La questione spesso sottovalutata in merito alle vigenti proiezioni di un domani, elaborate sulla base dei fattori e circostanze in essere, è il modo in cui mutevoli tendono a essere i frutti speculativi, tanto quanto i visibili tracciati del groviglio di radici situazionali. Così che il brillante mondo di fluttuanti dirigibili ed automobili nucleari, teorizzato tra gli anni ’50 e ’60, ci appare ad oggi tanto superato quanto le colonie marziane ed i robot parlanti del ventennio successivo, per non parlare delle cupe megalopoli dove i telefoni a gettoni diventavano strumenti usati dai cyborg informatici per contrastare le tentacolari zaibatsu giapponesi. E che dire allora dell’effimero ottimismo del nuovo millennio, popolato di megaprogetti urbani e interconnesso da potenti mezzi di trasporto, volanti o meno, con energia virtualmente infinita e carburante fossile bastante al viaggio collettivo da un angolo all’altro di un pacifico globo terreno? Quando tutto viene visto come possibile, nessuna aspirazione resta indietro. Il che costituisce pressoché da tempo il sincretistico pensiero situato a fondamento del progresso percepito come linea retta e ininterrotta, andante a perdersi verso un orizzonte percepibile ed al tempo stesso indefinito. Ma considerate a questo punto, come apposizione di contesto, un fatto lungamente acclarato: relativo al modo in cui gli indistruttibili bastioni della civiltà del Nord del mondo, il cosiddetto centro pulsante dell’epoca contemporanea, stanno ormai da tempo andando incontro alla stagnazione. New York dal deficit immisurabile. Tokyo dalle nascite sempre più rare. Londra e Parigi dov’è quasi impossibile acquistare una dimora. Tutto questo mentre i siti giustapposti di un contesto svantaggiato continuano implacabilmente a veder crescere i latenti presupposti alla preminenza. Luoghi come Lagos, capitale del Niger da 21 milioni di abitanti, capace di sfidare in tali termini Pechino, Buenos Aires o Bangkok. Ma di cui nessuno sembra approfondire le vigenti predisposizioni. A meno di conoscerla in maniera puntuale, come nel caso dell’artista ed architetto Olalekan Jeyifous alias LEk, espatriato naturalizzato a Brooklyn, che di rivedere in senso immaginifico questa località oscura nella percezione collettiva ha fatto una parte inscindibile del suo messaggio, attraverso una famosa serie di rendering e fotografie alterate iniziate nel 2015, come fondamento di una narrazione prossima alla fantascienza del settore narrativo. Che sostituisce in un’ipotetico 2081 i grattacieli di vetro e cemento con megastrutture costruite a partire da materiali reperiti localmente, quali legno e acciaio di recupero, svettanti sopra i ponti che collegano le isole del centro abitato alla terraferma africana. In un ambiente climaticamente responsabile, in cui ogni fonte di acqua ed elettricità fa parte di un circuito attentamente riprogettato…Così chiaramente messo in evidenza dalla sua successiva espressione programmatica: “What… If we get it RIGHT?”
possibilità
Prove pratiche di Superwood, tecnologia che ambisce a trasformare la foresta in un grattacielo
Due linee parallele che convergono occasionalmente, generando nuclei d’opportunità finalizzati a migliorare l’efficienza nel risolvere le problematiche latenti: da una parte la creazione, dall’altra, la trasformazione. D’altra parte non è sempre semplice, a seconda delle circostanze, distinguere tra questi aspetti in apparenza contrapposti verso l’obiettivo imprescindibilmente necessario del progresso collettivo umano. Come in una metamorfosi delle comuni aspettative, funzionali alla rivoluzione quotidiana dei progetti realizzabili attraverso pratiche, tangibili risorse del nostro stanco pianeta. Così per lunghi secoli, avendo posto sopra un piedistallo l’ossatura inosservabile della Caverna Plutoniana, attribuendo a quei metalli e minerali un ruolo strettamente collegato all’immanenza delle nostre opere, parrebbe strano ritornare all’utilizzo di un qualcosa che gli antichi preferivano impiegare per la costruzione delle proprie case, imbarcazioni, armi e attrezzi per l’agricoltura. Benché sussista almeno un caso in cui il rivolgersi di nuovo al “mero” legno, sostanza residuale della florida vegetazione dipartita, possa non costituire un passo indietro bensì, quanto meno, avanti o di lato: quando non è più semplice wood, ma super–wood. Qualcosa di così migliore per quanto concerne resistenza, affidabilità, logistica, che potrebbe provenire dal pianeta Krypton. Lasciandoci sperare che non possa possedere comparabili accezioni negative nei confronti di un benevolente semidio castoro.
