Considerata il simbolo tangibile della filosofia ed architettura del sacro in buona parte dell’Estremo Oriente, importata in Giappone assieme al Buddhismo durante il periodo Asuka (550-700 d.C.) la struttura multi-piano della tipica pagoda è un susseguirsi immediatamente riconoscibile di piani e tetti ricorsivi, simili ai rami di un arbusto geometricamente perfetto. Che in epoca contemporanea lo stesso Frank Lloyd Wright, considerato uno dei padri del Modernismo, descrisse come concentrato sulle linee orizzontali della propria forma, radicando l’edificio sul terreno e sfumando la netta distinzione tra i suoi giustapposti elementi. Idealizzato come l’edificio costruito in legno per massima eccellenza, infinite volte declinato, nelle isole plurime dell’arcipelago, questo tipo di costrutto riuscì quindi a guadagnare nell’incedere dei secoli caratteristiche anti-sismiche inerenti, in grado di garantirne la sopravvivenza ai frequenti terremoti del paese. Ciò senza cambiare mai la sua struttura principale, consistente di un pilastro centrale, lo shinbashira (心柱) capace di sorreggere tre (sanju-no-to 三重塔) o cinque piani (goju-no-to 五重塔) con una complessa struttura metallica a sormontarli, la guglia (sorin 相輪). Soltanto all’apice dell’epoca Edo (1603-1868) il sofferto ottenimento di un lungo periodo di pace, grazie all’opera di unificazione portata a termine dagli Shōgun della dinastia Tokugawa, si sarebbe giunti a iterazioni atipiche di quei modelli, verso l’adattamento del concetto di pagoda ad esigenze e priorità specifiche, mai messe in evidenza dai costruttori di un tempo. Uno degli esempi maggiormente rilevanti in tal senso può essere individuato nel tempio di Sazae-dō (さざえ堂) o “tempio della conchiglia sazae” presso la città di Aizuwakamatsu nella prefettura di Fukushima, frequentemente citato come una delle meraviglie sconosciute dell’architettura nazionale, sebbene venga menzionato in modo relativamente raro nelle antologie o i testi generalisti su questo vasto, stratificato argomento. La ragione è rintracciabile, come spesso avviene in quel contesto culturale, dalle dimensioni relativamente ridotte ed un aspetto esterno, suo malgrado, in grado di restituire un senso vago di abbandono e vetustà corrosa dal trascorrere delle generazioni, contrariamente alla marmorea perfezione delle imponenti opere del contesto pre-moderno in Occidente. Questioni cui si aggiunge la natura non immediatamente palese che costituisce ragione principale della sua lampante unicità: una struttura interna costruita in base al metodo della doppia elica direttamente presa in prestito dalla natura dei molluschi, ovvero una doppia di scalinate a chiocciola che fanno a meno d’incontrarsi, permettendo ai visitatori di percorrerne l’intera estensione senza mai fermarsi, né incontrare altri di loro che percorrono il tragitto in direzione opposta. Lungi da costituire una mera curiosità tangente per questo edificio esagonale dall’altezza di 16,5 metri, tale soluzione massimizza il suo volume interno confermando nei fatti una funzione niente meno che centrale nella concezione stessa di una simile struttura senza precedenti. Che può essere sostanzialmente rintracciata, nonostante i pochi dati disponibili, nell’intento dichiarato di colui che fece in modo di edificarla, nell’ormai remoto 8º anno dell’era Kansei, corrispondente al nostro 1796…
Un mistero che comincia a dipanarsi dalla statua posta in corrispondenza dell’ingresso della pagoda, raffigurante il committente e costruttore, un monaco buddhista di nome Ikudō (郁堂) seduto a gambe incrociate, in atteggiamento meditativo. Simile a quello mantenuto, assai probabilmente, nel momento decisivo in cui si dice che ricevette dal Buddha l’illuminazione o la visione del Sazae-dō stesso, creato per rispondere ad un’esigenza specifica dei suoi fedeli. Noto in precedenza come abate del vicino complesso sacro dello Shōsoji, tale figura d’ecclesiastico aveva infatti riscontrato uno svantaggio sostanziale delle classi meno abbienti nell’ottenimento della grazia necessaria per l’accumulo di un miglior karma. Collegato, soprattutto, nel compimento di un fondamentale pellegrinaggio delle 33 statue dedicate al bodhisattva o “Dea” della Misericordia, Kannon disseminate nell’attuale territorio della prefettura di Fukushima. Colei che pur rappresentando l’infinita misericordia, alleviando le sofferenze dell’umanità ed accompagnandola fino al superamento dei bisogni, finiva paradossalmente per richiedere una quantità di tempo e risorse significative a chiunque volesse rendergli omaggio in maniera adeguata. Da qui l’idea da parte di Ikudō di poter disporre di un viaggio di scoperta in miniatura, letterale riproduzione in scala di quell’esperienza fondata su una quantità di raffigurazioni equivalenti, ma collocate a dipanarsi in un’itinerario contenuto tra le mura di un singolo edificio.
