Se il mondo terreno è la diretta risultanza di un sistema di regole e cause più o meno remote, complessivamente iscritte sulle pagine del Fato da una serie di divinità del tutto consapevoli e più o meno interessate alle tribolazioni umane, ne deriva che un preciso metodo pensato per interfacciarsi con queste ultime possa fornire indizi funzionali e approcci sistematici, capaci di aiutarci nelle nostre scelte quotidiane verso la realizzazione d’importanti aspirazioni ed obiettivi personali. Ciò fu la sostanziale base operativa in molte culture del Mondo Antico soprattutto occidentale, per l’istituzione di siti mistici ove il confine tra i due τόποι contrapposti dell’umano e il sovrannaturale diventava straordinariamente labile, permettendo a individui forniti del rilevante “dono” di abbandonarsi al flusso dell’ispirazione, in grado d’indicare grazie a profezie o visioni l’effettivo aspetto della Via intrapresa. O almeno, questo era l’approccio previsto dalla convenzione. L’esistenza di sacerdotesse o profeti adibiti a tale compito, come nei celebri oracoli di Delfi, Dodona e Cuma nei Campi Flegrei, rende legittimo il sospetto a posteriori, e possibilmente già nell’epoca tarda, che il messaggio riportato non fosse sempre l’effettiva risultanza di queste premesse, bensì un tentativo scaltro di manipolare menti deboli o eccessivamente rispettose delle tradizioni religiose coéve. Forse proprio in funzione di questo, l’unico dei siti in grado di continuare ad operare almeno fino al secondo secolo d.C, quando venne visitato e descritto dallo storico di epoca romana Plutarco, fu quello dedicato al culto ctonio del misterioso dio Trofonio della Beozia, l’unico capace di comunicare senza intermediario con i propri supplicanti. O almeno quelli tra coloro intenzionati ad affrontare una delle più terribili esperienze collegati a tale prassi, da cui si usciva tanto spesso cambiati nel proprio essere ed in grado ad un diffuso modo di dire, non più capaci di sorridere “alla stessa maniera”.
Ne parlò ancor più estensivamente Pausania il Periegeta (110-180 d.C.) nei suoi diari di viaggio confluiti nella Periegesi della Grecia, con trattazioni lunghe e approfondite dei molti luoghi eccezionali di questo antico paese, inclusa per l’appunto la fiorente cittadina di Livadeia, situata lungo il corso del fiume Ercina. Così chiamato per l’appunto, proprio dall’appellativo della ninfa o naiade con il mandato di proteggerlo, versione sottoposta ad apoteosi della figlia di Trofonio stesso, un celebrato eroe figlio del Sommo Zeus che aveva posto l’una sopra l’altra, assieme al fratello Agamede, le sacre pietre dell’Oracolo di Apollo dove la Pizia riceveva i propri vaticini allucinatori. Soltanto affinché i due ricevessero, come prima profezia divina, il mandato a realizzare con successo qualsivoglia desiderio per sette giorni successivi. Al termine dei quali, la loro vita s’interruppe all’improvviso e senza alcune possibilità di appello, da cui il detto “Chi è amato dagli Dei non vive mai eccessivamente a lungo.” Ma i miti greci come è noto sono molteplici e contradittori, per cui sussiste un’interpretazione alternativa di quel personaggio, alla base del suo approccio insolito, così notoriamente utile a manifestarsi e prevedere gli eventi futuri…
Trofonio aveva costituito dunque, in base alla narrazione di Pausania, un architetto assieme al fratello, con fama sufficientemente rinomata da trovarsi convocati al cospetto personale del Re Ipreo di Beozia, intenzionato a farsi costruire una camera segreta dove custodire i suoi molti tesori. Completata dunque tale opera, i mendaci costruttori scelsero d’includere un ingresso segreto, da cui ritornarono nei giorni successivi nella caverna per sottrarre le ricchezze del sovrano un poco alla volta. Ignorando chi fosse il colpevole ma intenzionato ad ottenere la propria vendetta, Ipreo fece quindi disporre una trappola all’interno del deposito, che puntualmente avrebbe intrappolato Agamede durante l’escursione successiva. Ritenendo a questo punto di non poter fare altro per nascondere la propria identità, Trofonio decise di tagliare la testa del fratello, correndo a rifugiarsi in una grotta nella regione di Lebadaea, dove la Terra stessa, per punirlo, lo inghottì senza possibilità di appello.
