Istanbul, estate del 1633: splendente come il manto di un vetusto dignitario, il tratto di mare antistante al promontorio del Serraglio rifletteva un cielo terso sul finire della mattina, con macchie di gabbiani solitari in lontananza. Le svettanti torri del Topkapi disegnavano una linea sopra la città impegnata nel portare a termine le severe riforme di un impero Ottomano avviato sulla strada del cambiamento. Sotto l’occhio imperturbabile di sua Maestà il Sultano Murad IV affiancato dalla sua potente madre Mahpeyker Kösem, la scena di svolgeva in base a un piano attentamente definito. Trasportato il piedistallo col suo trono, il gruppo di giannizzeri si era frapposto innanzi al pubblico di gente comune, dividendo le persone dai visir e gli altri ministri della gerarchia palatina. A nessuno sarebbe stato permesso di avvicinarsi, ma al tempo stesso chiunque avrebbe potuto assistere allo spettacolo, nel contesto delle celebrazioni per la nascita della sua ennesima figlia, Esmehan Kaya. E visto il malcapitato destino dei suoi fratelli, potesse Allah potesse averla in gloria! Il vento, che fino a poco prima aveva fatto muovere le insegne con la coda di cavallo simbolo del potere imperiale adesso era cessato, garantendo le migliori condizioni per quanto stava per avvenire. Il mondo stesso, in effetti, pareva stesse trattenendo il fiato. Ad un segnale fatto con un cenno dell’alto turbante, l’imponente sovrano chiede a due ali della sua cavalleria sipahi di lasciar passare la persona attesa nell’area delle udienze. Tutto considerato pareva fosse il minimo, concedergli la sua benedizione. Lagâri Hasan Çelebi, presentatogli una settimana prima dal suo amico, cronista di corte, musicista ed intrattenitore Evliya Çelebi, fece il suo ingresso sulla scena, in vesti semplici già parzialmente coperte da una sorta d’imbracatura in strisce di pelle e stoffa resistente. Con un profondo inchino al suo Pascià, mostrando i grandi occhiali in vetro spesso saldamente posti sulla fronte, sollevo il capo con un’espressione concentrata. Quindi sollevata la mano destra in un gesto da oratore, pronunciò la frase destinata a entrare nella storia: “Oh mio signore benedetto, presto mi recherò a colloquio col Profeta Gesù. C’è qualche domanda che possa porgli per Voi?” Con espressione imperturbabile, Murad IV si alzò e prese dal proprio attendente la pesante mazza da guerra, che si dice avesse impugnato personalmente durante le feroci battaglie combattute contro i Safavidi in territorio persiano. Quindi con gesto cavalleresco, l’abbassò all’indirizzo del suo spericolato suddito, che si diceva pronto a cambiare la storia. “Nessuno. Ora fateci vedere quanto in alto riuscite ad arrivare.” Alcuni, tra i presenti, giurarono in seguito che l’ombra di un sorriso avesse fatto sollevare i lati della bocca del severo, temuto ma per certi versi ancora giovane dominatore.
Vasta era l’esperienza degli ottomani in materia di ordigni pirotecnici e spettacoli di luce, che d’altronde venivano comunemente messi in scena dopo il tramonto dell’astro solare. Nessuno, in quel giorno memorabile, poteva dirsi veramente pronto a ciò che Lagâri Hasan aveva intenzione di compiere: l’impresa lungamente paventata del volo umano. Dopo alcuni febbrili minuti di preparazione, i 63 Kg di polvere da sparo erano stati stipati nell’apposito alloggiamento del suo veicolo, posizionato sopra il molo. Sette ali si allargavano dal corpo centrale di esso, simile a un barile, con una punta concepita per deviare l’aria ai margini del suo tragitto verticale. Nessuno, all’epoca, sapeva come definirlo. Laddove l’occhio dei moderni avrebbe fatto presto ad individuare un razzo, nella netta sagoma di una simile invenzione…
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Materia e assenza sul Bosforo: l’impenetrabile dualismo di una casa stregata
Vi sono personaggi, nel canone mitologico del Mondo Antico, le cui gesta si presentano da sempre come portatrici di un cambiamento positivo nel mondo, indipendentemente dall’intento originario che ha portato a compierle. Così il titano Prometeo, prima d’incorrere nella sua eterna punizione, ebbe a palesarsi innanzi alla ninfa Io, che Zeus aveva trasformato in una giovenca per nascondere il suo adulterio dalla moglie Hera. Allorché al fine di consolarla, gli spiegò che non soltanto avrebbe un giorno trovato il modo di tornata umana, ma il suo figlio futuro avrebbe avuto il nome di Eracle, il più forte di tutti gli esseri umani. Il sito di una tale profezia venne poi chiamato Βόσπορος, lo “Stretto Bovino”, nome non del tutto prevedibile per uno degli spazi navigabili strategicamente più importanti dell’intera Europa Sud-Orientale. Là dove sorgeva già nel settimo secolo a.C. la potente città greca di Bisanzio, fondamentale porta verso il vasto continente inesplorato d’Asia. Oggi un valico molto più facile da attraversare, per chi abita tra questi lidi contrapposti, grazie ai tre moderni ponti tra cui quello di mezzo per data di costruzione, dedicato al Sultano Mehmet II il Conquistatore, è un esperienza memorabile per lo scenario affascinante del quartiere situato sul suo lato occidentale. La zona storica di Sarıyer, dove si trovava un tempo il villaggio greco di Phinopolis, oggi disseminata di eleganti ville di epoca Ottomana le cui mura variopinte colorano e caratterizzano il litorale. Il cui primo esempio, in prossimità del ponte stesso, possiede