Il sole nel soggiorno, incorporato nel meccanico sistema planetario del Settecento

Eppur si muove: gli ospiti portati nel salotto dall’abbiente imprenditore dell’industria della lana di Franeker, Eise Eisinga, solevano guardare verso l’alto con lo sguardo al tempo stesso intrappolato e sospettoso. Dalle vigenti circostanze della meraviglia tecnologica più rinomata di questa piccola città universitaria d’Olanda. Cinque sfere che si stagliano contro uno sfondo di color celeste, appese ad altrettanti bastoncini di metallo, ed ulteriori due dorate, con lunghi fili che le portano ad avvicinarsi al pavimento sottostante. Una, la più grande, perfettamente immobile mentre l’altra gira e al tempo stesso funge come il perno di un corpo più piccolo, grazie a un ingranaggio dalla complessità evidente. O almeno, così dicevano le storie sul Koninklijk, il Planetario Reale in tal modo battezzato fin da quando Guglielmo d’Orange, primo del suo nome, acquistò nominalmente il marchingegno nel 1818, stipendiando al tempo stesso il suo prezioso costruttore e residente. Tutto proporzionatamente in scala dal punto di vista dimensionale, laddove l’asse cronologico dei movimenti era pensato al fine di essere conforme alla realtà. In altri termini, un anno era necessario affinché la doppia sfera usata per rappresentare Terra e Luna completasse un giro attorno alla “stella” centrale. 88 giorni per Mercurio, 225 per Venere, 687 per Marte, 11 anni per Giove ed oltre 29 per Saturno. Orizzonti temporali mediamente superiori alla durata di un piacevole koffietijd, tradizionale incontro pomeridiano con caffè e biscotti. Ma anche la durata tipica di un meccanismo tanto sofisticato, soprattutto quando costruito con i materiali e le tolleranze del secolo della scienza (il XVIII) per forza di cose inferiori alle tecnologie dei nostri giorni. Laddove l’opera di Eisinga, completata inizialmente nel 1781 e perfezionata ripetutamente fino al giorno della sua dipartita nel 1828, lungamente gli sarebbe sopravvissuta, continuando a funzionare, si dice senza interruzioni, per un periodo ormai prossimo ai 250 anni, abbastanza affinché l’unica sferetta con l’anello completasse il proprio giro ben 8 volte. Questo grazie a vari accorgimenti nella sua progettazione, ma soprattutto l’idea straordinariamente utile di accompagnarla a un manuale, dettagliato volumetto scritto di suo pugno, con informazioni approfondite di manutenzione, pezzi di ricambio e l’occasionale correzione necessaria dell’imprecisione frutto del passaggio dei giorni. Così nascono creazioni destinate a perpetuarsi lungo le generazioni, diventando piccole leggende nazionali ed approdando, infine, a un riconoscimento come quello di stimato patrimonio dell’UNESCO, ottenuto nel 2018 dopo la nomina da parte del Ministero della Cultura effettuata sette anni prima. Certe cose, si sa, richiedono del tempo. Incluso il meritato riconoscimento delle opere domestiche, costruite nella pace e nel silenzio…

