nella stiva: 160 schiavi acquistati clandestinamente per 10.000 ghinee, nonostante il categorico divieto del Governatore, nonché il rischio delle leggi che vigevano in quell’area dell’Oceano Indiano. 160 bocche da sfamare. 160 possibili focolai di malattie e terribile miseria, allorché nei tenebrosi e angusti alloggi sottocoperta, avesse iniziato a serpeggiare il sibilante e incontenibile vento della disperazione. Ma il peggio, come tanto spesso capita, doveva ancora venire. Fino a quel drammatico momento, sul finir di mezzanotte, in cui la nave sobbalzò d’un tratto al risuonare di una coppia di terribili boati. Nessuno in quel momento, con la possibile eccezione degli schiavi mantenuti rigorosamente all’oscuro, ebbe dubbi su quanto era successo: l’Utile si era incagliata sulle secche, circostanti un luogo che nessuno, veramente, avrebbe avuto la ragione o il desiderio di vedere coi propri occhi. La situazione iniziò a evolversi rapidamente, mentre il carico in eccesso ed i cannoni più pesanti venivano gettati in mare. Per quattro ore circa la nave continuò a piegarsi gradualmente su di un fianco, mentre il fasciame del ponte principale cominciava a separarsi e l’acqua penetrava in quantità copiosa da una quantità di orribili pertugi. Alle prime luci dell’alba, una speranza: terra all’orizzonte. Alcuni, incluso lo stesso Lafargue ed il suo primo ufficiale Castellan si gettarono a nuoto verso la riva. Altri aspettarono il più possibile, utilizzando i resti della nave come una sorta di piattaforma di salvataggio. Senza tuttavia impiegare il proprio tempo per provare a liberare, prima della fine, il collettivo intrappolato dei loro prigionieri malgasci. Allorché per la diretta intercessione di Nettuno, o altri Dei di antiche religioni senza nome, lo scafo derelitto si spezzò completamente in due distinte parti. Permettendo a circa la metà di loro, nonostante i presupposti, di riunirsi all’equipaggio sulle nude spiagge di quel luogo maledetto. Non più schiavi bensì uomini liberi, considerate le particolari circostanze. Neppure i più pessimisti tra loro, tuttavia, avrebbero potuto immaginare il tipo di Odissea destinata a prospettarsi nelle successive stagioni della loro svantaggiata esistenza…
La vera storia dell’Ile des Sables, come aveva nome in quegli anni, ebbe inizio dunque la mattina successiva, quando circa 80 schiavi e 122 marinai francesi si trovarono improvvisamente a fronteggiarsi, sulle bianche sponde di un intero mondo contenuto in meno di un chilometro quadrato. Senza alberi, né alcun tipo di riparo, né acqua accessibile o altra valida speranza di sopravvivenza. Rigorosamente segregati in base al colore della pelle, i naufraghi potevano a quel punto scegliere due strade per disporre l’andamento dei propri ultimi giorni tra i viventi. Farsi la guerra, oppure collaborare. Ciò che rende significativo questo evento storico, destinato a rimanere chiaramente impresso nelle pagine della memoria, è il modo in cui una maggioranza delle personalità coinvolte, a partire dai capi di entrambe le fazioni e fino ai membri più giovani e inesperti della collettività, si dimostrarono abbastanza responsabili, sufficientemente dotati di senso pratico e spirito di corpo, da compiere la scelta saggia della reciproca condivisione. Entro il giorno successivo, squadre attentamente designate iniziarono a recuperare i rifornimenti dal relitto non ancora affondato, mentre altri s’impegnavano a scavare un pozzo nella parte centrale dell’isolotto, facendo affidamento sull’ipotesi dell’esistenza di una riserva d’acqua dolce proveniente dall’acqua piovana, un fenomeno oggi chiamato in campo geologico la lente di Ghyben-Herzberg. Una ferrea disciplina venne imposta dal capitano e dal suo primo ufficiale, tanto che già al sorgere della terza alba, una coppia di ladri di cibo erano già prossimi all’esecuzione, se non che al compiersi della condanna, un grido esultante si udì provenire dalla zona centrale: l’acqua era stata trovata! Ringraziando il Regno dei Cieli, i colpevoli vennero perdonati, e si fece brevemente festa mentre i muri tra le razze diventavano sempre più labili e insignificanti. Ciò che avvenne successivamente, quindi, ha dell’incredibile: per settimane, l’equipaggio e gli ex schiavi lavorarono alacremente, edificando una piccola città di tende costruite con le vele dell’Utile, mentre accatastavano le parti del fasciame ancora utilizzabili, nel tentativo di allestire un’effettiva zattera di salvataggio, in grado di sopravvivere nel viaggio verso occidente fino alle non troppo distanti sponde della grande isola del Madagascar. Completata entro il 26 settembre, l’imbarcazione denominata la Providence era ormai pronta a partire. Previa stipula di una sorta d’accordo dolorosamente informale, secondo cui gli uomini europei sopravvissuti, navigati lupi di mare contrariamente agli africani provenienti dall’entroterra malgascio, avrebbero salpato in solitudine, organizzando poi con doverosa puntualità il salvataggio di coloro che sarebbero rimasti indietro. Una visione quanto meno ottimistica, destinata a scontrarsi con risvolti non del tutto prevedibili della vicenda. Ed alla base di una delle più drammatiche, terribili esperienze umane del Settecento.
