Cimitero del deserto dopo 4.000 anni: pali e navi nella polvere dell’arido bacino di Tarim

Luogo liminale per eccellenza, il deserto rappresenta il tipo tragitto che prosegue lungo l’asse inospitale della Terra, laddove risulta possibile passare, mai fermarsi. Carovane o gruppi di persone inclini all’avventura lo percorrono, tenendo sempre in mente l’obiettivo e ben sapendo come un calcolo sbagliato nella quantità di liquidi e vivande possa essere sinonimo fallimento, stasi e sempiterna silenziosità. Esistono particolari circostanze, conseguentemente, entro cui quel singolare viaggio può essere allungato il più possibile. Quando l’obiettivo è un punto intermedio, sottoposto ad un’approfondita analisi scientifica e situazionale. Così nel 1934, il giovane archeologo svedese Folke Bergman si trovava al seguito di una grande spedizione esplorativa nel deserto asiatico dello Xinjiang, quando gli capitò di recepire un pregno resoconto dal nativo di un villaggio ai margini di quella landa desolata. Un racconto, di quest’uomo di nome Ördek, relativo al surreale avvistamento di qualcosa di bizzarro ed inusitato: decine e decine di pali verticali, alti fino a 3-4 metri, conficcati su una duna di sabbia allungata, emergente dal deserto come un’isola completamente priva di vegetazione. Difficile comprendere il significato di una tale circostanza, ma del tutto impossibile, per una mente scientifica, pensare di lasciare ad altri l’opportunità di approfondirla. Trascorsi i pochi giorni necessari alla preparazione, armi e bagagli al seguito, un distaccamento della compagnia europea raggiunse il sito non troppo lontano dal lago prosciugato di Lop Nur, un tempo una delle oasi più importanti della regione. Qui dove un transitavano le carovane della Via della Seta, il cui repertorio collettivo dei paesaggi indubbiamente aveva incluso, per i suoi percorritori, l’occasione di vedere con i propri occhi un tale antico, mistico distretto dedicato alla conservazione dei defunti. Allorché non ci volle molto, dal punto di vista di Bergman, per determinare la palese funzione di quello che denominò il “cimitero del piccolo fiume di Xiahoe”, dal toponimo cinese 小河墓地 – Xiǎohé mùdì. Un luogo la cui intrinseca natura, mentre veniva sottoposto ad un’analisi adeguatamente approfondita, diventava sempre più complicato da contestualizzare. Qui giacevano difatti i morti di una società sofisticata, dotata di particolari e sconosciuti rituali. Beni di un certo livello di prestigio, tessili ed alimentari, cesti, maschere di legno, tazze, stuoie e stivali. Persino il primo esempio di formaggio mai trovato, prodotto con metodologie paragonabili a quelle dell’odierno kefir del Caucaso. Oltre ai chiari segni ed un’organizzazione a strati della società vigente, dove non tutte i sepolcri erano uguali, dimostrando l’esistenza di almeno una classe dirigente o sacerdotale. Ma forse la scoperta più incredibile era rappresentata dalla forma degli stessi sarcofaghi impiegati per i defunti. La cui forma chiaramente ricordava, nel bel mezzo di uno dei luoghi più secchi di questo mondo, il profilo di uno scafo avvezzo a navigare sulle onde. Incredibile pensarlo: gli abitanti del deserto, per qualche ragione ancora da determinare, erano stati sepolti all’interno di una vasta collezione di barche…

