Fenomeno atmosferico capace di formarsi in presenza di un cumulo congestus, nube a sviluppo verticale dalla forma di un cavolfiore, la tromba marina o lacustre ha suscitato lungamente numerose ipotesi e metafore nell’immaginazione degli abitanti costieri. Colonna oscura dal potente alone di minaccia, capace di distruggere il sartiame delle navi oppure scardinarne la struttura stessa, esso veniva in genere associato alla potenza e alla vendetta di divinità equoree. Questo per il semplice motivo che una volta giunta presso il limite di quella superficie orizzontale, l’iracondia delle raffiche spiraleggianti andava incontro a dispersione pressoché spontanea, scomparendo come la sagoma di un felino tra l’erba alta della savana. Costui o coloro che vivevano le proprie aspirazioni lungo le sponde del grande lago Malawi, confinante coi tre paesi di Malawi, Mozambico e Tanzania, hanno sempre conosciuto due ragioni per l’imposizione di una tale foggia incline a sconquassare il cielo stesso. Letteralmente concentrata nei mesi estivi di settembre e ottobre, quando non soltanto le colonne crescono e si formano sopra le loro teste. Ma tranquillamente varcano il confine liminale, spostandosi dall’acqua sulla terraferma, e viceversa. Essendo da ogni punto rilevante, vivaci e multiformi, ronzanti convergenze di un’intero esercito, di ditteri propensi a fare ciò che gli riesce meglio. Accoppiarsi, chiaramente.
Ed è così a partire proprio da tali poetici momenti, che la nuova ricerca di Evan K. G. McKenzei, Maxon J.R. Ngochera e colleghi ha scelto di concentrare il proprio tempo nel comprendere quello che viene dopo. Ovverosia il momento in cui le piattaforme galleggianti composte dalle uova delle mosche di lago Chaoborus edulis iniziano puntualmente a schiudersi. E le larve contenute al loro interno fuoriescono nel mondo, dominate dal mostruoso senso di una fame incontenibile, giammai saziata. Da cui per l’appunto il nome, dal greco chaoun “distruttore assoluto” ed il suffisso neolatino -borus, riferito al concetto di “divorare”. Così come consentitogli da un singolare aspetto evolutivo: il possesso di un paio di antenne mobili, con la forma simile agli artigli raptatori di una mantide in agguato sulla terraferma. Allorché il vermetto tipicamente trasparente, non più lungo inizialmente di 3-5 millimetri, ma in grado di raggiungere i 20 quando prossimo alla metamorfosi e il conseguente decollo, diventa un predatore incontrastato dello zooplankton lacustre, muovendosi su e giù in maniera tale da evitare i rischi dei pesci ed altri predatori nella sfera trofica occorrente. Un colpo da maestro comportamentale il quale, ormai da più di un secolo, ha lasciati perplessi gli scienziati. Come mai faceva, in effetti, la massa delle larve a scomparire in modo pressoché totale nelle ore diurne? Dove andava a nascondersi, esattamente? Se non giù, sempre più in basso, nella zona anossica situata a centinaia di metri di profondità. Dove in base a tutto quello che sappiamo sugli insetti, la loro dipartita causa schiacciamento avrebbe dovuto essere pressoché immediata…
emersione
L’isola segreta che più volte fu forgiata soltanto per essere inghiottita dalle acque del Mar Mediterraneo
Nel capitolo 89 del secondo libro della Naturalis Historia, Plinio il Vecchio scriveva testualmente: “Insula in mari repente exorta est, ex profundo mari, cum magna fragore et fumus et lapides iactarentur.” Era il primo secolo d.C. Visione onirica di un tempo irraggiungibile, realizzazione mistica del volere di divinità marine? Oppure un effettivo fenomeno da registrare negli annali, destinato a creare un lascito effettivo nella memoria storica del popolo siciliano? Trascorsero ben 10 secoli affinché di nuovo, tra gli scritti coévi, si potesse individuare una seconda traccia della misteriosa terra emersa priva di un nome. Quando il cronista itinerante di origini curde Ali Ibn al-Athir menzionò di nuovo l’Insula Ignis nel suo al-Kāmil fit-Tārīkh (“La Storia Completa”) come una landa emersa dalle fiamme, che prestò sparì di nuovo tra i flutti salmastri della superficie marina. Tralasciando ulteriori avvistamenti saltuari all’inizio dell’epoca moderna, da parte di marinai di passaggio nel canale della Sicilia che comunque non riportarono su alcun tipo di mappa dettagliata l’estensione del fenomeno, l’estemporanea evocazione da parte della geologia sommersa non si palesò di nuovo fino a quello che, ad oggi, rimane uno dei primi e più feroci conflitti tra uno stato della penisola italiana e le grandi potenze imperialiste europee. Episodio in grado di costituire, per il suo svolgimento singolare, una lampante metafora della futilità di perseguire nuovi territori ad ogni costo, anche in assenza di reali basi pratiche o necessità esistenziali.
