Nelle narrazioni tramandate da millenni attraverso il repertorio del Tempo del Sogno, strumento cognitivo e filosofico impiegato dalle genti aborigene dei Gija, Jaru e Miriwoong, nessun essere presente dai primordi poté compiere un gesto più egoista di Brolga, la gru grigio-azzurra dalla nuca rossa e il grande becco appuntito. Quando impiegando proprio un simile implemento, strinse saldamente un coolamon di legno, scavato dagli antichi dentro un tronco di malee. Per poi avvicinarsi di soppiatto all’unica pozza d’acqua presente all’epoca nella vasta terra di Bandian, immergendolo all’interno per colmarlo del prezioso fluido scintillante. Così del tutto indifferente alle regole degli uomini e degli esseri superni, aveva portato a compimento il primo furto di cui si abbia notizia. Volando via lontana, tra cieli distanti. Ma mentre l’emù ed il wallaby, l’echidna ed il vombato, il quokka ed il koala volgevano lo sguardo e gridavano all’indirizzo della perfida creatura, soltanto uno degli animali della Terra fu capace di mettere a frutto la propria abilità ed il consumato ingegno. Egli era la rana e saldamente stretto nelle sue zampe anteriori, c’era il boomerang, antonomasia di strumento in grado di eseguire il suo giudizio a distanza. Formidabile legnoso strale, aerodinamico e tagliente, il proiettile volò direttamente contro il suo bersaglio. Tanto che la Brolga obliquamente fuori dalla traiettoria, si piegò da un lato, rovesciando verso il basso l’agognato contenuto del coolamon. Piovve allora per molti giorni, settimane e mesi. Mentre il caotico rovescio modellava il territorio, deviando il corso dei potenti fiumi, e riportando vita dove prima c’era solo il ruvido deserto. Persino le montagne venivano scolpite in nuove forme, rivelando strati precedentemente inusitati. Soprattutto qui, nella regione al margine del winan, la tradizionale rete d’interscambio e comunicazioni tra le genti dell’entroterra. Nel sito sacro noto come Purnululu, un termine che in senso moderno può essere tradotto semplicemente come “arenaria” benché ciò manchi di sottolineare il suo fondamentale ruolo nella celebrazione rituale, l’iniziazione dei giovani e la sepoltura degli antenati. Al cospetto di ciò che soltanto la natura avrebbe mai potuto plasmare in modo tanto appariscente e inconfondibile allo sguardo di coloro che conoscono gli antichi presupposti della creazioni.
L’epistemologia contemporanea è quel principio di ragionamento in base al quale l’unica maniera per comprendere la vita è la profonda ed indiscussa razionalità. Una visione tramite la quale i meriti di una vigente civilizzazione vanno conteggiati in base ai suoi traguardi tecnologici e le metodologie da essi sottintesi, ovvero in altri termini, il valore percepito come imprescindibile di ciò che siamo soliti chiamare il Progresso. Il che mise i primi colonizzatori europei della vasta regione oggi nota come il Kimberley nell’orgogliosa posizione di spiegare ai nativi per filo e per segno la formazione fisica e geologica di un luogo come il distretto collinare roccioso del ribattezzato Bungle Bungle Range. Quelle montagnole simili a giganteschi alveari o termitai, dalle vistose striature rosse e nere. Ed i sentieri con le loro intercapedini, confluenti in piccole piazzole dall’acustica che pare alludere alla trascendenza di colui o coloro che si trovano disposti ad ascoltare…
quarzite
I giganti di Manpupuner, frammenti di un sogno geologico che la Terra ha dimenticato di cancellare
Sette soli guerrieri possono costituire per un popolo rischio esistenziale, soprattutto quando provengono dalle remote regioni della Siberia, dove il bisogno di sopravvivere, contro un clima e la natura ostile, ha da tempo lasciato i deboli nelle trascorse peripezie generazionali umane. Fino all’imporsi di stirpi genetiche descritte nelle loro Storie, senza evocare la scusa d’intercessioni divine o le gesta d’epici eroi, capaci d’inseguire un caribù al galoppo, o abbattere un orso a mani nude. Veri e propri giganti e non soltanto in senso metaforico, se soltanto volessimo interpretare un senso letterale quanto si narra da un tempo immemore nella regione di Troitsko-Pechorsky all’interno della Repubblica di Komi, nella zona nord-orientale della Russia europea. Vicende fuori dal tempo perché tramandate, nello specifico, in forma orale come parte del corpus tradizionale dei Mansi, i quali più volte entrarono in conflitto coi Nenci o Samoiedi che avevano l’abitudine di varcare in armi gli alti passi dei monti Urali. Tra cui spicca, per la propria stretta interconnessione con un sito specifico fisicamente visitabile sul territorio, la leggenda di Manpupuner ovvero la Piccola Montagna degli Idoli, connessa ad una battaglia magica che sarebbe stata vinta soltanto grazie al potere della stregoneria. Quando un potente sciamano della tribù, scorgendo i titanici razziatori all’orizzonte, si frappose coraggiosamente sul loro cammino armato soltanto del tamburo che usava durante i rituali per chiedere consiglio agli antenati. Il quale aspettando l’ultimo momento, lasciò cadere strategicamente sul terreno pietroso concedendosi una breve preghiera alle forze primordiali del cosmo. Che convergendo in quel punto fatale, intercedettero trasformando gli assalitori in pietra.
Oggi svariati secoli, o magari persino millenni da tale miracoloso episodio molti si recano ad ammirarne la remota risultanza, concretizzata nell’ombra svettante di sette rocce verticali, con un’altezza variabile tra i 30 e 42 metri, le cui forme tortuose ed imprevedibili sembrerebbero congelate nell’attimo d’ira ed agonia fatale. Particolarmente per quanto concerne la maggiore, posta ad una certa distanza nella composizione prospettica, il cui profilo ricorderebbe per l’appunto una figura umana con le braccia alzate, intenta a sollevare da terra un pericoloso tamburo sciamanico intento a rilasciare la sua magia. Benché alcuni affermino, in modo assai più prosaico, che parrebbe piuttosto trattarsi di una bottiglia in posizione rovesciata…