Assai particolare può essere in effetti definita, non soltanto la storia bensì anche il contesto del Koninklijk, oggi visitabile all’interno di quella che sembra essere a tutti gli effetti un’abitazione privata nel quartiere accademico storico, vicino all’ex ospedale psichiatrico di Franeker. Proprio perché ciò rappresentava all’epoca, in quanto proprietà esclusiva di colui il quale, volente o nolente, si era ritrovato a seguire le orme commerciali di suo padre. Provenendo Eisinga da una stimata famiglia di cardatori del vicino villaggio di Dronryp, che all’apice del proprio successo vantavano multipli opifici e più di 400 dipendenti. Il che gli avrebbe permesso, assieme al fratello, di crescere in un ambito sereno e frequentare la scuola secondaria, dove dimostrò da subito una significativa propensione allo studio ed in modo particolare la matematica. Se non che raggiunta l’età del ginnasio, il padre decretò che ritornasse in casa per gestire gli affari, abbandonando ogni pretesa di una carriera accademica futura. La disobbedienza era impensabile, ma questo non significò lasciare indietro le sue passioni. Se è vero che all’età di 15 anni il giovane Eise pubblicò già un suo primo trattato, composto da un rekenboek (libro di aritmetica) della lunghezza di 665 pagine. Seguìto da ulteriori verhandelingen (dissertazioni) nel contesto delle frequenti lezioni private di astronomia e meccanica, che frequentava recandosi ogni giorno a piedi fino alla città universitaria adiacente. Fu dunque nella fase successiva della sua vita, trasferitosi finalmente a Franeker ed ivi acquistata la sua residenza, che un fattore scatenante lo avrebbe ispirato a costruire la sua opera di maggiore importanza. Allorché tra il popolo iniziò a girare un preoccupante opuscolo, redatto dall’ecclesiastico ed aspirante patriota Eelco Alta, in merito a un presunto allineamento planetario, che a suo dire avrebbe causato la fine del mondo esattamente l’8 maggio del 1774. Giustapposizione forse leggendaria, eppur pregna di significato, tra l’incertezza delle osservazioni prive di una base logica oggettiva e la manifesta verità dell’orologio, sistema in grado di esemplificare la dinamica dei movimenti cosmici per il primario beneficio dei sapienti. Da cui l’idea, certamente già formata presso il novero di tale mente indagatrice, di trasformare il suo salotto in un planetario meccanico, impiegando i metodi più avanzati noti ai costruttori della sua Era. La cui progettazione fu notevolmente atipica, data la necessità d’incorporare e nascondere l’intera macchina nel controsoffitto di una stanza, con accorgimenti quali un pendolo accorciato con un tempo d’oscillazione pari a 80 volte al minuto, affinché il suo arco non penetrasse nello spazio sottostante del bedstee, il tipico letto richiudibile dei paesi dell’Europa settentrionale. Fornendo di suo conto la forza motrice necessaria a far girare i 6 quadranti incorporati nelle pareti della stanza, dedicati rispettivamente all’orario della Luna, la fase di quest’ultima, i giorni della settimana, l’anno, l’alba e il tramonto ed un completo planisfero del Sistema Solare. Così efficacemente e scenograficamente replicato dalle sfere stesse che si stagliano contro il soffitto azzurro cielo, di un colore scelto (si dice) anche al fine di respingere le mosche, ritenute poco avvezze ad un tale colore.

Trionfo pratico e realizzazione di una straordinaria ambizione, che si colloca in maniera cronologica all’interno di un periodo in cui la città accademica di Franeker stava ormai perdendo parte del proprio prestigio avito, mentre i professori di maggior fama sceglievano di trasferirsi in atenei più rinomati come quelli di Leiden o Groningen. Laddove lo stesso Eisinga si trovò improvvisamente in conflitto, a quanto narrano le biografie, con la fazione politica orangista nel 1787, trovandosi improvvisamente esiliato presso Visvliet, dove trascorse alcuni anni della sua vita. Soltanto per tornare nel 1795 all’orologio nella sua dimora, miracolosamente ancora intatto e funzionante, trovandosi finalmente ad intraprendere la carriera che aveva sempre desiderato: quella d’insegnante straordinario presso l’Accademia, con la qualifica di boerenprofessor, “professore contadino”. Finalmente i propri meriti ed approfonditi studi erano stati riconosciuti, un trionfo destinato ad ottenere ulteriore conferma con la visita ed il patrocinio di Guglielmo I, esattamente una decade prima della sua morte all’età di 84 anni. Quando il successivo sovrano Guglielmo III dei Paesi Bassi decise di donare il planetario alla città stessa, che avrebbe continuato a tutelarlo fino ai giorni nostri, trasformandolo in un museo. A memoria imperitura dell’ingegno di un uomo che, contrariamente alle leggende perpetuate negli anni, non era esattamente un autodidatta. Ma neppure uno scienziato di somma fama nel corso della sua pur lunga partecipazione al mondo della sapienza. A volte ci vogliono parecchi anni perché si possa giungere ad un’appropriata attribuzione dei meriti. E giri ripetuti dell’instancabile sfera inanellata, lassù nell’Empireo della notte senza tempo.

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