La scomparsa del ragazzo sulla corda tesa tra il mondo del tangibile ed il cielo sopra la città di Delhi

Qualcosa di difficilmente immaginabile al giorno d’oggi, in cui ogni cosa è stata vista, sperimentata e sottoposta alla disanima di un migliaio e più di voci. Eppur nel 1890, l’articolo di un giornalista del Chicago Tribune riuscì ad affascinare due continenti. Tra il Nuovo e il Vecchio Mondo, l’approfondita descrizione di un trucco magico ed il suo presunto luogo di provenienza, identificato collettivamente come l’essenziale punto di partenza di ogni tipo di mistero. L’India coi suoi rinomati domatori, di serpenti ed altre fiere fuoriuscite dal cestino di vimini, che a dire del reporter John Elbert Wilkie, poteva certe volte contenere null’altro che una lunga corda. Capace di sorgere da esso al suono di una sussurrante melodia, la voce della mente e della volontà finalizzata a cancellare, per qualche attimo davvero memorabile, il comune rapporto tra gli oggetti e la gravità. Ora ciò che apparve, tra le colonne di quel quotidiano destinato ad aumentare conseguentemente la sua tiratura, aveva basi solide se non altro su frangenti culturali riportati da svariati autori storici, davvero esisti nel distante Oriente, sebbene l’interpretazione e traduzione in gesti pratici dei loro scritti fosse largamente frutto della fantasia del pubblicista americano. Ma il genio metaforico era ormai, come si dice, fuggito dalla solida bottiglia e pressoché nessuno, soprattutto nei circoli specializzati della prestidigitazione, poteva esimersi da spendere infinite parole in merito al Great Indian Rope Trick.
E possiamo biasimarli, persino adesso? Ecco uno spettacolo pieno di pathos e dramma situazionale, mistero e magia, nominalmente appartenente al genere dei saltimbanchi ustad-jamoora, in cui il fascino del pubblico viene generalmente conquistato dal rapporto in apparenza ligio e rispettoso di un aiutante o spalla, nei confronti dell’attore principale o in questo caso, possessore di poteri che esulano dalla comprensione umana. Così resi manifesti, nel mezzo di una piazza o luogo di ritrovo cittadino, allorché non soltanto il canape mostrato chiaramente viene reso rigido ed eretto in modo perpendicolare verso il cielo, ma il ragazzo viene fatto ascendere su di esso nel tentativo in apparenza raggiungibile di toccarne la cima. Se non che una volta a metà strada egli, inaspettatamente, scompare. Consegue a questo punto l’apparente furia dello stregone, che estratta un’affilata sciabola lo segue anch’esso verso il cielo, diventando parimenti privo di una forma ben visibile per gli atterriti spettatori. Ed è qui che il tutto assume proporzioni alquanto macabre e particolarmente spettacolari. Mentre si odono grida terribili, con gli arti della vittima che cadono, uno alla volta, dalla cima della corda improponibile, finché lo spietato assassino non compare nuovamente, coperto del sangue del suo servitore. Ma qui la progressione vuole, in base a quanto riportato da Mr Wilkie, che si affretti a ricoprire gambe, braccia, la testa e il torso del giovane smembrato con un panno. Permettendo tramite una breve formula magica, al presunto giovane smembrato di tornare nuovamente intero, sollevandosi da terra. Applausi.
Una scena surreale riportata unicamente per sentito dire, in base alla presunta narrazione di non meglio definiti “ufficiali coloniali britannici” che apparentemente avevano assistito in prima persona all’improbabile evento…

