“Era un principe degno di questo nome, un vero eroe del popolo, tutto considerato!” Padre Guglielmo seduto alla sua scrivania, negli alloggi del canonico all’interno del convento agostiniano del villaggio di Newburgh nello Yorkshire, scrutò attentamente gli occhi del suo interlocutore. Straniero della zona interna del Suffolk, giunto fin lì da un luogo noto come Woolpit, che gli era precedentemente stato menzionato dai suoi confratelli ed altre conoscenze professionali. L’individuo di nome Roger, con un aspetto benestante, l’eloquio colto ed una spada al fianco, che lo aveva avvicinato durante il giro dei fittavoli nel borgo, con un documento rilevante all’ormai rinomata redazione della Historia rerum Anglicarum, un’approfondita storia enciclopedica degli eventi storici degli ultimi 100 anni. “Tutti da noi conoscevano la storia del suo ritorno in barca presso il luogo del naufragio, nella speranza di salvare la sua sorellastra Matilda, che immaginava fosse ancora intrappolata nel relitto della Nave Bianca incagliata a largo di Cotentin. E del modo in cui alla fine, per le ragioni avverse del destino, annegò assieme a tanti altri nomi illustri della corte normanna.” Naturalmente l’ecclesiastico ben conosceva, ed aveva già estensivamente trattato la vicenda del decesso a soli 17 anni del suo omonimo Guglielmo Adelin, figlio di Enrico I. L’episodio che aveva dato inizio nel 1135 alla crisi di successione e conseguente guerra civile nota come l’Anarchia. “Gli anni a venire furono crudeli per la gente della nostra piccola comunità.” Proseguì Roger, che si era presentato come figlio del capo d’armi del cavaliere Richard de Calne, un nobile minore che era stato al servizio di Hugh Bigod, conte di Norfolk. Ora la sua espressione si fece indecifrabile, mentre nonostante i risvolti tragici del suo racconto, si apprestava a rivelare il più intrigante dei segreti. “In mancanza delle fonti di guadagno provenienti dal commercio, la gente lavorava nei campi fino a tarda sera. E fu in uno di quei faticosi momenti che uno tra gli umili servitori del mio sire, li trovò che riemergevano in un prato, perfettamente silenti.” A questo punto Guglielmo guardò il foglio in carta bollata poggiato sulla scrivania, il certificato del battesimo di una certa Agnes Barre, in fovea reperta (trovata nella buca) e fece la sua prima domanda. “Quindi voi affermate di essere il nipote di quest’uomo… Un certo… Richard, corretto?” Roger annuì con enfasi. “Esatto. Mio padre presenziò alla loro unione. Dell’arcidiacono e giudice di Ely, con colei che all’epoca chiamavano la donna verde. Ma già allora in molti ne avevano dimenticato l’esatta ragione.”
Ora l’ecclesiastico prese la penna d’oca per iniziare ad affidare alla parola scritta il suo lungo colloquio. Naturalmente, egli già conosceva la vicenda dei due bambini di Woolpit, che aveva brevemente menzionato nelle proprie cronache. Mai avrebbe immaginato, tuttavia, di poterne incontrare un testimone, seppur indiretto, potendo in questo modo aggiungere dettagli ad una delle vicende maggiormente sorprendenti dell’Anglia Orientale. “Tutto questo è molto interessante, figliolo. Parlatemi del loro abbigliamento. È vero che parlavano una lingua sconosciuta? Di che colore era la loro… Pelle?”
