Una tendenza ricorrente da parte degli esploratori nel secolo delle scoperte, tra il XV ed il XVI, era quella di attribuire nomi per antonomasia alle specie animali mai viste prima: non veri e propri neologismi, dunque, ma piuttosto il pratico utilizzo metaforico dei termini già familiari, trasferiti a carico di esseri che in qualche modo, nell’aspetto o nel comportamento, riuscivano effettivamente a ricordarli. Così i “leoni” e le “tigri” americane, in realtà ben diversi puma e giaguari o il porcellino d’India, che in effetti proveniva dalla regione delle Ande. O lo stesso pinguino, così chiamato con riferimento all’alca impenne dell’Oceano Atlantico, volatile oggi estinto con cui geneticamente aveva poco o nulla a che vedere. Non era ignoto d’altro canto il caso relativo a semplici impressioni, destinate in seguito a venire confermate dall’applicazione della scienza contemporanea. Un di queste può essere individuata nell’incontro reiterato dei nostri antenati viaggiatori, in buona parte dell’Asia Meridionale dall’India fino alla Thailandia, con lo zelante ma relativamente mansueto mammifero del sottobosco, cui venne attribuito quasi subito l’appellativo di “tasso dal nome di porco”. Il cui naso lungo e affusolato, come quello del più tipico suino, potrà anche costituire una falsa pista, ma l’appartenenza con così distante alla genìa di uno dei più riconoscibili mammiferi europei sarebbe stata in seguito accertata sulla base di fattori dalla difficile, per non dire impossibile confutazione. Basti dunque il primo sguardo per notare le immediate somiglianze: la colorazione bianca e nera, più allarmante che mimetica in un chiaro caso di aposematismo, gli artigli affilati adatti a scavare, sebbene di un colore bianco rispetto al nero delle controparti nostrane. Le orecchie piccole ed il pelo irsuto, gli occhi neri ai lati della testa, onde scovare il pericolo che cerca di sorprenderlo dalla periferia del proprio campo visivo. Laddove singolare e distintivo appare, nel frattempo, il suo comportamento. Che lo vede aggirarsi nelle ore crepuscolari e notturne alla ricerca di fonti di cibo sotterranee, con l’atteggiamento tipico riassunto in altri ambiti nell’espressione Grufolare. Il che non susciti per sbaglio l’impressione che si tratti di un erbivoro: mustelide a tutti gli effetti ed in tal senso un compatto ed efficiente carnivoro, il tipico rappresentante del genere Arctonyx, classificato in tal senso solo nel 1825 da Frédéric Cuvier costituisce un affinato estimatore della carne di lombrico sopra ogni altra cosa al mondo. Vittima longilinea che gli riesce di trovare in tutte le stagioni, sebbene a partire dall’autunno la sua dieta si arricchisca di una certa quantità di frutta precipitata a terra dall’ombroso tetto della foresta. Dove gli riesce di aggirarsi, non visto e indisturbato fino ai margini degli insediamenti umani, nonostante il rapporto conflittuale che tende generalmente ad avere con gli agricoltori di svariati paesi facenti parte del suo vasto areale…
Esistono in tal senso tre specie riconosciute del tasso dal naso di porco, di cui soltanto una è considerata vulnerabile a fattori contestuali che potrebbero, un giorno, portarla all’estinzione. Sto parlando nello specifico dello Arctonyx collaris o t.m.d.p. Maggiore, accompagnato nell’indice dello IUCN dalla dicitura “vulnerabile” causa principalmente l’estensivo commercio che ne viene fatto per la solita, quanto problematica associazione a diversi rimedi popolari menzionati nel canone della medicina tradizionale cinese. Questione molto preoccupante soprattutto in connessione all’unicità di tale mammifero, costituente con la sua lunghezza di fino a 105 cm ed il peso di 14 Kg il singolo mustelide più imponente del nostro pianeta. Sensibilmente più roseo il futuro, nel frattempo, dei suoi due parenti A. albogularis o Settentrionale ed A. hoevenii, l’esteriormente simile, ma geneticamente distinto t.m.d.p. della terra di Sumatra. In un insolito sovvertimento del fenomeno noto come gigantismo insulare, date le misure paragonabili in quest’ultimo caso a quelle di un gatto domestico, nei fatti anche inferiori a quelle del tasso nostrano. Per un discorso di conservazione endemica, esteso ad una zona d’interesse che coinvolge paesi molto diversi per sensibilità e attenzione alle questioni ecologiche, inerentemente complesso anche a causa di un fattore tangente: timido e riservato, generalmente solitario, questo animale presente l’anomala capacità di essere rimasto per molti secoli culturalmente trasparente. Ovvero anche in presenza di una chiara consapevolezza da parte delle popolazioni adiacenti, la più totale assenza nelle loro storie o i miti folkloristici, rimanendo addirittura privo di un nome specifico mirato a definirlo per esteso. Il che rende le limitate cognizioni di cui disponiamo, dal punto di vista ecologico e comportamentale, per lo più un acquisizione degli ultimi secoli, per iniziative o progetti di studio organizzati soprattutto da enti accademici situati in Occidente ed in Cina, soltanto parzialmente situata nei suoi territori.
Insolita rimane, ad esempio, la modalità che impiega normalmente per marcare il territorio. Che vedrebbe secondo uno studio del 2015 (Zhou et al.) operare i membri della specie in base ad un principio noto in economia come lo scarce factor paradox, consistente in quel contesto nell’impiego delle proprie feci ed urine al fine di stabilire un perimetro, tanto più marcato ed intenso quante meno risorse si trovano effettivamente all’interno dell’area interessata di volta in volta. Una tendenza, possibilmente, ad attribuire un valore intrinseco alle fonti di cibo più rare, indipendentemente dalla durata e quantità di queste ultime prima del sopraggiungere dei tempi di magra. Altro meccanismo biologicamente interessante, presente anche nella martora, la lontra ed il ghiottone, quello noto come diapausa embrionale, che permette alle femmine del tasso dal muso di porco di ritardare il momento del parto in base alla sussistenza di fattori esterni favorevoli, quali il sopraggiungere della stagione calda o la cessazione di fattori di disturbo eccessivi.

Creatura indubbiamente dotata di un certo carisma, non soltanto per il proprio aspetto insolito, quanto la chimerica somiglianza ad esseri immediatamente riconoscibili in ogni parte del mondo, il tasso dell’Asia Meridionale resta quindi un abitante periferico dei nostri pensieri, nell’assenza di un progetto concordato al fine di conservarne e preservarne il delicato posto nell’ecosistema di appartenenza. Il che dimostra quanto utili possano essere certi distretti di Internet, quanto meno, a suscitare l’attenzione del pubblico nei confronti del prezioso patrimonio biologico di determinati paesi, non sempre altrettanto attenti a preservare ciò di cui la natura gli ha fatto omaggio, per il tramite delle tortuose e poco parallele strade dell’evoluzione animale. Siano allora digitalizzate, quanto meno, le entusiastiche scoperte fatte dai navigatori di un tempo. E per sempre variegati, imprevedibili ma in qualche modo stranamente familiari, gli abitanti che si aggirano nei territori onirici dei nostri giorni più segreti.