Siamo verso la fine di giugno del 1831 allora quando, tra le coste agrigentine e gli scogli di Pantelleria si verificò un improvviso sommovimento tellurico, tutt’altro che raro in quel particolare territorio di riferimento. Di lì a poco i marinai e pescatori che si trovarono a gettare l’ancora lungo le coste dell’intera regione riportarono a terra l’impressione di aver visto, lontano all’orizzonte, altissime colonne di fumo e pietra pomice che galleggiava sulle acque, in quantità che ben pochi di loro avevano precedentemente sperimentato nel corso dei loro viaggi. Un intero tratto di mare, in base alle cronache del tempo, sembrava inoltre ribollire, quasi al prepararsi di una spietata vendetta da parte dell’antico dio Nettuno. La cui creazione pratica, configurata come un doppio promontorio con in mezzo una pianura rocciosa dall’estensione complessiva di 4 Km quadrati, sarebbe stata finalmente circumnavigata, il 7 luglio di quell’anno, e descritta nel diario di bordo della nave Gustavo guidata dal capitano Francesco Trifiletti, un vascello da guerra borbonico appartenente alla flotta del Regno delle Due Sicilie. Il cui sovrano illuminato Ferdinando II, ricevendo la notizia inaspettata, ordinò subito di effettuare studi scientifici sullo strano fenomeno ed includerlo in termini approfonditi nella cronistoria dedicata alla posterità del suo governo. Tra i primi personaggi del mondo accademico epoca coinvolti, il docente di geologia berlinese Friedrich Hoffman, che si trovava in quel momento in Sicilia, il professor Carlo Gemmellaro ed il fisico al servizio del governo, Domenico Scinà. Ciò che il sovrano non ebbe la presenza o possibilità di fare, tuttavia, fu presidiare il nuovo territorio con truppe militari o di marina in pianta stabile, almeno fino all’incombente, infinitesimale ma pur sempre significativo assestamento nella distribuzione dei territori sui confini europei. Giacché in base alla legge degli uomini fin dall’epoca degli Antichi Romani, una Insula in mari nata rappresentava una criticità in materia di competenze amministrative dall’elevato grado d’incertezza. Essendo fondamentalmente l’unico appannaggio di colui, o coloro, che avessero l’ardire di piantarvi sopra un presidio di natura pienamente identificabile e acclarata…
Tra un mare di cicale, l’abito splendente dell’Imperatore
In questa prima metà del 2020 in cui tutto sembra essere cambiato, almeno il trascorrere del tempo resta una costante. Con l’avvicinarsi dei mesi estivi e assieme ad essi, il probabile imminente riproporsi di quel suono. Reiterato, insistente, melodioso a anche per questo, ancor più arduo da filtrare con la percezione della mente; oggi cantano gli uccelli, domani, le cicale. Un fastidio…Sopportabile! Quando si pensa cosa ciò significhi nel proseguir dei giorni, ovvero la memoria storica della natura che perpetra se stessa. Del tutto indifferente alle questioni che appaiono inficiare ogni concetto dato per scontato nell’incostante funzionamento della civiltà umana. Ci sono luoghi, tuttavia, dove un simile concerto appare più evidente, ovvero in grado di colmare i padiglioni auricolari di chiunque, mentre addirittura il rombo degli aerei distanti viene superato, in materia di decibel, dal ritorno di colui che domina lo spazio aurale della foresta, e non solo.
Creature che stanno a un’esponente europeo dell’ordine degli emitteri, così come una mosca sta a una Lyristes plebejus, cantante dei nostri caldi pomeriggi d’estate italiani dagli appena 4 cm di apertura alare. Contro i 18 di colei che, con altrettanto pregno latinismo, assume grazie al classificatore del XVIII secolo Illiger il nome di Tacua Speciosa (“Magnifica, Sgargiante”) per ragioni che appaiono particolarmente ovvie al primo sguardo approfondito nei confronti di un simile insetto dai colori memorabili: le strisce gialla e rossa sul dorso, la parte verde dell’addome, circondato dal nero lucido della chitina e le ali opache che sembrano di cera. Grande all’incirca quanto la mano di InsecthausTV, il collezionista/allevatore tedesco diventato famoso qualche anno fa per i suoi brevi video dedicati ad alcuni degli artropodi più eccezionali della Terra, tra cui tale creatura si dimostra degna di figurare a pieno titolo, come anche esemplificato dal tono altisonante del suo nome comune. Imperatore e non Imperatrice (la distinzione di genere è importante, ne scopriremo più avanti la ragione) del suo vasto areale di diffusione dal Sud Est Asiatico all’India, passando per la penisola della Malesia, Singapore, Sumatra e Borneo. Per una cicala originariamente chiamata scientificamente Indica e che, nonostante tutto, non sembrerebbe essersi montata la testa, dato il ciclo vitale assolutamente convenzionale con emersione di generazioni in alternanza al trascorrere di ogni singolo anno, diversamente da quanto avviene per le celebri Magicicada, che spiccano il volo soltanto ogni 13-17 anni in un evento che coinvolge intere regioni nordamericane.
Nozione che esaurisce, purtroppo, quanto ci è dato sapere di specifico sulle abitudini di tale imponente creatura, data la sorprendente assenza di studi specifici a suo proposito, fatta eccezione per il documento del 1994 e spesso citato dell’entomologo francese Boulard (et. al) che tuttavia nessuno sembra aver letto, dato il suo nascondersi dietro un relativamente costoso paywall. Il che non può impedirci di desumere per inferenza, d’altra parte, molte delle sue abitudini, assai probabilmente conformi al concetto universale di una (grandissima) cicala…