L’aspetto singolare del sito di Xiahoe, anche nel panorama dei ritrovamenti archeologici più inspiegabili del secolo scorso, è che poco tempo dopo la sua scoperta documentata negli anni ’30 venne sostanzialmente perso e per certi versi, dimenticato. Nonostante il resoconto appassionante scritto da Bergman, simile a un romanzo nella descrizione puntuale delle sensazioni vissute in quei momenti fatidici, in cui tombe abbandonate mostravano i propri tesori per la prima volta in quest’epoca dopo letterali migliaia di anni, la natura mutevole del paesaggio desertico, incline a cambiare forma per l’effetto dei venti incessanti aveva nascosto la duna coi suoi pali verticali alla vista. Passarono perciò ulteriori decadi, fino alle soglie dell’anno 2000, affinché una seconda spedizione condotta questa volta dall’Istituto Archeologico dello Xinjiang riuscisse ad individuare nuovamente la necropoli, iniziando pedissequamente a scoperchiare, catalogare e classificare il suo contenuto. Molte furono le scoperte confermate ed aggiunte al resoconto d’inizio secolo, partire dalla conclusione sorprendente che i pali monumentali fossero sostanzialmente di due tipi: uno a tema anch’esso nautico, con la forma riconducibile a quella di un remo. Ed un secondo con particolare configurazione ovoidale, volutamente simile a quella dell’organo sessuale maschile. Laddove i primi erano corrispondenti a tombe esclusivamente riservate agli uomini, mentre gli altri, in maniera oggettivamente contro-intuitiva, erano per le donne. Ulteriore diversificazione interessante, quella relativa ai membri considerati più importanti di questa società antica, le cui barche-bara erano state non soltanto avvolte nelle pelli bovine utilizzate per gli altri, ma anche protette da un involucro di argilla mirato ad evitare il crollo futuro della camera funeraria. Per alcuni di costoro poi, sepolti presumibilmente in absentia, la salma era costituita unicamente da un fantoccio costruito in legno, talvolta senza testa ed abbinato al solo, vero cranio del defunto. Fu nell’area di maggior prestigio del cimitero, dunque, che gli archeologi fecero la scoperta destinata a diventare la più famosa del sito: i resti mummificati di una giovane donna, denominata Principessa di Xiahoe, con vesti pregevoli di lana bianca, un cappello di feltro e monili decorativi in legno. Straordinariamente rimasta intatta lungo il corso dei millenni, grazie al particolare clima della regione, i lunghi capelli ancora fluenti e l’aspetto di qualcuno che era morto da appena una manciata di giorni.

Comprensibilmente catapultata ai titoli delle testate giornalistiche di mezzo mondo, la mummia notevole aprì contestualmente il senso comune ad un’importante quanto significativa presa di coscienza. Il modo in cui i rilevamenti somatici e genetici dei morti di Tarim non fossero in alcun modo conformi con le caratteristiche di alcuna etnia cinese odierna: capelli biondi o rossi, generalmente lunghi, talvolta crespi o accuratamente intrecciati. Una statura relativamente alta. E caratteristiche effettive delle vesti stesse, con rigatura diagonale o stoffe neolitiche che precorrevano il tartan, maggiormente riconducibili alle caratteristiche della tecnologia europea dell’epoca, piuttosto che di questa effettiva zona dell’Asia. Da cui l’idea, largamente discussa ancora oggi tra gli archeologi, che il mai ritrovato villaggio di Xiaohe potesse appartenere a una comunità di migranti del gruppo etnico degli antichi eurasiatici settentrionali, possibilmente giunti fino al distante Oriente nel corso di generazioni, alla ricerca di terre fertili o in fuga da popolazioni ostili. Considerate, a tal proposito, come l’intera regione dello Xinjiang sia stata caratterizzata per buona parte del vigente Olocene da un clima molto più accogliente e terreno fertile, oltre a probabili fiumi e bacini idrici disseminati lungo la sua intera estensione. Forse gli stessi un tempo navigati con le barche ispiratrici delle bare di quel cimitero, i cui significati più nascosti possono a oggi essere desunti soltanto per tragitti impercorribili e tortuosi. Non così dissimili, concettualmente, dai percorsi delle migrazioni percorse all’epoca dalle genti dei nostri antenati. Mai davvero prevedibili, né ostinati ed immutabili attraverso le trascorse generazioni, quanto eravamo stati lungamente indotti ad immaginare.

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