“A.A.A. Cercasi tre guardiani per faro recentemente costruito, facente parte del programma di navigazione sicura della Northern Lighthouse Board. Il posto di lavoro essendo collocato in cima a un promontorio, con splendida vista sul tratto di mare che circonda il piccolo arcipelago di Flannan. Indirizzo esatto: Scozia, Ebridi Esterne, Eilean Mòr. “L’Isola Maggiore” con il suo prato circondato da svettanti insenature, la moderna funicolare dal punto di approdo e il caratteristico edificio in pietra della piccola cappella medievale, per nulla infestata dagli spiriti residui degli antichi marinai. Si richiede affidabilità, precisione, esperienza nella vita di mare. Capacità di utilizzare il telegrafo e competenze tecniche di base. Disponibilità a restare in isolamento dalla civiltà per periodi di almeno due o tre mesi, con periodico approvvigionamento di vettovaglie.”
Non è noto, esattamente, quante persone risposero all’annuncio pubblicato in seguito al completamento del moderno edificio ad opera della famosa ditta d’ingegneria civile della famiglia Stevenson, sebbene sul finire del 1899 il processo di selezione fosse stato essenzialmente completato da parte del sovrintendente locale della NLB, Robert Muirhead. Con due nomi scelti in base alla validità curricolare: James Ducat, 43 anni di età, capo responsabile con oltre vent’anni di servizio all’interno della stessa organizzazione. Assieme al suo assistente Thomas Marshal, giovane apprendista ventottenne con reputazione di essere tranquillo ed affidabile nei momenti di crisi. Cui nel corso del fatidico ultimo inverno del 1900 si sarebbe aggiunta l’ulteriore figura di assistente occasionale, nella persona dell’ex lupo di mare Donald McArthur, quarantenne con vasta esperienza ma notoriamente incline all’irritabilità. Non che fosse particolarmente instabile, o pericoloso.
Quello che sappiamo per certo è invece che le operazioni d’illuminazione, necessarie alla navigazione sicura in quel tratto di mare infido e particolarmente movimentato, si svolsero senza problemi o interruzioni fino al 15 dicembre di quell’anno, finché al passaggio del piroscafo transatlantico SS Archtor, le vedette notarono un’oscurità imprevista proveniente dalla direzione della landa emersa oggetto della nostra disquisizione. Al che il capitano, fortunatamente in grado d’evitare pericolosi incidenti, inviò un messaggio tramite telegrafo alle autorità portuali della vicina isola di Lewis e Harris, che tuttavia tardarono nell’attivarsi in modo puntale per gli accertamenti di rito, probabilmente immaginando un temporaneo problema tecnico, o un qualche tipo di ostacolo meteorologico all’avvistamento della luce del faro. La mancanza di risposte alle reiterate richieste di rapporto inviate a carico dei tre guardiani, tuttavia, indusse la commissione a formare una squadra di soccorso a una settimana di distanza dicembre a bordo della nave di rifornimento Hesperus, capitanata da James Harvie e con a bordo lo stesso Robert Muirhead, preoccupato per l’incolumità dell’equipaggio che lui stesso aveva designato come parte delle sue mansioni preposte. Il momento dello sbarco ebbe dunque modo di palesarsi in quel drammatico 26 dicembre. Nel più assoluto e comprensibile sbigottimento, mentre i richiami all’indirizzo della bianca torre rimanevano del tutto privi di risposta. Preannunciano l’assoluta e più totale assenza di coloro che, in base alla logica, avrebbero dovuto trovarsi all’interno…
Molte furono le storie ed invenzioni strettamente interconnesse, fin da subito, alla sparizione dei tre addetti al faro della verdeggiante terra emersa di Eilean Mòr. A partire dalla pubblicazione non esattamente o ufficialmente autorizzata di un presunto diario quotidiano, in cui Ducat avrebbe annotato in modo non troppo professionale il comportamento giorno dopo giorno dei suoi colleghi, progressivamente inclini ad agitarsi mentre il clima continuava a peggiorare, fino all’ultima tempesta stranamente assente dalla cronache di questi giorni, benché letale, durante cui persino questi individui esperti avrebbero pregato e pianto in un evidente stato di disperazione. Il che dimostra, se non altro, la passione di epoca Vittoriana ed immediatamente successiva per le storie inspiegabili, ogni sorta di mistero e le narrazioni basate sulla documentazione ritrovata, il senso dell’oblio e lo smarrimento delle coordinate contestuali di riferimento. Così che molti, negli anni a venire, furono gli approfonditi articoli scritti su riviste scandalistiche e di cronaca nera, sia in patria che dall’altro lato dell’oceano. Altrettanto problematico, nell’inquadramento storiografico dei fatti effettivamente verificatosi, sarebbe stato il successo ottenuto a partire dal 1912 dal componimento in versi di Wilfrid Gibson intitolato semplicemente Flannan Isle, popolato d’immagini inquietanti come le tre sedie rimaste vuote all’ora di cena, l’orologio fermo, lo smarrimento dei soccorritori, definiti “Tre uomini vivi sulla costa, silenziosamente intenti a ricordare tre uomini ormai defunti.”
