La luna impressa mille volte nella torba per la salvaguardia e il nutrimento della natura

Ci sono luoghi, su negli altopiani dei Pennini britannici, dove la brughiera lascia il posto a un tipo di paesaggio particolarmente raro. Fatto di dolci declivi e contrapposte risalite, ricoperte da un manto verdeggiante dal colore tipicamente uniforme. Senza un albero o cespuglio e cosa ancor più strana, nessun manto d’erba in senso “convenzionale”. Non è classica vegetazione, questa, bensì un mare ininterrotto di muschio misto ed indiviso, il cosiddetto Sphagnum che concentra in un singolo ambiente diverse dozzine, se non centinaia di specie. Camminarci sopra è un’esperienza di un certo spessore; metafisico e del tutto tangibile, allo stesso tempo. Con i piedi che sprofondano in modo apprezzabile, nel sostrato di quel tipo di pianura che è anche una palude, al tempo stesso. Torbiera “a materasso” o “letto di piume”, questo il nome tecnico di un simile paesaggio, frutto di equilibri delicati che, ormai da plurime generazioni, appaiono incapaci di perpetrare la propria sussistenza ulteriore. Eppur se c’è un barlume di speranza, questo assume un singolare aspetto. Nel momento in cui si supera la linea di quell’orizzonte, aprendo la vigente prospettiva verso una distesa di figure replicate in modo regolare da quella stessa mano umana, responsabile dei mutamenti di quel clima che risente del progresso e le sue multiformi implicazioni. Un aspetto lunare per due valide ragioni: in primis perché assume l’effettiva guisa di un preciso susseguirsi di crateri. E poi in quanto ciascuno di essi, ad uno sguardo concentrato, appare con la chiara geometria di un ventaglio, simile a uno spicchio dell’astro delle nostre notti di primavera. O capasanta (scallop, come le chiamano da queste parti) scavata grazie all’uso di una ruspa con il fine di riuscire a incamerare, e far filtrare nel profondo le cospicue quantità d’acqua piovana. Con vantaggi impliciti per le grandi quantità di sfagno che circondano ciascun emblema.
È un progetto diventato sessennale dall’ormai remoto 2020, quello perseguito dall’associazione Moors for the Future in collaborazione con la Global Peatlands Intiative patrocinata dalle Nazioni Unite, qui nella regione di Holcombe così come nell’Africa Centrale ed altri luoghi disseminati nei continenti, con il fine pratico di rivitalizzare ciò che in molti avevano ormai dato per spacciato. A seguito del prolungato sfruttamento all’inizio dell’epoca industriale, con finalità di combustibile, e poi con l’obiettivo assai risibile di sostenere il giardinaggio ricreativo in qualità di concime, di una delle sostanze più rare e preziose nel controllo ad ampio spettro dell’anidride carbonica. Laddove l’effettiva superficie della Terra che si trova ricoperta da uno strato di torba corrisponde a poco meno del 3%. Ma si stima che essa possa essere effettivamente responsabile d’immagazzinare circa un terzo del carbonio organico esistente. Più dell’Amazzonia e tutto il resto delle foreste del nostro azzurro e sovrasfruttato pianeta…

Un territorio in bilico dunque e non come diretta conseguenza di risvolti recenti. Visto come l’estrazione sistematica della torba da luoghi remoti della Gran Bretagna abbia costituito, nel corso degli ultimi due secoli, una delle spinte maggiori alla realizzazione d’infrastrutture di collegamento, come canali e ferrovie per il trasporto di quell’umido tesoro. Con l’apprezzabile effetto collaterale, particolarmente perseguito fino alle propaggini dell’Era Contemporanea, d’incrementare il più possibile i terreni coltivabili, senza un modo per comprendere gli effetti a lungo termine del percorso tanto orgogliosamente selezionato. Allorché il drenaggio di queste paludi, mediante l’utilizzo di canali e fossi utilizzati per l’abbassamento della falda acquifera, andava ad alterare le precise condizioni necessarie alla prosperità dello sfagno. Inficiando in tal modo l’effettiva sostenibilità della redditizia industria sopracitato. Ma il nocciolo della questione restava, nei fatti, un altro. Poiché ad ogni metro cubo di torba rimossa, oltre alla riduzione della capacità di captazione dell’anidride carbonica posseduta dal poderoso ammasso, i macchinari aprivano lo scrigno delle quantità di gas contenute all’interno di esso. Contribuendo, in modo istantaneo, all’aumento sensibile del riscaldamento terrestre. Soltanto nel periodo tra gli anni Ottanta e Duemila, con una tardiva presa di coscienza, le organizzazioni statali di tutela del territorio iniziarono in Inghilterra a definire alcune riserve oggetto di tutela, con limitati sussidi per il ripristino, senza tuttavia rimediare il problema alla radice. Se è vero che nel solo 2020, ancora venivano estratti annualmente 2,3 milioni di metri cubi con finalità d’impiego locale ed esportazione, per una quantità corrispondente di 880.000 tonnellate di CO2.
Il che avrebbe posto, se non altro, le basi di una lenta ma risolutiva svolta verso il cambiamento delle tradizioni lesive, con il varo a partire da 2025 della garanzia di qualità per le piante vendute “senza uso di nuova torba” ed una petizione, attualmente in corso, finalizzata al varo di una legge che ne vieti totalmente l’estrazione. Ciò mentre il processo graduale di ripristino, con agguerrita enfasi, continua ininterrotto nelle peatlands dei Pennini ed altrove.

Uno sforzo collettivo fatto non soltanto dello scavo dei sopracitati scallop bunds, ma anche il blocco dei canali di drenaggio pre-esistenti mediante l’uso di dighe costruite in pietra e i tappeti arrotolati di fibra di cocco tenuta assieme da reti biodegradabili, noti come coir rolls. Oltre alla deposizione di veri e propri “tappi” di muschio sfagno, coadiuvati dal sostrato nutriente dell’erba brugo (Calluna vulgaris) elitrasportata in quantità copiosa nelle zone critiche per il mantenimento del tappeto verdeggiante.
Una letterale spugna fatta di materia vivente e decomposta al tempo stesso, capsula temporale dei secoli trascorsi. E potenziale fondamento per le prospettive a medio e lungo termine, di poter tornare allo stato di equilibrio che esisteva un tempo. Un singolo fossato di seguito l’altro. Ciascuno identico, e per questo parimenti utile grazie alle implicazioni della forma, allo stuolo dei suoi molti umidi fratelli.

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