Provata l’esistenza di scintille che compaiono sopra le cime degli alberi mentre infuria l’impeto del nubifragio

Osserva, viaggiatore, il fosco fronte che si addensa sul paesaggio della valle. Umida è la cappa di quei nembi, timido lucore che sparisce nell’alba. Qui convergono gli astrusi sentimenti, le ansie della vita circostanti alla vicende di ogni giorno; ho chiuso le finestre? È sgombra la mia caditoia? Quanto è probabile che io riesca nei più prossimi momenti, Tlaloc piacendo, a rintracciare la salvezza di un ombrello? Ma è quello il tragico momento in cui un crepitio diffuso inizia ad essere lontanamente percepito, mentre cantano le rocce come un sibilo potente. E l’aria si avvalora di un tremante flusso dei suoi principali movimenti. Allorché la mente-rettile riesce soltanto a pronunciare il significativo susseguirsi di fonemi: “Temporale! Al riparo!” La pavidità della salvezza è d’altra parte alternativa preferibile. Quando si rischia di restare esposti alla saliente convergenza dei fattori, che riesce a dare un senso avulso alle accertate percezioni della fisica pregressa. E il sacro fuoco brucia ma non arde, sulla cima delle foglie che si stagliano contro il grigiore del profondo Nulla, vuoto inquietante.
Esordisce a tal proposito la narrazione che divulga il contenuto: “Abbiamo sempre saputo che esistevano. Ora ne siamo certi.” Riferendosi con scopo emozionale ad un fenomeno studiato nel corso degli ultimi due anni da Patrick McFarland e colleghi della Pennsylvania University, la cui mancanza di approfondimenti precedenti è nei fatti diametralmente opposta alla sua diffusione capillare in ogni singola pertinenza vegetativa del nostro mondo. Una diretta risultanza del processo d’interscambio di cariche elettriche, che consegue senza falla ogni qual volta si verifica la formazione dei cumulonembi. Ove piccoli cristalli di ghiaccio, al vicendevole strofinamento, spingono l’impulso negativo verso la base della nube. E gli elettroni positivi ancor più in basso fino a terra, costituendo l’altro capo del dipolo più comune ed imponente. Verso l’ora in cui la differenza non risulti troppo grande. Creando ciò che ha lungamente costituito il segno della sovrumana iracondia ovvero il fulmine divino, arma imprescindibile del Sommo Zeus. Ma le cosa possono mai veramente dirsi, a conti fatti, tanto nette nel proprio principale metodo di palesarsi? Questa è la domanda che potrebbe porsi lo scienziato indagatore, innanzi all’importante percezione dei modelli. Secondo cui le tipiche membrane cellulari delle piante, per propria implicita natura, permettono la conduzione di una tenue dose di corrente. Allorché proprio quest’ultima, in determinate condizioni, può iniziare a splendere di luce propria dando un senso ad infiniti miti folkloristici ed antiche leggende. Le condizioni, dunque, sono le seguenti…

È uno studio interessante che chiarisce in modo esplicito determinati aspetti misurabili nell’evoluzione di piante ed animali. Visto come la concentrazione della sopra menzionata carica elettrificata sia notoriamente incline a concentrarsi sulle punte delle cose alte, come antenne, parafulmini ed alberi maestri dei velieri tra le onde. Comprovata origine, quest’ultima, del fenomeno visuale noto come fuoco di Sant’Elmo, consistente dell’accumulo di plasma all’interno di un campo elettrico, temporaneamente formatosi per la ionizzazione meteorologica dell’atmosfera circostante. Il che non toglie che in presenza di strutture materiali assai più piccole, splendore impercettibile possa riuscire ad ingannare la capacità di percezione umana. Pur continuando, nonostante questo, a persistere ed avere un peso nello spazio tangibile dell’Universo. Di fronte al dilemma di come riuscire a misurare in modo sistematico la sempiterna questione, il team di McFarland ha dunque intrapreso un sentiero che potremmo definire meccanicamente ingegnoso, creando l’equivalente scientifico di una Batmobile, intesa come ausilio veicolare alla registrazione di determinati fattori ricorrenti. Trattandosi nello specifico di un minivan Toyota Sienna del 2013, fornito per l’occasione di un rilevatore di campo elettrico, un misuratore laser della distanza ed attraverso un buco nel tettuccio, un grosso periscopio in grado di ricevere la luce ultravioletta, così da incamerarla fino all’obiettivo di una videocamera nascosta all’interno. Ciò senza dimenticare l’essenziale ausilio all’individuazione dei soggetti, ovvero una completa stazione metereologica, attrezzata per la previsione e localizzazione dei temporali. Girando quindi per l’intera regione medio-atlantica degli Stati Uniti, dalla Pennsylvania alla North Carolina, passando per la Virginia, i cacciatori di perturbazioni hanno iniziato ad inquadrare un’ampia varietà di alberi al profilarsi udibile dei boati e limpidi segmenti delle saette. Scoprendo soprattutto nel caso di due varietà piuttosto diffuse in quel particolare bioma, dei pini loblolly (P. taeda) e gli storaci nordamericani (Liquidambar styraciflua) un’evidente soggiacenza di scintille, concentrata proprio all’apice di tali e tanti accumuli di verde sovrabbondante. Dando luogo in altri termini al primo catalogo direttamente consultabile riguardo l’esistenza di uno scarico/effetto corona vegetale, ovvero la ionizzazione della sommità di tali alberi per l’imprescindibile potere disperdente delle loro stesse punte.

Le implicazioni sono varie e significative, benché ulteriori studi siano adesso necessari al fine di poter anche soltanto cominciare a chiarirle.
Lo stesso studio pubblicato sulla rivista Geophysical Research Letters il 12 febbraio scorso menziona ad esempio la probabilità elevata che determinate forme delle foglie abbiano prevalso nella selezione naturale dei suddetti alberi, possibilmente la fine di limitare l’accumulo di un’eccessivo potenziale elettrico, capace di ledere all’integrità della struttura cellulare delle piante. Con un ulteriore aspetto, altrettanto degno di approfondimento, individuabile nella maniera in cui diverse varietà di uccelli capaci di vedere la luce ultravioletta potrebbero, idealmente, aver beneficiato della capacità di scorgere sulla distanza le corone elettriche in questione. Evitando, in questo modo, di volare dritti nell’ingresso principale della conseguente burrasca.
Accorgimenti possibili, del tutto conformi all’ingegno automatico che deriva dal biologico susseguirsi della concatenazione tra cause ed effetti. Unica strada alternativa possibile, rispetto alla pena elettrica delle problematiche, talvolta imprescindibili conseguenze.

Link allo studio: Corona Discharges Glow on Trees Under Thunderstorms; P. J. McFarland, W. H. Brune, D. O. Miller, J. M. Jenkins

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