Materia e assenza sul Bosforo: l’impenetrabile dualismo di una casa stregata

Vi sono personaggi, nel canone mitologico del Mondo Antico, le cui gesta si presentano da sempre come portatrici di un cambiamento positivo nel mondo, indipendentemente dall’intento originario che ha portato a compierle. Così il titano Prometeo, prima d’incorrere nella sua eterna punizione, ebbe a palesarsi innanzi alla ninfa Io, che Zeus aveva trasformato in una giovenca per nascondere il suo adulterio dalla moglie Hera. Allorché al fine di consolarla, gli spiegò che non soltanto avrebbe un giorno trovato il modo di tornata umana, ma il suo figlio futuro avrebbe avuto il nome di Eracle, il più forte di tutti gli esseri umani. Il sito di una tale profezia venne poi chiamato Βόσπορος, lo “Stretto Bovino”, nome non del tutto prevedibile per uno degli spazi navigabili strategicamente più importanti dell’intera Europa Sud-Orientale. Là dove sorgeva già nel settimo secolo a.C. la potente città greca di Bisanzio, fondamentale porta verso il vasto continente inesplorato d’Asia. Oggi un valico molto più facile da attraversare, per chi abita tra questi lidi contrapposti, grazie ai tre moderni ponti tra cui quello di mezzo per data di costruzione, dedicato al Sultano Mehmet II il Conquistatore, è un esperienza memorabile per lo scenario affascinante del quartiere situato sul suo lato occidentale. La zona storica di Sarıyer, dove si trovava un tempo il villaggio greco di Phinopolis, oggi disseminata di eleganti ville di epoca Ottomana le cui mura variopinte colorano e caratterizzano il litorale. Il cui primo esempio, in prossimità del ponte stesso, possiede la caratteristica di emergere come visione surreale, a lato del guardrail di sicurezza di una carreggiata situata tanto in alto sopra lo scenario cittadino. Perili Köşk, denominata per svariate concorrenti ragioni “la Casa Stregata” possiede d’altro canto la caratteristica decisamente atipica di una torre circolare dell’altezza di nove piani, priva di termini di paragone nello scenario architettonico della Turchia coèva. Essendo stata costruita a partire dal 1910, in un’epoca in cui ancora vigeva formalmente l’editto pluri-secolare del sultano Abdülmecid Ie, secondo cui nessun edificio avrebbe potuto essere più alto dei minareti della Grande Moschea sul Bosforo, Büyük Mecidiye Camii. Limitazione a quanto pare superabile, qualora il committente del progetto in questione fosse un membro dell’elite politica cittadina con molti traguardi amministrativi all’attivo, come il visir degli Affari Esteri e successivamente ambasciatore presso gli Stati Uniti, Yusuf Ziyâ Pascià. Nonché compositore musicale di un certo successo ed a partire da una tale velleità, incontrastato fondatore della prima scuola di musica moderna dell’intera città di Istanbul, o almeno questo dicono le biografie ufficiali. Basta tuttavia inoltrarsi nella fluida periferia del sentito dire, per scoprire una vicenda personale di quest’uomo connotata in parti uguali da luci ed ombre, così come riescono a riflettersi nei volumi rossicci dell’abitazione tanto strettamente legata al suo nome…

