Cos’è la percezione umana della Storia, se non un susseguirsi di fatti acclarati e inconfutabili leggende, puramente iscritte nei ricordi e la memoria della collettività capace di formare la più pura anima di una nazione? Nel 1188, durante una riunione dei suoi cortigiani e cavalieri a Magonza, il grande Re d’Italia e Imperatore dei Romani Federico Barbarossa proclamò la sua intenzione di partecipare alla Terza Crociata, partendo per un viaggio finalizzato alla riconquista di Gerusalemme. Raggiunta la Cilicia col suo esercito, rimase però vittima di un incidente durante il guado del fiume Calicadno, nei pressi della Seleucia. Annegato in terra straniera, non avrebbe fatto più ritorno. O almeno questo è ciò che narrano le cronache ufficiali: diffusa è infatti l’idea, tra i cultori del potente leggendario interconnesso all’esistenza del primo Reich, che il suo spirito immortale avesse galoppato sopra mari e monti raggiungendo nuovamente la Germania. Per poi recarsi a riposare, quietamente, sotto le molte tonnellate della roccia di una montagna in Turingia. Dando inizio a quella lunga attesa, al termine di cui avrebbe avuto finalmente la ragione e il modo di svegliarsi. Per dare al proprio popolo l’opportunità di ritornare ai fasti di un tempo. Un’idea cruciale nel nazionalismo prussiano della seconda metà del XIX secolo, che accompagnò e fu forza positiva per le plurime campagne militari del sovrano Guglielmo I, il quale assieme al suo famoso cancelliere Otto von Bismarck, fu la figura cardine per la dissoluzione tra i confini dei paesi, ricaduti sotto l’egida individuale dei singoli elettori, al termine in un’epoca corrispondente all’inizio del Rinascimento europeo. Per poi condurre le compatte truppe di quella Germania rediviva fino alle importanti vittorie contro l’acerrimo nemico francese, assediando la stessa Parigi mentre celebrava il suo trionfo con un’incoronazione imperiale nelle auguste sale di Versailles. Invero, dovette sembrare ai suoi soldati che il supremo spirito di Barbarossa fosse in qualche modo intervenuto, per guidare la sua mano e illuminare il sentiero di un così augusto destino. Allorché negli anni successivi del suo regno, venne percepita la necessità di rendere quel parallelo esplicito, attraverso la celebrazione della fondamentale figura di quel grande sovrano. L’idea di farlo in modo contestuale ad una delle località geografiche più strettamente interconnesse al mito del suo insigne predecessore nacque dunque e prese piede attorno al 1890, soltanto un paio di estati dopo la morte di Guglielmo I per ragioni di salute all’età di 91 anni. Su iniziativa e con una raccolta fondi messa in moto dalla Kriegervereine, l’associazione dei veterani che avevano partecipato ai severi conflitti della guerra franco-prussiana, fortemente intenzionati a celebrare la continuità e il futuro prospettato per quell’occasione straordinaria di unità e collaborazione nazionale. Caso vuole infatti che sopra il monte eponimo della catena Kyffhäuser, in prossimità della cittadina di Bad Frankenhausen, sorgessero i vetusti resti di una rocca difensiva costruita all’epoca degli Hohenstaufen. Il perfetto punto di partenza per costruirvi attorno qualcosa di strutturalmente solido, immenso ed oggettivamente magnetico per lo sguardo di chiunque percorresse quelle valli fertili nel cuore stesso della Teutonia…
Di lì trovare l’architetto adatto non sarebbe stato certamente facile, se il caso non avesse fatto incontrare ai committenti la figura poco più che trentenne di un laureato di Düsseldorf, Bruno Schmitz (1858-1916) il cui inizio di carriera fu in grado di sfuggire in qualche modo alla registrazione delle cronache coéve. E questo nonostante la sua ascesa successiva ad uno dei trend-setter più stimati nel corso del regno di Guglielmo II, giungendo a costruire non soltanto uno, bensì tutti e tre i monumenti più imponenti dell’intera Germania. Un percorso cominciato con il terzo in ordine di grandezza, il cui nome completo sarebbe per l’appunto diventato Kyffhäuserdenkmal. L’approccio si sarebbe dimostrato fondamentalmente innovativo, in forza di un eclettismo incline a coniugare fonti d’influenza classiche, romantiche e moderne. Sulla base di uno schema espressivo preso in