L’affascinante possibilità che 50 caccia della Luftwaffe giacciano tutt’ora sotto il suolo dell’Anatolia

Ci sono molti modi per misurare il successo di una nazione in guerra e da un certo punto di vista, probabilmente il campo di battaglia in grado di riservare il maggior numero di meriti non è quello invaso da forze di terra, mare o cielo bensì il mantenimento di una posizione in bilico nel campo spesso imprevedibile della diplomazia. E nella misura in cui possa esistere una graduatoria sotto questo aspetto, un paese in grado di andare particolarmente lontano in tal senso nel corso del secondo conflitto globale fu senz’altro la Turchia. Neutrale fin da subito, capace di non sbilanciarsi nella delicata rete di alleanze o antipatie di quegli anni selvaggi, il paese principale dell’Asia Minore continuò a coltivare i rapporti stabiliti a seguito del patto dei Balcani con Grecia e Romania durante l’invasione da parte degli Italiani di quest’ultima nel 1940, cercando nel contempo assistenza in termini di armi e veicoli da parte d’Inghilterra, Stati Uniti e Francia. Non soddisfatto di tale sicurezza, il governo di Ankara con una mossa a sorpresa stipulò in seguito un accordo di non-aggressione con la Germania il 18 giugno del 1941, trattando direttamente con l’ex-cancelliere Franz von Papen inviato come ambasciatore nel paese al fine di tutelare gli interessi del Reich. In un letterale colpo di genio, sfruttando l’interesse delle forze dell’Asse ad ingraziarsi il nuovo possibile alleato nonché il significativo interesse nell’acquisto del minerale cromo di cui il paese era riccamente fornito, i funzionari turchi chiesero ed ottennero in tale occasione l’opportunità di una nutrita fornitura di equipaggiamento difensivo, per una transazione pari a 510.000 marchi, l’equivalente di 4 milioni di dollari al cambio attuale. Pur mirando in senso nominale alla protezione da possibili bombardamenti delle sue città, che all’epoca già osservavano il coprifuoco e osservavano la disciplina militare, con una nutrita componente di cannoni e mitragliatrici anti-aeree, l’accordo prevedeva anche la consegna di una certa quantità di velivoli all’avanguardia, nello specifico 72 potenti caccia Fw-190 A3 con motore BMW-801, tra i migliori e più versatili intercettori del periodo bellico della metà del secolo scorso. La significativa quantità di aerei, in realtà corrispondenti a poco meno di una giornata di produzione dell’imponente macchina industriale tedesca di quegli anni, vennero dunque consegnati mediante ferrovia e riassemblati presso il campo aereo di Yeşilköy, tra marzo ed agosto del 1943. Una scena, quest’ultima, tutt’altro che inusitata: già in quel periodo in effetti la Türk Hava Kuvvetleri, o Aviazione Turca aveva potuto beneficiare in larga parte di forniture straniere, con una grande quantità e varietà di velivoli difensivi ricevuti dalle forze alleate tra cui vari modelli di Spitfire inglesi, Curtiss P-40 statunitensi e persino bombardieri di ambo i fornitori tra cui Bristol Beaufort e B-24. Il che avrebbe portato in seguito all’accordo citato i cieli di quel vasto territorio ad essere sorvolati da surreali stormi misti composti da aerei normalmente nemici tra di loro, con i Focke-Wulf mescolati agli altri e lietamente pilotati al fine di mantenere al sicuro i perimetri loro assegnati, in base ad un ferreo regime di pattugliamento e sorveglianza dei confini nazionali che prevedeva l’uso di segnali di fumo all’avvistamento di potenziali minacce oltre la linea dell’orizzonte. L’apparente idillio di tecnologie avverse in questo azzurro cielo, tuttavia, fu destinato ad avviarsi al suo naturale superamento il 23 febbraio del 1945, quando ormai verso il concludersi della guerra in Europa e non potendo più tergiversare, la Turchia fu forzata dagli eventi a dichiarare finalmente guerra alla Germania. Fu quello l’inizio, di una cascata di eventi impossibile da invertire…