Si sarebbe in quegli anni affermato, con sapiente enfasi, che il Grande Trucco della Corda fosse stato praticato, in varie forme e manifestazioni, da un periodo lungo più di 1.000 anni, così come facilmente desumibile in base agli scritti filologicamente reperiti nell’ideale biblioteca indiana. Il che potrebbe ritrovare genesi remota in un testo filosofico dello studioso Gaudapada vissuto tra il VI e VII secolo d.C, che nell’Upanishad di Mandukya descriveva la parabola di un giocoliere, il quale salito sopra un filo magico combatteva una battaglia invisibile, venendo smembrato da forze misteriose per poi ritornare nuovamente integro come se nulla fosse accaduto. Vicenda possibilmente sovrapposta, per opera di John E.W. o una delle sue fonti, dal resoconto presente nei diari di viaggi dell’arabo Ibn Battuta, in merito allo spettacolo da lui sperimentato nella regione cinese di Hangzhou nel 1346, durante cui un maiale venne fatto risalire dal praticante su una catena innaturalmente tesa verso l’alto, scomparendo quindi sotto lo sguardo incredulo dei presenti. Fonti filologiche cui può essere aggiunta quella dello scrittore cinese Pu Songling, che attribuiva un trucco simile alla setta religiosa del Loto Bianco, incline a utilizzarlo per la scena in cui il prestigiatore raggiungeva le regioni mistiche del “giardino dei Cieli” sottraendovi per il proprio mecenate o committente di turno una delle inestimabili pesche divine dell’immortalità.
Fatto sta che il trucco della corda, per come iniziò effettivamente ad essere inscenato in una versione notevolmente semplificata da diversi saltimbanchi americani, diventò un successo in grado di riempire i tendoni del circo e le piazze durante le fiere itineranti, sebbene fosse realizzato in genere mediate espedienti più o meno palesi. Giacché sembrava che non fosse affatto difficile far sorgere la corda nella cesta, né permettere a qualcuno di arrampicarsi fino in cima. Sebbene mai nessuno, in Occidente, si sarebbe dimostrato in grado di far sparire il ragazzo, né tanto meno tagliarlo e pezzi per poi vederlo comparire nuovamente incolume, nell’atto finale. Ciò frustrò famosamente, in modo particolare, le associazioni di prestigiatori dell’Inghilterra Vittoriana, da cui si originò una ricerca più che decennale di qualcuno che potesse ottenere lo stesso effetto diventato ormai all’inizio del XX secolo, per usare un termine contemporaneo, “virale”. Diverse personalità, tra cui militari rispettati come il tenente Frederick William Holmes nel 1917 e Lord Frederick Spencer Hamilton per il tramite del colonnello Bernard nel 1921, riportarono di aver assistito personalmente a spettacoli di questo tipo in India. Entro alcuni anni, iniziò ad essere offerta una ricompensa su più fronti a chiunque potesse riprodurre il trucco, ad esempio di 5.000 rupie ad opera di Howard Thurston (1927) poi 200 ghinee da parte di Arthur Claude Darby, in arte Karachi (1935), Ma nessuno sarebbe mai riuscito, nonostante i tentativi, ad effettuare il trucco come raccontato in ogni sua parte rilevante dai presunti testimoni oculari.

Il che diventa comprensibile qualora ci si metta a considerare le precise implicazioni dei singoli passaggi coinvolti. Laddove l’erezione della corda, come più volte ridimensionato dai teorici coinvolti, può essere ottenuta in modo meccanico con diversi metodi: un cavo invisibile teso tra due edifici agganciato tramite un uncino, un’anima ad incastro, costituta secondo alcuni da vertebre di pecora, capace d’irrigidirsi con particolari movimenti. O ancora l’espediente più frequentemente utilizzato, di una camera nascosta sotto terra, da cui un aiutante nascosto faceva fuoriuscire un palo di metallo verticale nello spazio interno della magica gomena, onde ritirarlo successivamente ad un segnale premeditato. Mentre per quanto concerne tutto quello che veniva dopo, l’unica possibilità era la suggestione collettiva o abili artifici di distrazione. Forse il trucco poteva avvenire contro luce, permettendo in questo modo al giovane jamoora di eclissarsi in alto, ricadendo svelto a terra non visto per poi essere coperto dal telo. Magari il capo dello show gridava per chiamare l’attenzione, mentre gettava dalle ampie vesti gli “arti” smembrati, così da permettere alla controparte di nascondersi nel fumo o tra la polvere appositamente sollevata dai suoi compari. Eventualità egualmente plausibili, quanto difficilmente praticabili di fronte a un pubblico che si recava sulla scena con precise aspettative e tutta l’intenzione di riuscire a smascherare il presunto stregone. Per non parlare dei tempi moderni, successivi all’introduzione della cinepresa per studiare approfonditamente ogni circostanza anche remotamente insolita o surreale.
E in fondo chi può dire fino a che punto John E.W. avesse lavorato di fantasia, o lo avessero fatto i suoi presunti ispiratori, ingrandendo possibilmente in buona fede narrazioni ormai ben collaudate, vecchie di decadi e arricchitesi per questo di dettagli ulteriori. Lo stesso Chicago Tribune, ben quattro mesi dopo la pubblicazione dell’originale articolo del 1890, ritenne prudente ritrattare, presentando al mondo le proprie opportune scuse. Il che può essere visto come un il più ironico dei risvolti possibili, visto tutto quello che venne dopo. Forse il Grande Trucco della Corda, dal punto di vista prettamente figurativo, era sempre esistito. Mancava soltanto qualcuno che, in un modo o nell’altro, riuscisse a renderlo perfettamente manifesto dalle regioni inesplorate della nostra psiche.

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