Fatto sta che nonostante le correnti imprevedibili, e la stagione non propriamente vantaggiosa, gli uomini a bordo della Providence riuscirono effettivamente a raggiungere le acque antistanti l’insediamento di Foul Poite, dove vennero prontamente tirati a bordo da un gruppo di tre navi francesi il primo ottobre, in uno stato pietoso. Affamati e disidratati, nonché in parte contaminati da una pericolosa epidemia di dissenteria, all’epoca derivante da cause sconosciute. Il mondo destinato ad accoglierli, inoltre, era ormai cambiato in modo significativo, e con l’inizio della guerra dei sette anni, destinata configurarsi nell’Oceano Indiano come un conflitto tra Francia e Inghilterra, il Governatore già indispettito dall’esistenza di un commercio di schiavi formalmente vietato era se possibile ancor meno disposto ad inviare dei soccorsi sull’Ile des Sables. Dopo la morte per malattia del capitano Lafargue, l’unico attrezzato per tentare di mantenere la promessa dei soccorsi era dunque Castellan, che tentò effettivamente di scrivere al re Luigi XV, mentre faceva il possibile per mobilitare una spedizione costituita localmente e andare a salvare gli schiavi abbandonati. Ma l’opportunità, purtroppo, non riuscì a palesarsi nel modo sperato, mentre i diversi, scoordinati tentativi effettuati a partire dal 1774 dovettero scontarsi con la realtà delle pericolose correnti ed un clima inclemente soggetto a tempeste cicloniche, che rendeva impraticabile una spedizione su larga scala. Un marinaio facente parte dell’equipaggio di una di queste navi umanitarie, La Sauterelle, finì addirittura per naufragare anch’egli sull’isola, dove potrebbe aver avuto un figlio ed aver contribuito alla costruzione di una seconda zattera di salvataggio. Il cui destino, purtroppo, fu quello di scomparire a sua volta in mare.
Nel frattempo, la vita sull’isola continuava come poteva. I malgasci perduti, potendo fare affidamento sui rifornimenti rimasti ed il pozzo che non sembrava prossimo ad esaurimento, ebbero modo di abituarsi gradualmente alla vita da naufraghi, procacciandosi il cibo tra gli uccelli migratori che nidificano sulle sabbie, pescando pesci e molluschi e catturando le tartarughe. Mentre le giornate continuavano a moltiplicarsi, costruirono anche una cucina ed una forgia, dove plasmarono il rame di recupero per costruire strumenti utili alla vita quotidiana. Molti di loro morirono, ma altri sopravvissero ed i mesi diventarono anni, quindi una decade intera. Fino al 26 novembre del 1776, quando un’ulteriore spedizione organizzata dal capitano di marina francese Jacques Marie Boudin de Tromelin, a bordo della nave Dauphine, riuscì finalmente ad appropinquarsi all’isola, facendo affidamento su un agile piroscafo trainato a partire dall’ospedale della laguna di Port-Louis. A lui andò dunque il merito, ricompensato con il nuovo nome di battesimo dell’isola, di aver salvato gli ultimi superstiti rimasti degli originali 80 schiavi illegalmente coinvolti nel naufragio: sette donne ed un neonato, finalmente riportati dopo quindici anni alla civiltà. La questione ebbe larga risonanza sui giornali dell’epoca, mentre le autorità civili, incluso il nuovo Governatore, si dichiararono inclini a colmare le lacune umanitarie, restituendo a queste donne ed il bambino i primi presupposti di una vita finalmente decente. Fu dunque decretata, con validità immediata, il loro status di persone libere (dopo tutto, non era forse la schiavitù nell’Oceano Indiano, illegale?) E dopo l’immediato battesimo, almeno alcune delle donne furono prese a servizio come domestiche nelle residenze di facoltosi ufficiali coloniali. Il destino delle altre, e del bambino, resta d’altro canto largamente misterioso, sebbene sia possibile immaginare per loro una sorta di tardivo, limitato lieto fine di tali e tante tribolazioni.
Al termine di un’avventura nata dall’imprenditoria spregiudicata di una singola persona, quindi forgiata dal bisogno e dall’estremità della penuria. Un topos presso cui gli abissi più profondi dell’istinto a sopravvivere portarono genìe comunemente contrapposte a collaborare. Laddove in ultima analisi prevalse, come troppo spesso capita, la discriminatoria geometria cromatica del mondo. Per lungo tempo custodita nelle librerie della memoria collettiva, come un silenzioso monito per le generazioni a venire. Sebbene tali errori, lo sappiamo fin troppo bene, sembrino destinati a ripetersi a intervalli regolari, nel ripetitivo e serpentino corso delle umane tragedie.