È una questione ragionevolmente nota, sebbene basata principalmente su fatti implicati o meramente aneddotici, che a seguito dell’aderenza del governo turco al piano Marshall statunitense, l’intercambio di risorse prevedesse ulteriori forniture di materiale militare, a patto che gli aerei forniti dalla Germania, per cui l’ottenimento di pezzi di ricambio era ad ogni modo ormai diventato impossibile, venissero effettivamente ritirati dal servizio e sottoposti a smantellamento. Ed è qui che i fatti storici verificabili sconfinano, in modo alquanto prevedibile, nella leggenda. Giacché in un mondo che ben ricordava i dolorosi anni del conflitto, sarebbe stato impossibile per la Hava Kuvvetleri tergiversare in alcuna significativa maniera. Il che non significava che ai vertici del Comando Maggiore fossero ben disposti nei confronti di un simile spreco di strumenti bellici ancora potenzialmente utili, in forza della rinomata versatilità del Focke-Wulf, adattabile ad un’ampia varietà di scenari di guerra presenti o futuri. Così basandosi sul fatto di un effettivo piano di volo, che a quanto si dice avrebbe visto l’intero stormo degli almeno 50 aerei superstiti atterrare presso la base dell’aviazione di Kayseri, centro urbano ai margini delle vaste pianure dell’Anatolia, iniziò a girare voce in determinati ambienti che gli aerei fossero stati efficacemente nascosti, piuttosto che annichiliti come fatto doverosamente figurare nei resoconti. Nell’unica maniera possibile vista la complessiva dimensione di tali oggetti: scavando una profonda buca e seppellendoli all’interno, sfruttando teli protettivi ed imbevuti d’olio al fine di combattere la corrosione. Un’immagine particolarmente suggestiva per gli appassionati di storia, anche e soprattutto in funzione della ben nota cattiva sorte che toccò in sorte a questi eccelsi velivoli al termine del conflitto, dei quali sopravvivono ad oggi appena qualche decina di esemplari nonostante gli oltre 20.000 costruiti dalla Germania durante il lungo corso del suo tragico periodo nazifascista. Distrutti, smontati, riciclati fino agli ultimi 28 custoditi gelosamente in musei dell’aviazione e collezioni private in giro per il mondo ed un singolo esempio, approfonditamente restaurato, ancora in grado di sollevarsi in volo presso Everett nello stato di Washington, dopo un fortunato ritrovamento nel 1989 in una foresta nei pressi di Leningrado. Va da se perciò che ritrovare il leggendario deposito sotterraneo turco potrebbe costituire, nell’immediato futuro, una letterale capsula del tempo verso il maggior conflitto della storia umana nonché l’occasione di portare alla luce una preziosa quantità di sofisticata tecnologia appartenente all’epoca dei nostri insigni predecessori. Abbastanza, nello specifico, da suscitare lungamente l’interesse di alcune figure chiave, tra cui spicca in modo particolare lo storico amatoriale turco Uluhan Hasdal, assurto brevemente alle cronache nel 2016 dopo la pubblicazione dei risultati ottenuti tramite un metal detector, tali da provare l’esistenza di una massa di materiale non facilmente spiegabile sotto l’area, ancora deputata al decollo ed atterraggio, della base militare di Kayseri. Questione immediatamente e famosamente ripresa dallo studioso ed articolista del settore Stuart Kline, di origini statunitensi ma residente in Turchia, il quale iniziò a figurare tra i principali sostenitori dell’ipotesi della costruzione di un museo aeronautico dedicato ad Ismail Akbay, primo ingegnere del paese ad aver lavorato presso la NASA. Dove i misteriosi aerei avrebbero potuto essere esposti a seguito di un ipotetico ritrovamento, giungendo a costituire uno dei poli turistici di maggior rilievo di questa intera regione.

Non che leggende di questo tipo siano inaudite in altri luoghi d’Europa e non solo, con l’ultimo destino egualmente incerto riservato ai Fw-190 di stanza presso la Norvegia occupata, per non parlare dell’ipotesi che una certa quantità di P-40 Warhawk e Bristol Beaufighter possano trovarsi, in una situazione contrapposta e analoga, nascosti in relativa sicurezza sotto il suolo circostante Burma, in Myanmar. Con tentativi altrettanto inconcludenti d’instaurare campagne finalizzate al loro recupero, spesso difficili da motivare dato il costo elevato con un ritorno dell’investimento tutt’altro che garantito. Al che si aggiunge il fatto che, sebbene nel caso turco esista una precisa località coinvolta, essa è tutt’ora situata in zona militare sottoposta a severe restrizioni operative. Lo stesso fatto che detriti metallici si trovino sotto una pista d’atterraggio, come nominalmente dimostrato dal cercatore Hasdal, non è poi questione in alcun modo risolutiva, vista la possibile identificazione come resti di vecchi serbatoi di carburante, officine dismesse o altri simili apparati collaterali.
Nella più totale e sostanziale indifferenza collettiva, la potenziale scoperta resta dunque congelata tra le pagine di quel periodo storico dagli infiniti gradi di complessità inerente. Potendo ricordare, almeno in linea di principio, il modo in cui il successo in battaglia sia soltanto uno dei lati possibili con cui difendere i propri confini. Ed in definitiva l’arma più preziosa di tutte sia proprio quella che, per una ragione o per l’altra, non è mai andata incontro alla necessità di essere utilizzata.

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