Molte cronache dell’Inghilterra medievale, soprattutto quando scritte nei contesti ecclesiastici, avevano lo scopo d’ingraziarsi particolari committenti o contribuenti alle elemosine concesse dalla classe nobile alle alte mura delle solide fortezze della fede. L’unica forma d’interconnessioni funzionali all’epoca nel suggellare l’esistenza di un sistema, una rete indivisa di lettere, messaggi e viaggiatori accolti da figure rinomate del sempre discusso contesto intellettuale coevo. Una storia come quella dei bambini verdi avrebbe avuto, in tal senso, un valore significativo per uno esperto di storia: quello di aggiungere prestigio, ed in questo modo avvicinare il proprio nome, a figure del calibro di questo Richard de Calne. Che divenne il solo responsabile, quindi sovrintendente ed infine, almeno a quanto affermava adesso questo Roger, marito dell’unica vera protagonista della strana vicenda. “Essi erano in due, padre. Tra i circa 5 e 10 anni di età, con abiti di foggia continentale. Farfugliavano parole incomprensibili ed almeno da principio, rifiutavano ogni tipo di cibo. Forse per questo avevano quel colorito malsano.” Proseguendo quindi nel racconto, già parzialmente noto a Guglielmo, l’uomo narrò della giovane coppia, del probabile fratello di Agnes, più piccolo e debole della sua compagna di disavventure. Ripercorse i molti modi in cui gli abitanti di Woolpit, un luogo noto letteralmente come “Fosso dei Lupi” per la presenza dei misteriosi anfratti sotterranei noti come daneholes, fecero il possibile per salvare la giovane coppia di orfani dal deperimento e la morte. Giammai prima di allora, in effetti, si era mai sentito di persone la cui pelle risultava essere di un color verde smeraldo. Lo stesso dell’unico cibo che, a fronte di svariati tentativi, riuscirono a far accettare dai bambini: fave crude, risucchiate direttamente dai baccelli, con una voracità che in molti avrebbero chiamato animalesca. Per giorni e settimane, finché la ragazzina gradualmente non sembrò iniziare a comprendere la gravità della propria situazione di salute, accettando sporadiche porzione di carne e verdura. Mentre il fratello diventava sempre più debole ed infine, morì. “Mio padre mi raccontò del modo in cui la pelle di Agnes in quei giorni sembrava gradualmente sbiadire fino ad assumere un incarnato più naturale. Quasi come se imparare la lingua degli esseri civili, mangiare il loro cibo ed infine accettare il battesimo di Cristo l’avesse, in qualche modo, salvata. Fu allora che iniziò a parlare del paese da cui proveniva…” Qui gli occhi del canonico si sollevarono dalla pagina, soltanto per un attimo, prima di ritornare alla precisa annotazione di ciascun dato. Questa parte della vicenda gli era del tutto nuova. “La chiamò la terra di San Martino, un luogo dove di eterna penombra, dove il sole non sorgeva mai. Dove tutti erano cristiani ma non praticavano gli stessi sacramenti delle nostre lande. E il loro padre si guadagnava da vivere tenendo un gregge di pecore, a cui i bambini stavano facendo la guardia. Quando allontanandosi senza la supervisione di un adulto, s’inoltrarono all’interno di una grotta. Ritrovandosi… D’un tratto, Altrove.”
Questo specifico racconto, meno alcuni dei dettagli prelevati da indagini moderne e di natura per lo più speculativa (il nome della bambina, il suo successivo matrimonio, la stessa esistenza di un testimone incontrato dal cronista che ce lo avrebbe tramandato scrivendo ad oltre mezzo secolo di distanza) entrò dunque a far parte della Historia rerum Anglicarum, completata nel 1198. Trovando ulteriore ed imprevista conferma in un altro testo, il Chronicon Anglicanum dell’abate Ralph di Coggeshall in Essex, scritto nel primo quarto del Duecento, il quale pur dubitando espressamente della narrazione, sceglie di riportarla per esteso a causa delle molte dicerie di cui era venuto a conoscenza, a suo dire: “tramite l’incontro con i discendenti della cerchia dello stesso Roger de Calne.” Disamine, entrambe, lungamente sottoposte all’analisi degli storici ed appassionati di letteratura medievale, fino all’elaborazione già in epoca ottocentesca di una plausibile teoria in materia. L’idea ragionevolmente logica che i bambini potessero nei fatti costituire degli orfani di guerra di discendenza fiamminga, malnutriti e affetti da una malattia dell’incarnato come l’anemia ipocromica, appartenenti ad una delle comunità decentrate di tessitori e pastori accolti durante la politica di apertura del regno di Enrico I. E che si erano ritrovati senza casa in seguito ai conflitti tra le forze mercenarie del periodo dell’Anarchia, nati dalla contestazione nobiliare del regnante Stefano di Blois, subentrato spodestando la sorellastra Matilda in verità sopravvissuta all’epocale naufragio della Nave Bianca. Essendo destinata dalle pieghe della Storia a diventare in seguito sovrana del Sacro Romano Impero, nonché Regina consorte d’Italia, sposandosi nel 1114 con Enrico V di Franconia. Ed esattamente 14 anni dopo, per sopraggiunta morte di quest’ultimo, trovando l’opportuno secondo consorte nel giovanissimo Goffredo V d’Angiò, figlio dello stesso fratellastro Stefano, acquisendo in questo modo il suo predestinato quanto atteso predominio sulla terra degli Inglesi. Una storia a suo modo non meno incredibile di quella dei bambini della Fossa dei Lupi.
Ma che può essere indirettamente interpretata, proprio tramite il fiorire di tante narrazioni fantastiche, miracoli e prodigi di quegli anni. In cui l’apparizione di figure imperscrutabili anticipava la scoperta d’inimmaginabili fattori interdimensionali. E la rara comunicazione quantistica tra i mondi permetteva, da impreviste angolazioni, di percepire quanto meno momentaneamente l’intensa vastità del Creato.