Fantasmagorie di un tipo narrativo che basandosi sulla disanima ufficiale degli eventi, non avrebbero in realtà posseduto alcuna ragione di sussistenza. Essendo stato in verità piuttosto rapido il supervisore Robert Muirhead, e altrettanto puntuale nel suo rapporto, nel rilevare un chiaro stato di devastazione del punto di approdo occidentale, uno dei soltanto due disponibili. Assieme all’anomalia numerica dei soprabiti cerati di Ducat e Marshall effettivamente assenti, mentre quello di McArthur si trovava ancora nella torre, lasciando immaginare un’uscita frettolosa in condizioni climatiche avverse presumibilmente per prestare soccorso ai propri colleghi in difficoltà. Da cui l’unica ricostruzione possibile di un malcapitato tentativo d’intervento sul bordo sopraelevato dell’isola dei due membri meno avvezzi, nella vana speranza di salvare l’equipaggiamento e le cime poste in corrispondenza dell’inizio della funicolare, impresa in assenza della quale lo stesso Marshall era già stato multato cinque scellini durante una collaborazione lavorativa precedente. Poco prima che un evento imprevisto, possibilmente un’onda anomala come esemplificato da una cassa di materiali dislocata a molti metri di distanza, spazzasse via gli addetti da ogni regione visitabile dell’esistenza terrena. Plausibile, probabile, acclarato… Tre termini non propriamente coincidenti col gusto per l’inquietudine e le storie affascinanti. Il che avrebbe portato, per oltre un secolo di collettive elucubrazioni, a concentrarsi sull’assenza di certezze sulla mistica vicenda, piuttosto che un numero oggettivamente limitato di prove a disposizione.
Visioni alternative tra le quali spicca inevitabilmente l’ipotesi di un qualche tipo di causa umana. Possibilmente interconnessa alla particolare topografia dell’isola, che con le sue coste e insenature soprelevate, dette in gergo geo o gio, avrebbe potuto facilmente visto la caduta inevitabile per molti metri e fino al bagnasciuga, dei tre addetti in un momento di colluttazione o disaccordo in merito alle contromisure necessarie per salvare le preziose casse rimaste esposte agli elementi dei mari del Nord. Fino alla complicata vicenda narrata nel film del 2018 The Vanishing del regista danese Kristoffer Nyholm, in cui la dipartita di due personaggi e la scomparsa del terzo viene messa in relazione all’improbabile comparsa sull’isola di un naufrago con un prezioso scrigno d’oro, ed i cruenti eventi che fecero seguito a tale frangente. Ipotesi valida quanto qualsiasi altra, inclusa l’idea per nulla confutabile che, come successo in altri luoghi nello stesso periodo storico, i tre guardiani potessero aver risentito del comportamento imprevedibile dovuto alla respirazione dei vapori di mercurio, utilizzato come superficie senza attrito per facilitare la rotazione della lampada all’interno del faro, in base ai piani utilizzati dallo stesso progettista Stevenson ed i suoi colleghi coévi. Laddove alla cessazione di uno stato razionale dei ragionamenti, che gestisca le azioni e reazioni con rapporti produttivi, nulla può essere davvero prevedibile, nessuna conseguenza pienamente spiegata. Il che vede i panico come una fonte di disordine. Parimenti all’inesperienza, o la cupidigia. Per usare le parole dello stesso Gibson, lasciandoci ad interrogarci:
How six had come to a sudden end,
And three had gone stark mad:
And one whom we’d all known as friend
Had leapt from the lantern one still night,
And fallen dead by the lighthouse wall:
And long we thought
On the three we sought,
And of what might yet befall.


