Due monete da un colle gallese rilanciano la narrazione dell’uomo che tenne in scacco l’Impero Romano

Le più grandi verità si annidano nei piccoli dettagli, affioramenti di portata poco significativa che individuati dalla giusta persona, nel giusto momento, rivelano di essere la punta di qualcosa di eccezionalmente significativo. Così Mark Merrony, membro aggiunto del College di Wolfson, Università di Oxford nonché editore capo della rivista Antiquus si trovava per un’escursione in bicicletta a Pembrokeshire nel 2024 sulle colline di Preseli, in prossimità di un rilevo noto come Frenni Fawr, per godersi la campagna vicino ai luoghi di origine della sua famiglia ma soprattutto in seguito all’individuazione su foto satellitari di una certa regolarità nella topografia del paesaggio, in cui il suo occhio esperto individuò la presenza di quello che poteva solamente essere il segno inconfondibile di una strada romana. Seguendola per questo come il mitico sentiero del mago di Oz, giunse quindi pedalando fino a una radura, dove colto da un’ispirazione scese dal sellino e raccolse da terra un pezzo di pietra d’ardesia dall’aspetto stranamente triangolare. Allorché scrutandone la forma, esclamò con voce sommessa: “Eureka! Non v’è dubbio di sorta. Quest’oggetto è il segno di una vasta costruzione posta in essere da mano umana.” Accompagnato dunque in tale luogo un gruppo informale dei suoi assistenti e colleghi, il Dr Merrony riuscì a disporre di un preciso elenco di altri frammenti di opere murarie, dotati di caratteri diagnostici oggettivamente compatibili con l’architettura del Mondo Antico. Ed in particolare quella di un capiente accampamento, con la tipica forma di un supercerchio (o squircle) semi-rettangolare, utilizzato durante le campagne del formidabile esercito dei legionari. Inserendo dunque il risultato della sua ricerca sulla rivista gestita da lui medesimo, per definizione in assenza di alcuna valutazione indipendente, gli riuscì di sollevare l’interesse di una certa parte dell’Accademia. Ma anche critiche in determinati ambienti, riassumibili nella scherzosa notazione di suo fratello Nick: “Se davvero credi che Carlo Magno sia passato per il Galles, trova un paio di monete col suo volto sopra. Allora nessuno potrà più davvero confutare la credibilità della tua idea.”
Ancorché la scienza sia la mera risultanza, in determinate circostanze, d’intuizioni personali e irripetibili frangenti d’occasione. Ragion per cui il Merrony minore, cavalcando il proprio monociclo fino alla radura, forse con un ruolo ufficiale nel team di ricerca, se non per puro svago, si mise sul finire dell’autunno a smuovere la terra con le nude mani. Riconoscendo l’improvviso e inconfondibile brillare di due piccoli dischetti di metallo. Le cui iscrizioni in lingua latina non identificavano il profilo del ritratto come quello di alcun Carolus, bensì di Magnus Maximus, Imperatore Romano. In maniera sufficiente a collocarle cronologicamente come risalenti al IV secolo d.C, datando nel contempo l’intero sito al periodo della vita, nonché le imprese, di un tale significativo personaggio della tarda storia imperiale. Colui che in forza della sua perizia militare, ebbe l’arroganza di farsi chiamare il supremo signore dell’Occidente. Prima di seguire la promessa di un sogno fino alle province del più remoto settentrione. Dove avrebbe perso tutto, tranne l’amore di una donna leggendaria e la stima dei suoi discendenti futuri…