la caratteristica di emergere come visione surreale, a lato del guardrail di sicurezza di una carreggiata situata tanto in alto sopra lo scenario cittadino. Perili Köşk, denominata per svariate concorrenti ragioni “la Casa Stregata” possiede d’altro canto la caratteristica decisamente atipica di una torre circolare dell’altezza di nove piani, priva di termini di paragone nello scenario architettonico della Turchia coèva. Essendo stata costruita a partire dal 1910, in un’epoca in cui ancora vigeva formalmente l’editto pluri-secolare del sultano Abdülmecid Ie, secondo cui nessun edificio avrebbe potuto essere più alto dei minareti della Grande Moschea sul Bosforo, Büyük Mecidiye Camii. Limitazione a quanto pare superabile, qualora il committente del progetto in questione fosse un membro dell’elite politica cittadina con molti traguardi amministrativi all’attivo, come il visir degli Affari Esteri e successivamente ambasciatore presso gli Stati Uniti, Yusuf Ziyâ Pascià. Nonché compositore musicale di un certo successo ed a partire da una tale velleità, incontrastato fondatore della prima scuola di musica moderna dell’intera città di Istanbul, o almeno questo dicono le biografie ufficiali. Basta tuttavia inoltrarsi nella fluida periferia del sentito dire, per scoprire una vicenda personale di quest’uomo connotata in parti uguali da luci ed ombre, così come riescono a riflettersi nei volumi rossicci dell’abitazione tanto strettamente legata al suo nome…
Istanbul inaugura una spettacolare biblioteca nei locali dell’antica “città” militare
Collegiale tende ad essere, nella sua accezione di maggiore influenza, il mondo tradizionalista della cultura. Questo perché i libri, molto prima di poter essere completamente digitalizzati, hanno sempre costituito un tipo d’oggetto dall’ingombro e peso niente affatto indifferenti, richiedendo grande spazio nelle case, nei luoghi di studio e le istituzioni culturali di ogni parte del mondo. Forse anche per questo, nel novero possibile degli edifici cittadini, non è mai mancata una struttura concepita con lo scopo di ospitarli, custodirli e renderli accessibili, a tutti coloro che non potevano disporre dello spazio, o le risorse pecuniarie, per poter riuscire ad ospitarne numeri degni di nota all’interno della propria dimora. Queste vere e proprie case della cultura, conseguentemente, hanno assunto nel trascorrere dei secoli grandezze o guise di variabile natura, benché sia costante l’essenziale cognizione che in tale particolare ambiente “grande” sia generalmente “migliore”, così come un’effettiva teca contenente le memorie insostanziali del mondo informatico guadagni rilevanza in base alla sua inerente capienza. Così non è facile stimare il numero di giga, peta o yottabyte, idealmente contenuti nell’ultimo esempio di un grandissimo edificio, dedicato a tal fine nel quartiere settentrionale della capitale della Turchia, concentrato in un’area coperta di 36.000 metri quadri + ulteriori 51.000 all’aperto. Essi stessi custoditi tra le stesse mura di una così imponente struttura. Questo perché la nuovissima Rami Kütüphanesi, inaugurata soltanto l’altro giorno alla presenza del presidente del paese dopo un anno e mezzo di lavoro di restauri, costituisce l’effettiva evoluzione di un tipo diffuso di struttura militare, che potremmo individuare come un rettangolare campo di Marte dotato di una vasta piazza d’armi nel suo cortile interno, oggi trasformato in un attraente parco con tanto di laghetto e piacevoli viali alberati, oltre a spazi per la lettura e dialogo tra i visitatori. Benché vista e considerata la sua storia pregressa di oltre due secoli e mezzo, sarebbe stato più corretto paragonarla ai tempi della sua costruzione ad una sorta di Pentagono o centro amministrativo delle forze armate ottomane, particolarmente a partire da quando, durante il regno del sultano Mustafa III (1757-1774) costui ne prese in amministrazione i terreni su suggerimento gran visir Mehmed Pasha, scegliendo di trasformare la fattoria pre-esistente in effettivo quartier generale e scuola d’addestramento per lo stimato corpo dei giannizzeri, spina dorsale dell’esercito imperiale. Aprendo il capitolo, pochi anni dopo, del sanguinoso conflitto della prima guerra russo-turca di sei anni, destinata a terminare nel 1774 con la perdita di Crimea, Romania e Bulgaria. Una brusca occasione di risveglio, per la classe dirigente della sublime Porta del Bosforo, ai limiti inerenti delle proprie forze armate, prive delle più moderne risorse e metodologie degli altri grandi imperi europei. Aprendo in questo modo l’opportunità, proprio tra simili mura, di cercare nuovi e significativi margini di miglioramento…
Folle automobilina corre sulle strade di Istanbul
Un ruggito acuto nella notte, di un gatto che si lancia rotolando sull’asfalto. La sua ragione d’esistenza, non è chiara. La gente, che vi getta da principio il tipico sguardo distratto degli abitanti di città, spalanca gli occhi e si ritrova, suo malgrado, a bocca aperta. Chiedendosi cos’è che sfreccia tra la luce fioca dei lampioni, di una notte veramente tiepida e medio orientale… Quale occulta ragione, spinga le sue ruote a fare il fuoco liquido dell’aria tersa e rumorosa. Ma soprattutto chi sia stato ad applicarvi sopra la sua preziosissima telecamerina GoPro, per viaggiare e far venire anche noi, grazie alla forza dell’umana fantasia assistita-cum-tech!