prestito, nell’opinione della critica, dal precedente memoriale dedicato ad Arminio, il vincitore della storica battaglia di Teutoburgo contro i Romani, edificato nel 1875 a Detmold dall’architetto Ernst von Bandel. Il quale coniugava, in modo compatibile, l’imponente statua del protagonista con un basamento architettonico rotondo, trasformato in forma quasi astratta capace di paragonare quella storica figura ad un elemento del paesaggio stesso, così da stagliarsi contro il cielo azzurro per i suoi orgogliosi discendenti futuri. Ciò benché l’intento ed il messaggio metaforico, nel caso del Kyffhäuser, fosse di natura indubbiamente più complessa. Operando quindi sopra la roccia carsica e non totalmente stabile composta di dolomite, evaporite ed anidrite, Schmitz decise di ancorare saldamente le circa 100.000 tonnellate di pietra estratta localmente, soprattutto arenaria, alle fondamenta del castello precedente, con l’effettiva intenzione di costruire un’elevata guglia dall’altezza di ben 81 metri. Ricercando lo sviluppo verticale necessario a ottimizzare la sua visione ideale di riferimento: posizionare in basso la figura reclinata di Barbarossa seduto in meditazione sul suo trono. Mentre sopra e dietro a lui, Guglielmo I galoppava con la spada estratta e le due figure antropizzate al seguito di Patriottismo e Storia, annunciando la lieta novella delle sue maestose vittorie. Il messaggio sarebbe stato, da ogni angolazione possibile, più che mai evidente: qui l’Impero si è sopito, in attesa delle condizioni ideali per tornare ai fasti di un tempo. E in questo modo si era ridestato, dando inizio alla gloriosa epoca del secondo Reich. La costruzione stessa, con rinforzi ed una forma marziale direttamente ispirata ai crismi delle fortificazioni medievali, avrebbe richiesto fino al 1896, quando venne finalmente inaugurato in occasione dell’anniversario di Waterloo (18 giugno) al cospetto di 30.000 persone, incluso lo stesso Kaiser Guglielmo II. Le sue statue iconiche, i bassorilievi commemorativi e le geometrie maestose del complesso giunsero immediatamente a costituire, come da intenzioni dichiarate dei suoi molti finanziatori, un importante simbolo di aggregazione e identità nazionale.
Il che sarebbe giunto inaspettatamente a rivelarsi, in seguito, come una problematica connessa alla sopravvivenza stessa del monumento. Assurto a “luogo del potere” quasi mistico durante l’epoca della repubblica di Weimar (1919–1933) dove i conservatori e militari si radunavano per trarre in qualche modo forza dallo spirito dei propri antenati, la sua forma imponente diventò prevedibilmente un simbolo per il successivo partito Nazista, che assunse il controllo diretto dell’associazione preposta alla sua conservazione, la Kyffhäuserbund. Utilizzato in seguito come strumento di propaganda collaterale dallo stesso Hitler, il castello dell’Impero idealizzato restò in maniera retroattiva e storicamente imprecisa interconnesso all’ascesa e caduta di quello che volle chiamarsi, per l’appunto, il terzo Reich. Ciò finché in seguito alla sconfitta del 1945, le autorità di quel territorio destinato a ricadere nella sfera d’influenza della Germania dell’Est non presero la chiara decisione di demolirlo, una scelta sfortunata destinata, per fortuna, a scontrarsi col diniego degli ufficiali sovietici. Leggenda vuole, a tal proposito, che fosse stato percepito un qualche tipo di parallelo tra Barbarossa stesso e la figura di Joseph Stalin. Il culto della personalità non era ancora andato incontro, ad ogni modo, al suo superamento per il tramite di un tipo di razionalismo che tutt’ora elude l’effettiva percezione del buon governo.
Forse il tipo di messaggio meno percepito dalla collettività nell’immagine fondamentale di Federico I che dorme sotto il Kyffhäuser. La sua barba ormai tanto lunga da essere diventata parte inseparabile dal tavolo di marmo su cui è seduto. Dovendo accontentarsi di mandare il suo nano di corte, il fedele Alberico, ad ascoltare il suono gracchiante dei corvi, segno che non è tornato ancora il giorno del suo risveglio. Per salvare la Germania nella sua ora più terribile ed oscura. Che in modo alquanto preoccupante, ci è dato desumere, non ha avuto ancora l’opportunità di palesarsi.