Leggi tutto

L’incomprensibile leggenda dei verdi figli del crepuscolo nella Fossa dei Lupi

“Era un principe degno di questo nome, un vero eroe del popolo, tutto considerato!” Padre Guglielmo seduto alla sua scrivania, negli alloggi del canonico all’interno del convento agostiniano del villaggio di Newburgh nello Yorkshire, scrutò attentamente gli occhi del suo interlocutore. Straniero della zona interna del Suffolk, giunto fin lì da un luogo noto come Woolpit, che gli era precedentemente stato menzionato dai suoi confratelli ed altre conoscenze professionali. L’individuo di nome Roger, con un aspetto benestante, l’eloquio colto ed una spada al fianco, che lo aveva avvicinato durante il giro dei fittavoli nel borgo, con un documento rilevante all’ormai rinomata redazione della Historia rerum Anglicarum, un’approfondita storia enciclopedica degli eventi storici degli ultimi 100 anni. “Tutti da noi conoscevano la storia del suo ritorno in barca presso il luogo del naufragio, nella speranza di salvare la sua sorellastra Matilda, che immaginava fosse ancora intrappolata nel relitto della Nave Bianca incagliata a largo di Cotentin. E del modo in cui alla fine, per le ragioni avverse del destino, annegò assieme a tanti altri nomi illustri della corte normanna.” Naturalmente l’ecclesiastico ben conosceva, ed aveva già estensivamente trattato la vicenda del decesso a soli 17 anni del suo omonimo Guglielmo Adelin, figlio di Enrico I. L’episodio che aveva dato inizio nel 1135 alla crisi di successione e conseguente guerra civile nota come l’Anarchia. “Gli anni a venire furono crudeli per la gente della nostra piccola comunità.” Proseguì Roger, che si era presentato come figlio del capo d’armi del cavaliere Richard de Calne, un nobile minore che era stato al servizio di Hugh Bigod, conte di Norfolk. Ora la sua espressione si fece indecifrabile, mentre nonostante i risvolti tragici del suo racconto, si apprestava a rivelare il più intrigante dei segreti. “In mancanza delle fonti di guadagno provenienti dal commercio, la gente lavorava nei campi fino a tarda sera. E fu in uno di quei faticosi momenti che uno tra gli umili servitori del mio sire, li trovò che riemergevano in un prato, perfettamente silenti.” A questo punto Guglielmo guardò il foglio in carta bollata poggiato sulla scrivania, il certificato del battesimo di una certa Agnes Barre, in fovea reperta (trovata nella buca) e fece la sua prima domanda. “Quindi voi affermate di essere il nipote di quest’uomo… Un certo… Richard, corretto?” Roger annuì con enfasi. “Esatto. Mio padre presenziò alla loro unione. Dell’arcidiacono e giudice di Ely, con colei che all’epoca chiamavano la donna verde. Ma già allora in molti ne avevano dimenticato l’esatta ragione.”
Ora l’ecclesiastico prese la penna d’oca per iniziare ad affidare alla parola scritta il suo lungo colloquio. Naturalmente, egli già conosceva la vicenda dei due bambini di Woolpit, che aveva brevemente menzionato nelle proprie cronache. Mai avrebbe immaginato, tuttavia, di poterne incontrare un testimone, seppur indiretto, potendo in questo modo aggiungere dettagli ad una delle vicende maggiormente sorprendenti dell’Anglia Orientale. “Tutto questo è molto interessante, figliolo. Parlatemi del loro abbigliamento. È vero che parlavano una lingua sconosciuta? Di che colore era la loro… Pelle?”

Leggi tutto

Il trucco del riflesso che percorre la materia: precursori di ologrammi nella vecchia epoca vittoriana

Come nella moda un po’ sinistra di scattare foto in cui le teste appaiono decapitate, o dagherrotipi formali dei recentemente defunti, è nota la pregressa sussistenza di un particolare fascino, provato dalle genti londinesi per le connotazioni filosofiche dell’altro mondo. Visioni letterarie da quel tipo di romanzi, drammi teatrali e singolari trattazioni prevalentemente compilati a partire tra l’inizio e la metà del XIX secolo, per poi sfociare in un esteso repertorio che continua, ancora oggi, ad avere i suoi nutriti estimatori. Allorché lo studio tecnico dei modi per creare simili visioni trovò il modo di sfociare nella sua versione per così dire animata. Forse il primo effetto speciale, per così dire fantasmagorico, ad aver fornito fondamenti validi allo studio di particolari stati d’animo ed emozioni oltre il semplice vissuto degli umani. E per tutto ciò che avviene successivamente a tale “fase”.
Era la sera di Natale del 1862 quando schiere di entusiastici visitatori del teatro di Regent Street, qui attirati dalla tradizione cittadina che vedeva tale circostanza come l’occasione di sperimentare il senso edificante di racconti o pratiche novelle moralizzatrici, si recavano alla prima de Il patto col fantasma di Charles Dickens, storia di un uomo di scienza che trattando col suo doppelgänger di una dimensione parallela, guadagna temporaneamente il dono di dimenticare e far dimenticare il passato. Ma pur avendo letto sulle locandine di un qualche tipo di espediente utilizzato nella rappresentazione, nulla avrebbe mai potuto prepararli a quanto stavano per sperimentare. Allorché durante il culmine del primo atto, il secondo aspetto del protagonista apparve in guisa traslucida d’un tratto al centro della scena! Visibile soltanto in parte, fluttuante come leggendaria apparizione di una cupa ed infestata dimora. Fu questo l’inizio di un nuovo ed altrettanto popolare filone. Con dozzine di spettacoli fondati sulla nuova metodologia perfettamente in grado di dar forma a ciò che prima d’allora, soltanto i sensitivi avevano narrato a beneficio di coloro che (ancora) appartengono alla schiera dei viventi.
Come tanto spesso avviene nello spazio delle innovazioni tecnologiche, due furono le menti interconnesse alla creazione di una simile ed inusitata meraviglia: il Tecnico ed il Commerciale. Destinato a soverchiare il suo compagno nella percezione pubblica e l’attribuzione meritocratica delle ricompense. Tanto che ancor oggi siamo soliti chiamare tale approccio “Fantasma di P.” nonostante sia del tutto certo che non fu effettivamente lui a crearlo. Bensì l’inventore Henry Dircks, avversario teorico dell’impossibile macchina del moto perpetuo, nonché propositore a molti dei teatri e istituzioni drammaturgiche della città di una rivoluzionaria trasformazione strutturale e architettonica, tale da permettere la rappresentazione di figure non-più-esistenti. Dietro un investimento considerevole che fallì nell’attirare l’attenzione dei seguaci, almeno finché non giunse voce della sua proposta al collega ed abile promotore John Henry Pepper, destinato da molti validi punti di vista, a soffiargli via l’idea…

Leggi tutto