Questa ben più che una semplice remota aspirazione, visto l’imminente lancio commerciale entro la prima metà del 2026 di un prodotto frutto dell’attenta sperimentazione e perfezionamento della startup statunitense Inventwood (etimologicamente qui s’inizia a intravedere un tema) nata come in tanti casi simili da un gruppo di persone coinvolte in un rivoluzionario studio scientifico dalle forti implicazioni imprenditoriali. Intese come la capacità di agevolare una proficua metamorfosi, dalla figura di scienziato a quella d’imprenditore, laddove simili campi d’interesse non necessitano certo di essere mutualmente esclusivi. E d’altra parte non sarebbe utile di certo scollegare l’avanzamento della collettività indivisa dalla distribuzione tecnologica di un materiale totalmente rinnovato che attende di essere standardizzato al di là di poche norme ereditate da campi adiacenti. Con tutti i rischi e le sfide, sia dal punto ingegneristico che legislativo, che potrebbero tenderne ben presto a derivarne. Qui si sta parlando, in fin dei conti, di lasciarsi indietro in molti campi ciò che ha sostenuto tanto a lungo le nostre costruzioni più imponenti e durature: l’acciaio stesso! Che altro…
La scultura fuori dal contesto che mostra la quarta dimensione facendo muovere il tesseratto
Seduto a gambe incrociate nella mezza posizione del loto, sollevo lievemente le mie palpebre al momento esatto in cui lo spaziotempo sembra essere piegato da una vibrazione transiente. Per molti giorni ho meditato, sopra l’arieggiata roccia del Karakorum, alla ricerca della logica ragione delle forme. Il profilo che ora scorgo dominare sulla valle sottostante mi dimostra, finalmente, che avevo una valida regione per farlo. I 32 spigoli ed i 16 angoli della suprema manifestazione appaiono traslucidi ed opalescenti, nello sforzo di permeare la membrana sull’ultimo confine del nostro affollato angolo del mondo. Per volere di una mente ferrea, ed il bisogno di scoprire l’ultima ragione delle cose, l’ultima barriera infine si divide. E con un’inaudibile boato, l’ipercubo è giunto. Ma l’Universo non riesce veramente a contenerlo. Esso esiste, eppure al tempo stesso sfugge in parte alla spaziale comprensione. Nessun aspetto della geometria divina esimersi dal continuare a farlo. Dunque con il movimento e la continua danza dei maestosi astri, l’insieme dardeggiante non potrà davvero porre fine alla sua rotazione persistente. Spinto da una forza che lo porta a ripiegarsi in modo ricorsivo su se stesso, ancora e ancora, dando luogo all’incessante nascita della sua stessa ombra. Con un profondo respiro, chiudo nuovamente gli occhi. Mentre la mia mente incorpora i concetti che conducono alla quarta dimensione dell’Esistenza.
È una visione per certi versi mistica ed in effetti quanto meno straniante, quella che aspetta i partecipanti al tour guidato del complesso Science Gateway presso l’istituto di ricerca del CERN di Ginevra. Dove tra le varie installazioni dedicate in modo esplicito a suscitare un interesse per la fisica nelle nuove generazioni, campeggia fin dall’inaugurazione del 2023 una scultura cinetica dall’aspetto e funzionamento straordinariamente particolari. Trattasi di Round About Four Dimensions, creata dagli artisti tedeschi Julius von Bismarck e Benjamin Maus, con la collaborazione tecnica del fornitore industriale CNC24. Molto più che un semplice cubo e al tempo stesso, qualcosa di diverso da un comune oggetto costruito sulla base di cognizioni logiche e immanenti. Trattandosi nei fatti della propria stessa evidenza, di una delle proiezioni matematicamente possibili di qualcosa di trascendente, ovvero l’ipotesi visuale, resa popolare per la prima volta dall’autore di fantascienza ante-litteram Charles Howard Hinton nel 1880 che l’aveva chiamata il tesseratto, della più basilare forma geometrica capace di coinvolgere un’ulteriore dimensione oltre alla terza. Immaginate dunque un punto immobile nell’infinito, che guadagni un suo compagno permettendo l’esistenza della linea. Che venga successivamente estrusa lungo il piano orizzontale, aggiungendo a quell’immagine mentale il concetto di un quadrato. Il quale sollevandosi verticalmente, darà origine al primo volume nell’insostanziale permanenza. Ed infine nella risultante comunione di elementi, la creazione risultanti inizi a estendersi verso una direzione ulteriore. Che non è l’interno né l’esterno, ma piuttosto entrambe le cose, lungo l’asse imperscrutabile del Tempo…