Per dire. Una trasferta digitale sulle coste del Bosforo, il ponte di terra ove s’incontrano alcune delle più antiche, rilevanti e significative culture di questo mondo! Riesce difficile immaginare, in quest’epoca d’incontri tra i popoli sempre più difficili, rischiosi, un luogo saliente più importante della Turchia. Ma non è poi così facile comprendere, allo stato attuale dei fatti, quale sia il vero volto della sua eternamente famosa capitale: la Bisanzio dei Greci, ovvero del re Byzas che scelse di fondarla come colonia, su specifiche indicazioni dell’Oracolo di Delfi? O Costantinopoli la Grande, come colui che, Imperatore dei Romani, la rese il centro amministrativo e futura capitale di oltre una metà del suo vasto e diseguale popolo, variabilmente interessato al quel che succedeva all’altro capo dell’Europa, nell’Urbe delle alterne dinastie. Finché dopo il crollo dei grandi poteri pre-esistenti, ormai quasi 1000 anni dopo, non vi sopraggiunsero gli Ottomani, restaurando ufficialmente il nome colloquiale usato dai greci locali, ovvero “εἰς τὴν Πόλιν” (eis tèn Pòlin – verso la Città). Soltanto per renderla, quasi immediatamente dopo, un polo artistico ed architettonico da celebrare in tutto il mondo. Ma l’Istanbul di oggi, a conti fatti, è molto più, ed al tempo stesso meno, dei suoi molti volti sovrapposti e fin qui citati. Poiché la globalizzazione, oltre all’imprescindibile bisogno di fare fatturato, non hanno ritardato in alcun modo ad affollarla di negozi di souvenir, banchetti per il cibo, venditori ambulanti di qualsivoglia superfluo orpello dell’incomparabile modernità. Vi ricorda niente? Cose come il famoso Miglio d’Oro, che si estende tra i quartieri di Ortaköy e Kuruçeşme ed era un tempo noto per i suoi antichi palazzi bianchi come la neve mentre si è oggi trasformato per accogliere la più incredibile concentrazione di night club, discoteche ed altri luoghi che noi sceglieremmo di chiamare per analogia, “da bere”. Grazie alla cui musica rimbombante, che si perde sulla spiaggia sulla baia, tutto sembra quasi subito più piccolo. E veloce.
Questo video è l’opera di Abdulkadir Enes Kıral, un appassionato di radiocomandi la cui descrizione del canale di YouTube recita soltanto: “Spor [sic.] junkie. Everything about the RC HOBBY.” Ma il cui vasto repertorio antologico può essere tranquillamente definito come meritevole d’approfondimento, soprattutto per chi ama quel particolare modo di divertirsi, che consiste nell’impugnare un semplice telecomando, si, ma anche moltissimi altri tecnicismi fin troppo spesso dimenticati. Ma a colpirci maggiormente nella sua vasta opera, molto probabilmente, resta questo particolare modus operandi, letteralmente sconosciuto ai più: far andare il proprio modellino in scala 1/5 (stiamo parlando, per intenderci, di un veicolo lungo oltre 80 cm e dal peso di 9,6 Kg) in mezzo al traffico notturno & diurno della sua città, senza il minimo occhio di riguardo per le convenzioni o le aspettative del civile codice della strada. L’automobilina corre, tra pneumatici, giganteggianti marciapiedi e l’ultimo pedone scapestrato. Mentre lui, a bordo di un veicolo guidato da un amico, la segue da presso, e la dirige come meglio può. Alla ricerca della più splendida realizzazione motoristica del mondo in miniatura, che forse-forse, non si compirà mai…