Poco chiaro resta, esattamente, da dove egli avesse preso una simile idea, sebbene esistano teorie secondo cui fosse venuto a conoscenza di simili opere pregresse in Occidente, grazie alla coéva e temporanea riapertura delle importazioni di libri stranieri verificatasi durante il regno shogunale di Tokugawa Yoshimune (1716 – 1745). Periodo durante il quale il monaco in questione potrebbe, almeno in teoria, aver conosciuto ad esempio la scalinata concettualmente simile realizzata da Leonardo da Vinci presso il castello di Chambord. Ipotesi, ad ogni modo, impossibile da confermare dati i limitati dati biografici di cui disponiamo. Laddove acclarata resta, di contro, la trasformazione simbolica destinata a subire da questo tempio e l’intera collina che lo ospita successivamente ad un particolare episodio della guerra Boshin (1868-1869) capace di condurre alla Restaurazione Meiji del potere imperiale, durante cui il dominio di Aizu, di cui la città di Aizuwakamatsu era la capitale, si schierò in maniera compatta dalla parte dell’ultimo Shōgun dei Tokugawa, Yoshinobu. Il che vide la costituzione spontanea, tra un gruppo di 300 giovani samurai locali, del corpo speciale dei Byakkotai (白虎隊 – Soldati della Tigre Bianca) assieme ad altre tre compagnie ciascuna nominata con il termine di una delle bestie mitiche delle direzioni cardinali, la Tartaruga Nera, il Drago Azzurro e l’Uccello Rosso. Destinati a combattere ferocemente sebbene in minoranza numerica ed equipaggiati in modo inefficace, finché un gruppo di 19 guerrieri, tutti di un’età inferiore a 20 anni, si ritrovarono isolati dal resto dell’esercito sopra la collina del tempio, da cui scorsero dei pennacchi di fumo in lontananza. Allorché pensando in quel momento, per errore, che il castello fosse stato conquistato, in base alla dottrina secolare della propria casta presero la fiera decisione di praticare il suicidio rituale. Morirono tutti, tranne uno che avendo fallito in questo sacro compito, tornò in seguito per raccontare alla popolazione la loro storia. Le loro tombe adiacenti al giardino del Sazae-dō, ad oggi anch’esse un luogo di pellegrinaggio, fecero quindi di questo luogo un simbolo patriottico di primaria rilevanza, con le 33 statue di Kannon rimosse dalla pagoda successivamente alle riforme religiose messe in pratica dagli oligarchi del nuovo governo, sostituendole con raffigurazioni e temi collegati alla religione nazionale dello Shintoismo, nonché immagini dei giovani suicidi della Byakkotai. Ma il significato originario del tempio-conchiglia non finì mai, effettivamente, per venire dimenticato.
Custodito nel corso degli anni a seguire da una famiglia di custodi (bettō 別当) particolarmente devota, quella degli Iimori, il tempio venne mantenuto in condizioni utilizzabili nonostante il saccheggio e trasferimento di molti dei suoi tesori. Dimostrandosi capace di resistere, nonostante la sua struttura complessa, a diversi disastri naturali, tra cui terremoti multipli, tifoni e l’eruzione del 1888 del Monte Bandai. Fino all’ottenimento da parte dei suoi tutori, dietro pagamento di una somma significativa, dell’atto di proprietà della terra sopra cui esso risiedeva, potendo beneficiare solo successivamente alle due guerre del Novecento della tardiva inclusione in un elenco dei patrimoni architettonici del paese. Allorché mediante l’inclusione nel novero dei monumenti tutelati dalla fondazione Choreigikai, fu finalmente possibile operare in senso maggiormente risolutivo per il suo restauro e rinnovamento. Con un ripristino sostanziale della struttura esterna ed interna messo in atto a seguito del 1970, che fece seguito al posizionamento di una fedele riproduzione delle 33 statue di Kannon e le altre sculture sacre all’interno della pagoda.
Fino al fatidico 1982 quando, dopo un periodo di poco più di 200 anni dalla sua costruzione, venne finalmente incluso tra i principali Beni d’Importanza Culturale della prefettura di Fukushima. Giungendo a costituire, sia su scala nazionale che dal punto di vista dei visitatori stranieri, l’opportunità di approfondire un aspetto raramente collegato ai concetti basilari dell’architettura sacra giapponese: la capacità di mescolare le carte, ovvero uscire dalla convenzione. Usando l’esigenza di un qualcosa di speciale come un punto di partenza. Per dar sfogo alle ragioni straordinariamente umane dell’imprescindibile creatività universale.