Opera di un architetto sconosciuto e figlia di un eclettismo ispirato all’Europa di allora, con elementi vagamente riconducibili allo stile Secessionista est-europeo e l’Art Déco francese, la villa si presenta con l’atipico sviluppo verticale dovuto alla costruzione in un terreno lungo e stretto, che difficilmente avrebbe potuto contenere in altro modo un’ampia e signorile magione. Elemento dominante, innanzi le facciate caratterizzate da volumi spazialmente definiti e privi di ornamentazione superflua, è la già citata torre dal tetto appuntito, oggi stranamente parallela ad uno dei pilastri principali del ponte di Fatih Sultan Mehmet. La cui stessa costruzione è conduttiva ad un risvolto stranamente cupo e fiabesco al tempo stesso, che coinvolse suo malgrado la prima e misteriosa moglie egiziana del Pascià, il cui nome è stato stranamente cancellato dalle cronache accessibili del tempo. Una donna tanto avvenente, a quanto si narra, che il marito temeva altri potessero tentare di portarla via da lui, allorché avrebbe sviluppato una sinistra forma di gelosia, tale da tenerla segregata in casa come una sorta di Rapunzel dei suoi tempi, proprio nei piani alti della prestigiosa, e per questo al tempo stesso inquietante magione. Visione ancor più sconcertante quando si prende atto del modo in cui allo scoppio della grande guerra l’intera forza lavoro degli operai coinvolti nella costruzione venne reclutata ed inviata al fronte, lasciando l’edificio totalmente incompleto e battuto dagli agguerriti venti dello stretto, producendo un suono sibilante che i locali descrivevano come innaturale e terrificante. Uno stato in bilico che, contrariamente alle aspettative, non avrebbe visto presupposti di rivalsa neanche dopo il concludersi del conflitto, causa l’evento sfortunato del naufragio di due navi da trasporto, in cui Yusuf Ziyâ aveva investito una parte considerevole della sua fortuna. Il che l’avrebbe poi costretto a trasferirsi in Egitto dove, nel 1929, morì. Incerto il fato della prima e segregata moglie, sebbene qui figuri un secondo risvolto preoccupante: pare infatti che per la costruzione della propria tomba situata sulle rive del fiume Nilo, egli avesse dato disposizione che i mattoni rossi della torre costruita ad Instanbul fossero complessivamente trasportati oltremare, al fine di costruire un mausoleo degno della propria un tempo prestigiosa ed opulenta figura. Momento in seguito al quale la vecchia casa, ormai in rovina, sarebbe diventata la residenza della seconda consorte Nebiye Hanım e le tre figlie avute dal primo matrimonio.

Una discendenza tutta al femminile dunque, che tra queste mura visse fino all’inizio degli anni ’90 quando in cerca di uno spazio maggiormente pratico le figlie decisero comprensibilmente di vendere la vecchia villa, trovando un acquirente nel filantropo e direttore d’azienda Basri Erdoğan, a capo dell’influente agglomerato delle acciaierie Borusan. Già distributori per la Turchia, tra le altre cose, di marchi automobilistici del prestigio di BMW e Land Rover, oltre ai mezzi per il movimento terra della Caterpillar. Così dando inizio ad estensive opere di rinnovamento a partire dal 1995, spesso descritte come una pressoché completa demolizione e ricostruzione il più possibile fedele all’originale, l’azienda fece del palazzo la sua sede principale, dando inizio ad un periodo forse maggiormente insolito della propria storia. Tanto chiaramente esemplificato dal nome riservato al palazzo: Borusan Contemporary, degno del suo ruolo di museo di arte Moderna, con la caratteristica di servire da ufficio soltanto nei giorni lavorativi della settimana, venendo quindi aperto al pubblico ciascun week-end, offrendo tra le proprie sale installazioni audio, video e sculture di rinomati artisti turchi e non solo. Senza mai perdere del tutto le proprie implicazioni maggiormente misteriose. Vista la nozione secondo cui ancora oggi negli specchi presenti dell’edificio possa comparire certe volte la sagoma riconoscibile di una giovane donna. La cui presenza era, del resto, ben nota già durante gli anni del restauro soprattutto tra gli operai maggiormente suggestionabili, a quei vigenti spazi periferici del mondo sovrannaturale. Là dove figure anticamente interconnesse vivevano e sperimentavano i propri drammi salienti. Anticipando il ruolo visto in contrapposizione di moglie e marito in una società dolorosamente ineguale. Restando, nonostante tutto, in fiduciosa attesa del superamento necessario dei modelli avìti. Che potrebbe finalmente un giorno palesarsi, proprio nello stretto dell’intramontabile profezia bovina.

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