Tempesta di colpi che riecheggia con acustica perfetta contro l’alto muro del Jai alai

Lo svago collettivo ed il divertimento, il flusso dei primi turisti ed il benessere degli abitanti non erano concetti sconosciuti nella Cuba degli inizi del Novecento. Quando al centro dell’Avana un luogo in mezzo a molti altri sembrava suscitare, più di ogni altro, l’entusiasmo cacofonico dei propri ospiti e utilizzatori. El Palacio de los Gritos, lo chiamavano in lingua spagnola, con riferimento al chiasso senza fine che sembrava provenire nelle ore di maggior frequentazione dalla propria forma lunga e stretta, con un’altezza grosso modo equivalente a un condominio di due o tre piani. Nessun solaio campeggiava in tale spazio, tuttavia, bensì un unico soffitto alto e un corridoio dall’ampiezza calpestabile di 15 metri, sebbene aperto su di un lato al fine di ospitare il pubblico del quotidiano evento partecipativo, un po’ come quello utilizzato per le registrazioni molto successive di una sit-com. Jai ala era il nome di una tale circostanza, ovvero “Festa allegra” così come suggerito inizialmente da Serafin Baroja una trentina d’anni prima, facendo l’utilizzo dell’idioma della sua antica nazione. Luogo di provenienza, per l’appunto, di una delle molte evoluzioni della pallacorda del XIII secolo, tradizionalmente incorporata nella lunga serie di stimate tradizioni e tratti culturali degli Euskadi, in questo caso destinati a convergere nella disciplina comunemente nota come pelota/pilota o più semplicemente “palla” basca. Per la prima volta, come in pochi avrebbero potuto immaginare, qualcosa di originariamente relegato a quel distintivo fazzoletto d’Europa era giunto all’altro alto dell’oceano. Ed il futuro successo di quel nuovo sport, in quel momento, non sarebbe potuto apparire connotato da più enfatiche speranze.
Molti sono, a tal proposito, gli aspetti affascinanti che rendono la pratica in questione interessante fin da subito ai non iniziati. A cominciare dal fattore esteriore della chistera con la forma riconoscibile di una banana o cesta saldamente legata al braccio destro dei quattro giocatori (per ragioni intrinseche, non sono ammessi i mancini) intrecciata come il vimini con listelli di canna e possibilmente dotata di struttura portante in legno di castagno appositamente importato. Capace di agire come una sorta di estensione e al tempo stesso catapulta situazionale, ogni qual volta costoro scaraventano la pelota di caucciù e cuoio contro l’iconico frontón o parete posta innanzi ai loro sforzi, cercando di farla rimbalzare in modo che gli avversari risultino incapaci di afferrarla entro il secondo rimbalzo e rimandarla indietro con un solo fluido movimento della propria mano. Una sorta di squash dunque, racketball o padel, con una singola, importante differenza: la velocità fulminea del proiettile lanciato con i sopracitati ausili. Capace di raggiungere o superare agevolmente, nel caso di un esperto utilizzatore, la cifra assolutamente notevole di 300 Km/h. Ragion per cui è ad oggi obbligo indossare il casco. Visto come gli infortuni, per quanto relativamente rari, possano raggiungere un grado tutt’altro che trascurabile in termini di gravità… Volete sapere, a tal proposito, qual era un nome alternativo usato per il palazzo cubano? El Matadero (il mattatoio) luogo di abbondanza e al tempo stesso, inevitabile sofferenza per i meno fortunati…

