Misteri di Palenque: chi giacque nel sarcofago vermiglio con la maschera di pietra sopra il volto?

Le cronache lasciano intendere per inferenza un certo senso di stupore vissuto dagli Europei del XVI secolo, a seguito del primo contatto con la civiltà Maya avvenuto tramite un naufragio sulle coste dello Yucatán. Fin dalla prima esperienza riferita da Gerónimo de Aguilar, diventato successivamente il traduttore di Cortés e fino alle cronache scritte mezzo secolo dopo dal frate francescano Diego de Landa, il quale dedicò un capitolo al ruolo delle donne descritte come laboriose, devote e caste, nonché attente al proprio aspetto fisico attraverso l’utilizzo di cosmetici, frequenti bagni e tatuaggi sul corpo. Riconoscimenti senza dubbio significativi, in modo particolare da parte dell’ecclesiastico celebre per aver ordinato il rogo dei preziosi codici della città di Mani avendo sospettato che il suo gregge di convertiti praticasse ancora in gran segreto l’idolatria. Sarebbero occorsi tuttavia ulteriori quattrocento anni, perché gli studiosi etnografici venissero a patti con le prove pratiche di come in tale società, considerata tradizionalmente primitiva, l’eguaglianza tra i sessi sussistesse ad un livello dell’elite regnante, dove le mogli governavano intere città stato assieme al marito e certe volte, anche per periodi prolungati, senza di lui. Questo il caso di Sak K’uk’, madre di K’inich Janaab’ Pakal, il grande Re del VII secolo del centro culturale, economico e commerciale di Palenque nella regione di Chiapas facente parte del Messico Meridionale. Tralasciando le poche nozioni di cui disponiamo in merito ai tre anni della presunta egemonia di quest’ultima, presunta in base all’interpretazione confutabile di alcuni glifi, è proprio nell’indagine relativa alla sua discendenza che risulta possibile individuare un punto di svolta niente meno che fondamentale nell’analisi storiografica di tale aspetto d’eguaglianza sociale. Databile precisamente al 1994, quando la giovane archeologa Fanny López Jiménez, originaria di Città del Messico, al seguito di una squadra guidata dal Prof. Arnoldo González Cruz, si trovava impegnata nell’operazione di pulizia e restauro di uno dei molti templi piramidali di quel sito un tempo ricoperto dalla giungla, noto unicamente con il numero di XIII. Quando allo spostamento accidentale di una lastra di pietra, scorse dietro di essa una scala che scendeva giù verticalmente, all’interno di una possibile cripta sepolcrale. Non dissimile, per concezione da quella dell’adiacente Tempio delle Iscrizioni, individuato già negli anni ’60 come luogo dell’eterno riposto del sopracitato Re Pakal. Chiamati dunque i suoi colleghi ed iniziata l’opera d’indagine, che portò ben presto alla scoperta del sarcofago previsto, si procedette all’installazione di un marchingegno costruito con martinetti idraulici e tronchi di legno, finalizzato ad un attento sollevamento del coperchio. Sotto cui aspettava la scoperta di due aspetti totalmente privi di precedenti: primo, il fatto che l’alloggiamento fosse stato ritualmente colmato di una fine polvere rossa, costituita da cinabro o solfuro di mercurio, lo stesso pigmento tossico impiegato per le pitture parietali degli edifici adiacenti. E secondo, la presa di coscienza incontrovertibile causa la forma del bacino: le antiche ossa che giacevano all’interno appartenevano senz’alcun dubbio ad una donna. Personaggio di rango necessariamente elevatissimo, sepolta con onori del tutto paragonabili a quelli del vicino tempio/cripta reale, incluso il sacrificio umano mediante colpo in testa di due servitori, un ragazzo ed un’adulta con il fine di proteggerla ed accompagnarla nell’oltretomba. Ebbe inizio allora in quel frangente una lunga e articolata indagine, destinata a durare decenni. Chi poteva essere, in verità, la cosiddetta Regina Rossa della città di Palenque?

Leggi tutto