La reggia ottocentesca che incorpora il vocabolario dei colori nel Romanticismo del Portogallo

In un discorso idiosincratico sull’eleganza, non sono sempre l’assenza del superfluo o la capacità di sottintendere concetti a creare l’atmosfera di ciò che può essere identificato come un modello. Ci sono modi utilizzati da chi “non ha bisogno” ed altri invece che utilizzano sentieri espliciti, aprendo la questione imprescindibile che porta i potenti ad essere diversi da chiunque altro. C’è chi segue la moda, in altri termini, e colui che la crea. E poi ci sono quelli per i quali non ha nessun tipo d’importanza ricondurre il proprio schema di valori a schemi di riferimento. La cui tesi operativa non rientra in uno stile ma piuttosto, l’eclettismo più sfrenato delle circostanze vigente. E non è noto esattamente quando, come o perché il Re Consorte del secondo paese iberico per dimensioni, Ferdinando II del Portogallo, ebbe l’occasione d’incontrare il geologo e ingegnere tedesco di ritorno dal Brasile, Wilhelm Ludwig von Eschwege. Né perché avrebbe scelto di assumerlo nel 1838 con le mansioni non esattamente coincidenti di architetto del Regno. Ma resta indubbio, a partire da quel singolo frangente, che due menti in grado di vedere il mondo nello stesso modo avrebbero potuto dare il meglio come tecnico e propositore di un capolavoro di mattoni e calce. Il singolo “castello”, poiché questo sembra sulla sua montagna che sovrasta la fiabesca Sintra, più bizzarro, variopinto ed a suo modo notevole del suo contesto culturale di appartenenza.
Ecco un paese, dunque, reduce dalle tribolazioni delle guerre napoleoniche e che con un sofferto decreto, aveva posto fine soltanto quattro anni prima alle pluri-secolari istituzioni degli ordini religiosi, giudicati ormai troppo influenti. Incline ad individuare collettivamente, nel catastrofico terremoto capace di devastare la capitale Lisbona una punizione divina per le proprie scelte politiche, oltre all’ormai nota spregiudicatezza coloniale delle sue province nei distanti quattro angoli del mondo. Evento storico, quest’ultimo, capace di distruggere in aggiunta il familiare complesso del monastero dedicato a Nossa Senhora da Pena, ovvero la Madonna, dai monaci di San Girolamo sopra la zona del Monte da Lua (Monte della Luna) un elevato promontorio a picco sull’Atlantico coperto da fitte foreste di querce da sughero, lecci e una straordinaria varietà di specie vegetali d’importazione. Allorché da un simile disastro, il sovrano avrebbe tratto ispirazione per la mistica rinascita di una forma mentis che taluni cominciavano ad immaginare, a ragionevole distanza dai valori tradizionalisti della Vecchia Europa. Il superamento della rigida accademia del neoclassicismo, per tornare all’ideale estetico di un tempo mistico, capace di completare e motivare la sua stessa narrazione inerente…

Lungo e necessario un simile preambolo, prima di giungere all’appellativo della residenza: il Palácio da Pena, la cui ossatura sostanziale sarebbe stata ricavata dalle parti residuali del complesso medievale, risalente all’epoca remota del regno di Manuele I (r. 1495-1421) considerato uno dei maggiori artefici dell’Impero del Portogallo. Nonché sostenitore dello stile artistico ed architettonico che porta il suo nome, corrispondente a un tardo gotico che integra influenze provenienti dall’arte islamica dei mudéjar e il plateresco spagnolo, con influenze italiane e fiamminghe. Recentemente tornato in voga in quel contesto successivamente al termine del periodo illuminista, sebbene il progettista largamente autodidatta Ludwig von Eschwege avesse qui decise di modificarlo ulteriormente con l’applicazione delle proprie esperienze di viaggiatore, inclusive di una conoscenza approfondita dei molti castelli ordinatamente disposti lungo il serpeggiante corso germanico del Reno. Il che avrebbe portato, nel 1847 a nove anni dall’acquisizione reale del monastero ed il terreno circostante, al completamento sostanziale del progetto con la straordinaria commistione di alte torri, ciascuna dotata di una cupola fatta eccezione per quella più alta, impreziosita dalla presenza delle quattro facce di un orologio. Unico elemento di un rosso acceso tra quelli aggiunti, laddove tale tonalità fu invece riservata alle parti residuali dell’originale struttura religiosa, le cui mura laterali erano state ricostruite con inaspettato intonaco dall’improbabile colorazione simile alla senape. Creando un vistoso contrasto con l’azzurro cielo della parte propriamente militaresca di questa reggia vagamente castelliforme, a sua volta sovrastata dal mastio decentrato giallo paglierino, capace di richiamarsi alle maggiori e più famose cupole del Rinascimento. Arcobaleno completato dalla merlatura delle mura sottostanti, parimenti ricoperte con la stessa inaspettata tinta. Allorché l’opera era stata quasi completata dal suo creatore tedesco, Ferdinando II intervenne ulteriormente affinché la sua visione di artista fosse incorporata nell’opera, richiedendo l’aggiunta di molti elementi mistici e simbolici, che avrebbero finito per allungare la data di consegna fino al 1854. Tra questi, particolarmente celebre il fregio che sorregge il bovindo sopra uno degli ingressi principali, con il bassorilievo di un tritone che fuoriesce da una conchiglia, circondato da immagini naturali che si richiamano ai quattro elementi dell’alchimia medievale.
Oltre i limiti dell’eclettismo e, nell’opinione di taluni contemporanei, quelli del buon gusto, la reggia di Pena fu negli anni successivi vista come un simbolo di sfarzo della monarchia al di sopra dei limiti contestuali riservati ai sudditi e comuni sottoposti, attirandosi dei sentimenti non sempre o necessariamente positivi da parte della popolazione della stessa Sintra. Fino all’immagine, particolarmente emblematica ed a suo modo decadente, della regina Amélia de Orleães, madre dell’ultimo re del Portogallo, che dalle sfarzose terrazze mostrava ai propri nobili ospiti i segni dei combattimenti dei moti del 4 ottobre 1910, prima di scappare all’estero in esilio con la famiglia alla caduta della monarchia nazionale.

In seguito rivalutato come simbolo di un’epoca nonché massima espressione di un linguaggio culturale estetico privo di termini di paragone, il palazzo di Pena sarebbe stato selezionato al sesto posto nell’elenco delle sette meraviglie del Portogallo, stilato nel 2006 mediante un epocale plebiscito dei nostri digitali utenti contemporanei. Riconfermando lo status di un sito già molto popolare tra i turisti, potendo beneficiare del contesto notevole del parco naturale che lo circonda, oltre alle attrazioni relativamente prossime del Castello dei Mori, la successiva e per certi versi ispirata reggia della Quinta da Regaleira (vedi) ed il sorprendente, stranamente armonico chalet alpino fatto costruire dallo stesso Ferdinando tra il 1864 e il 1869, per la sua seconda moglie, Elise Hensler la contessa di Edla.
Poiché nulla può essere considerato veramente arcaico o fuori luogo, se suona la sua musica senza cercare necessariamente di ottenere approvazione da qualcuno in particolare. Riuscendo paradossalmente, proprio in forza del suo metodo, ad ottenere l’eccellenza tramite un approccio trasversale che non può essere davvero messo in dubbio. Se non da coloro che discutono il concetto di bellezza in quanto tale, necessariamente scevro di connotazioni imposte da chicchessia.

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