Nell’asse concettuale che si estende tra creature familiari come i cani e la forma affusolata di una foca o leone marino, sussistono creature fortemente interconnesse al tessuto topografico delle terre dei fiumi. Raramente conosciuto di persona, in questi tempi di urbanizzazione e netto scisma tra centri abitati e natura, il genere lutrino emerge nonostante questo come un piccolo serpente degli abissi, tra il rumore visuale delle plurime foreste digitalizzate che Internet ci offre all’indirizzo di scenari come: addomesticazione, addestramento, attaccamento nei confronti dei suoi ospiti e “padroni”. Coloro che appartengono, più o meno coscienziosamente, alla più eclettica comunità dei possessori di animali di compagnia. Se il mustelide dal pelo corto vanta un proprio storico di amicizia e condivisione con la schiatta umana, d’altra parte, sussistono presenze ad esso affine che abitando luoghi particolarmente a noi remoti sfuggono ancor meglio alla latente percezione da parte del senso comune. Pesante al Borneo e all’entroterra di Sumatra, al Vietnam e la Malesia, luoghi sottoposti ad una forte spinta di esaltata modernizzazione. Ma dove foreste oscure ed incontaminate ancora riescono a resistere, con il proprio interconnesso e delicato ecosistema. Che contrariamente ad altri luoghi vedono l’esponenziale sussistenza di una discendenza predatoria cosiddetta meso-apicale, ovvero che subordina chiunque sia più piccolo nelle già compatte proporzioni, ma teme carnivori più grandi, vedi l’ormai rara ombra fluida del leopardo nebuloso. Essi sono gli zibetti, un po’ gatti affusolati, un po’ spiriti ancestrali della giungla, che vantano dai primi una fondamentale differenza: la capacità di muoversi e spostarsi agevolmente dalla terraferma propriamente detta ai luoghi marginali, dove acqua e terra si congiungono in un maelstrom indiviso. Il bioma incomparabile ed inconfondibile della palude.
Ivi spicca dopo l’ora del crepuscolo, la forma semi-sferica di un capo dalle orecchie dritte e verticali. Il pelo grigio-ghiaccio, lo sguardo attento e l’estensione di quel muso astruso, con le proporzioni simili al rettangolare becco dell’ornitorinco. E un uso simile, caso vuole, affine a quello dell’armamentario di vibrisse che circondano quel volto per riuscire a percepire i movimenti della tenebra sommersa, appartenenti a pesci, gamberi e crostacei delle sabbie sottostanti. Per colui che localmente prende il nome di mampalon, forse un’onomatopea. Ma che in terra d’Occidente è noto come in qualità di civetta/zibetto-lontra, l’unico membro ufficialmente riconosciuto del genere Cynogale...
Classificato per la prima volta soltanto nel 1836, dal naturalista britannico John Edward Gray che denomino la specie C. bennettii in onore dell’esimio zoologo e collega Edward Turner Bennett, questo insolito carnivoro ha costituito lungamente un caso rilevante di quanto un animale atipico ed interessante possa nonostante tutto eludere approfondimenti da parte della comunità scientifica, causa la propria indole furtiva, le abitudini notturne, l’appartenenza a luoghi difficilmente raggiungibili da parte di spedizioni organizzate ed attrezzate adeguatamente. Pratiche necessita connesse alla sopravvivenza della specie, per l’appunto, data la sua coesistenza geografica con molte varianti della nostra amica lontra, considerevolmente più aggressiva, agile sott’acqua, socievole e per questo incline alla difesa condivisa del territorio. Il che lascia come appannaggio al singolo esponente acquatico del popolo degli zibetti unicamente i luoghi dove le acque scorrono in maniera relativamente lenta e l’intero ecosistema tende ad essere più attivo, nella maggior parte delle circostanze, quando le tenebre ricoprono gli occhi di chi è incapace di affidarsi soprattutto al tatto, l’udito e l’olfatto per riuscire a cacciare. Il che dipinge una teoria ecologica, supportata per quanto possibile dai limitati resoconto e video catturati con le fototrappole, di un animale la cui strategia di caccia è prevalentemente quella di posizionarsi in silenziosa e paziente attesa; come un coccodrillo, lo hanno definito in certi ambiti. Finché al verificarsi delle condizioni idonee, con un rapido e preciso guizzo effettuato tramite le zampe lievemente palmate, riesce ad afferrare la sua preda tra gli artigli o i piccoli denti affilati. Che non è sempre o necessariamente umida, vista l’effettiva propensione del mampalon a nutrirsi anche di roditori o piccoli rettili, e persino gli uccelli. Facendo di lui un abitante non propriamente obbligato della sopra menzionata palude, capace anche di spostarsi e sopravvivere all’interno di foreste di un tipo maggiormente convenzionale. Sostanzialmente solitario per la grande parte della propria esistenza, lo zibetto lontra si prepara ad accoppiarsi normalmente attorno al mese di marzo-aprile, mediante approcci o rituali quasi totalmente scevri di approfondimenti accademici di rilievo. Lasciandoci per certo unicamente il dato numerico dei nuovi nati, in genere due o tre, che vengono al mondo senza il sottopelo grigio e si presentano per questo totalmente neri, i quali restano per qualche tempo assieme alla madre, che li protegge ed accudisce per almeno un mese.
Poco conosciuto, raramente visto dai locali ed ancor meno discusso negli ambienti che si dedicano in modo olistico alla conservazione del patrimonio naturale, il C. bennettii vive ad oggi una situazione problematica per quanto concerne la conservazione dei propri necessari ambienti di riferimento. In una zona dai molti confini nazionali indipendenti come l’area dello Stretto della Sonda, dove l’adozione di una legislazione condivisa appare inerentemente complessa, nonostante l’iscrizione alle liste del CITES in qualità di animale a rischio formale di estinzione. Non aiuta, d’altro canto, la mancanza di sotto-specie riconosciute né la natura monotipica che lo caratterizza, dato l’accantonamento di un tentativo pregresso negli anni ’90 d’individuare l’alternativa varietà del C. lowei da parte del naturalista Pocock, poi accantonato in quanto giudicato troppo simile alla serie tipo.
Gruppi sporadici, popolazione aborigena dalla antiche usanze e mancanza di uno sforzo condiviso non costituiscono, come ben sappiamo, una combinazione particolarmente vantaggiosa nel contesto valido alla conservazione di specie sempre più rare. Così come la poca conoscenza al di fuori di quei luoghi, per un tipo di animale molto interessante, il cui carisma implicito potrebbe quanto meno rivelarsi valido a fare da ambasciatore per la tutela del suo intero àmbito territoriale. Se soltanto la ricerca di soddisfazione e crescita economica dei paesi in via di sviluppo potesse prendere una strada alternativa! A quella di anteporre un rapido guadagno economico alla tutela di un patrimonio faunistico che non potrà, semplicemente, ritornare un giorno alla ricchezza ormai da tempo soprasseduta, per via dell’ambizione dei futuri progenitori.