Qui nelle profondità delle tenebre senza tempo sarebbe stato presto rimosso dalla memoria collettiva, se non fosse per l’intercessione rinnovata dell’Oracolo di Apollo. Il quale per il tramite della sua Pizia, interrogata in merito a una grave carestia in Beozia, disse ai richiedenti che l’unico modo per salvarsi sarebbe stato rendere di nuovo omaggio ad una figura dimenticata della loro storia. Allorché un agricoltore di Lebadeia, seguendo delle api ai margini di un campo, si sarebbe imbattuto nella grotta leggendaria dove risiedeva lo spirito di Trofonio. Mentre in una differente interpretazione, sarebbe stata proprio sua figlia, rimuovendo una pietra sotto cui si era nascosta la sua oca, a lasciar scaturire miracolosamente il fiume eponimo tramite cui vengono tutt’ora irrigati i campi della regione. Fatto sta che come effetto collaterale dell’uno o dell’altro episodio, la misteriosa voragine sarebbe diventata il fondamento dell’ignoto sistema di considerazioni e credenze dogmatiche, necessario alla fondazione di un nuovo sito oracolare nella Grecia antica.
L’importanza di Trofonio crebbe durante le successive generazioni, al punto che Strabone di Amasea nel primo secolo d.C. era solito riferirsi a lui come un aspetto sotterraneo di Zeus in persona, al pari di Meilichios, arcaico demone ateniese protettore del miele. Ciò possibilmente in funzione dell’impressionante metodologia predittiva impiegata dal suo oracolo, geograficamente adiacente al tempio che gli era stato dedicato nei dintorni di Livadeia. I cui richiedenti, successivamente ad un preciso rituale che prevedeva alcuni giorni di sacrifici e purificazione della mente e del corpo, venivano fatti scendere all’interno di uno spazio sotterraneo, dove avrebbero dovuto bere da due fonti in grado d’indurre effetti sovrannaturali: quella di Lethe, per dimenticare ogni nozione del mondo di superficie, e quella di Mnemosyne, affinché gli fosse possibile ricordare, al termine dell’ordalia, l’auspicabile rivelazione ricevuta da Trofonio in persona. Passaggio successivamente al quale essi venivano unti e dovevano avanzare fino a “un foro nella parete della grotta” e infilarvisi con le gambe in avanti, prima di essere “tirati dentro da una forza misteriosa”, nella più totale oscurità dove avrebbero sperimentato le terribili visioni del proprio domani. Soltanto al termine di un tempo sufficientemente lungo, i guardiani del santuario sarebbero andati a prenderli da un ingresso alternativo, riportandoli in superficie e facendoli sedere sul trono in pietra della Memoria. Dove con parole spesso sconnesse, essi avrebbero dettato loro la profezia.
Non più chiedere alla Pizia dunque, ma diventare in prima persona e per un giorno soltanto, dei provetti profeti. Un tipo di esperienza trasformativa le cui implicazioni mistiche ed importanza nella crescita personale di un individuo, soprattutto all’epoca in cui l’intercessione divina era una semplice realtà del quotidiano, occupavano lo spazio più elevato nella comprensione dei propri effettivi presupposti situazionali. Obiettivo possibilmente qui raggiunto, in base a mere considerazioni empiriche, tramite lo strumento di sostanze psicotropiche e la privazione sensoriale.
Niente più che delle mere ipotesi, visto come pur avendo ritrovato il tempio di Trofonio, l’effettivo aspetto e luogo della caverna collegata ad esso resti per lo più un mistero. Con l’unico sito proposto, mostrato in apertura, della grotte aux banquettes (“con scanalature”) presso le fonti dell’Ercina, non troppo lontano dalla torre fortificata costruita nel XIV secolo dalle forze mercenarie della Compagnia Catalana d’Oriente. Le quali, rimaste senza un committente dopo aver servito i Bizantini contro i Turchi in Asia Minore, avevano sconfitto nella battaglia di Cefisso il Duca Gualtieri V di Brienne, signore di Atene. Procedendo successivamente a vendicarsi per il mancato pagamento, devastando una parte considerevole della Grecia centrale inclusi, assai probabilmente, molti dei siti collegati al culto di Trofonio.
Non è d’altronde un caso se siamo soliti chiamarlo “Medioevo”. Una sostanziale e formidabile barriera sul sistema dei valori ancestrali e quelli destinati a prosperare dalle ceneri di una civiltà soprasseduta. Permettendo solamente a stolidi e immutabili frammenti di arrivare fino a noi, nell’inversione degli auspici predittivi di coloro che credevano di poter dominare, in rare circostanze, gli Dei e il proprio stesso destino.