Suddiviso in innumerevoli varianti nel suo paese d’origine, diversificati per numero di partecipanti, durata del match ed organizzazione dei turni di gioco, la palla basca destinata a diventare celebre su scala internazionale avrebbe visto emergere in modo particolare la sua variante nota per l’appunto con l’antonomasia letteraria di Jai alai o il termine endemico di cesta punta, con uno svolgimento operativo non del tutto dissimile a una serie di brevi partite di tennis in doppio. Giocate nella maggior parte dei casi, per ciascun singolo evento, come un torneo ad eliminazione diretta con 8 coppie partecipanti, aventi l’obiettivo di raggiungere un punteggio tra i 7 e i 9 punti, contro i 40 previsti in patria. Una significativa semplificazione e velocizzazione ulteriore dello svolgimento, finalizzata a incoraggiare ulteriormente quella che fu sempre vista, soprattutto dopo l’approdo in territorio nordamericano, come una qualità molto apprezzabile dello sport d’importazione: la sua affinità al mondo delle scommesse e del gioco d’azzardo istituzionalizzato. Molti furono i frontón aperti a tal fine, negli anni immediatamente successivi, tra Miami, il resto della Florida e l’intero territorio degli Stati Uniti, centrando pienamente il bersaglio di affiancarsi nella mentalità collettiva alle corse dei cavalli o dei cani. E fu proprio quello il fatidico momento, paradossalmente, in cui vennero raggiunte le vette più alte di competenza da parte dei giocatori fatti venire appositamente dall’Europa, dietro il pagamento di stipendi non esattamente commisurati al giro di soldi guadagnati dai proprietari ed organizzatori. Loro il merito di far conoscere alla gente, d’altra parte, l’eccezionale dinamismo, il ritmo sincopato ed il sempre presente pericolo di tale forma d’intrattenimento, tanto popolare al suo apice da figurare come nota a margine della cultura condivisa, nonché all’interno della sigla e svariati episodi del popolare show televisivo Miami Vice. così come furono i loro comprensibili tentativi di formare un sindacato, destinati a concretizzarsi verso la fine degli anni ’80, causando un sostanziale cortocircuito da parte di coloro che restavano perennemente in cerca di una nuova “fad” o moda generazionale. Gradualmente accantonato, o relegato dagli stessi proprietari dei palazzetti a evento occasionale organizzato, più che altro al fine di mantenere la preziosa licenza del gioco d’azzardo, lo sport diventò gradualmente un semplice rumore di sottofondo, utilizzato più che altro come pretesto per le assai più redditizie, ed ancor più imprevedibili partite a poker giocate dietro la rete protettiva della riecheggiante corsia.
Uno dei risvolti maggiormente imprevedibili nonché, nei fatti, lesivo alla cultura dello sport sincretistico tipicamente praticato negli Stati Uniti, lasciando prevalere un senso malinconico trattato anche in un episodio della più recente serie sui pubblicitari della New York degli anni Sessanta, Mad Men. Allorché difficilmente i giovani avrebbero potuto approcciarsi, allo stato dei fatti vigente, agli acuti tecnicismi previsti da quel semplice gesto competitivo, in realtà influenzato dal bisogno di mandare l’imprendibile sfera il più veloce possibile dopo il servizio iniziale tra le linee 4 e 7, per imprimergli rimbalzi imprevedibili, se possibile capaci di raggiungere persino la parete posteriore posta alla distanza di 55 metri, in una mossa nota come rebote. Il colpo segreto dei cosiddetti giocatori zagueros, eternamente contrapposti ai delanteros specializzati nella parte frontale della lunga e stretta area di gioco.

Oggi poco conosciuto dalle nuove generazioni, nonostante l’alto potenziale di spettacolarità, il Jai alai/cesta punta resta un repertorio citazionistico impiegato quando si desidera fare riferimento ad una particolare epoca o regioni specifiche degli Stati Uniti. Piuttosto che evidenziare la sua oscurità per chiunque non provenga da quegli specifici luoghi temporali, come fatto in un’insolito contesto dall’autore di romanzi fantasy/LitRPG Matt Dinniman nella sua serie di maggior successo dal protagonista nato a Seattle, l’eponimo Dungeon Crawler Carl.
Che con la serie tv in arrivo recentemente annunciata dall’emittente in streaming Peacock, potrebbe anche rappresentare l’opportunità di far emergere di nuovo lo sportivo fulmine in bottiglia dalle pagine ormai polverose della storia del divertimento americano. E permettere di nuovo a quelle grida iper-entusiastiche di riecheggiare, sebbene in mezzo agli orchi e tra le auguste sale di un diverso tipo di “mattatoi” dell’odierna epoca digitalizzata.

Lascia un commento