Nuovo studio riesce a confermare la remota discendenza dell’iconica capra d’Irlanda

Quante storie, quante vite, quante gioie e qualche angustia qui campeggiano sotto la terra dell’Isola Verde, in un mucchio ritrovato delle candide, segrete o vecchie ossa seppellite dagli antichi. Possessori di culture o tradizioni che cercavano negli animali una risorsa, e tanto spesso vi trovavano un prezioso alleato. “Con una capra nel cortile, la famiglia non avrà mai fame” recitava un importante detto fin dall’epoca dei quattro regni, quando Ulaidh governava il settentrione, e la grande roccaforte di Navan costituiva, assai probabilmente, il sito di dimenticati ed importanti rituali comunitari. Così come le vicine Haughey e Carrickfengus, sotto quelle mura e terrapieni, dove i facoltosi dignitari erano soliti trovare sepoltura. In certi casi, assieme ai loro più preziosi e beneamati animali. Non ne conosciamo esattamente la ragione. Non sappiamo quanto si trattasse di un caso isolato ed in effetti, tutto questo non è funzionale alla saliente trattazione di giornata. Relativa al modo in cui scienziati delle università di Dublino e Belfast hanno impiegato questi resti al fine di comprendere qualcosa che da sempre fluttua nello spazio nozionistico della vigente percezione dei nostri trascorsi. Sebbene nessuno, fino ai tempi odierni, avesse avuto modo di confermarlo. Ben sappiamo infatti da fattori di contesto e desumibili questioni confinanti, che la capra sia selvatica che asservita all’uomo non era nativa di alcun luogo nelle Isole dall’altro lato della Manica, essendo giunta in questi luoghi soltanto tra il 3.000 e l’anno 1.000 avanti Cristo, grazie all’opera dei colonizzatori del Neolitico venuti dal Medio Oriente e la Persia accompagnati dai propri Dei e stili di vita. In larga parte avvezzi all’utilizzo del più scaltro, adattabile e resistente tra gli ungulati, forse quello più attrezzato per riuscire a sopravvivere anche una volta ritornato allo stato brado. Fattore in grado di contribuire, quest’ultimo, alla sostanziale qualifica dell’Antica Capra Irlandese come specie locale o landrace, piuttosto che una razza frutto della selezione totalmente artificiale, perciò capace di andare incontro a uno sviluppo graduale nel tempo, largamente influenzato dai fattori ambientali ed ecologici, non così diverso dai processi darwiniani dei propri cugini totalmente inselvatichiti. E tutto questo senza mai lasciarsi indietro, nel caso specifico, un patrimonio genetico ancestrale, lungamente sospettato ma che mai, fino alla pubblicazione apparsa in questi giorni sul Journal of Archeological Science, aveva potuto trarre beneficio di una così oggettiva ed utilmente inconfutabile strategia di conferma…

Non è certo nuovo d’altro canto un tale approccio, consistente nello scavo e classificazione dei resti di creature addomesticate, dai depositi preistorici o middens, scavati dentro il territorio delle antiche civiltà stanziali. Strumento estremamente utile nella conferma delle più importanti e significative questioni, per quanto concerna la diffusione di particolari tradizioni pastorali o soluzioni specifiche di addestramento. Il che tende a divenire molto più complesso, non del tutto prevedibilmente, qualora ci s’inoltri nell’area dello scibile direttamente interconnessa alla regione di ovini e caprini. Creature tanto simili dal punto di vista scheletrico, che dopo il trascorrere di un certo numero di secoli diventano praticamente indistinguibili l’una dall’altra. Senza neppure inoltrarci nella questione ancor più ardua di riconoscere una discendenza genetica o “razza” dalle altre, per quanto questo possa risultare utile a individuare dei validi spunti culturali di approfondimento. Ciò almeno senza l’impiego di tecnologie d’analisi molecolare moderna, capaci di estrarre il DNA in forma incompleta anche a distanza di svariati millenni, permettendo conseguentemente di provare a confrontarlo con i ricchi cataloghi informatizzati da cui potersi affrettare ad individuare un riscontro. Essenzialmente quanto è stato fatto da J. Findlater, A.M. Erven e colleghi con nove campioni prelevati dai due siti sopracitati, oggi confermati al di là di ogni ragionevole dubbio come appartenenti ai più antichi esempi di capre irlandesi, databili in un arco di tempo tra il 1.100 e 900 a.C. E pienamente rispondenti ai criteri di riferimento dell’O.I.G (Old Irish Goat) celebrata nel folklore il che ne avrebbe fatto già in quell’epoca dei maestosi portatori di corna ritorte, ampie e rivolte all’indietro, con lunga barba ed eleganti ciuffi ricadenti ai lati del muso. La cui capacità di arrampicarsi e andare in cerca di nutrimento presso i luoghi più improbabili avrebbe rappresentato un’utile risorsa a beneficio di tutti, così come riesce ancora ad esserlo per l’Irlanda contemporanea.

C’è una cosa a tal proposito che Melissa Jeuken, pastora originaria dell’Olanda ed oggi parte dell’ente di conservazione Old Irish Goat Society ama ripetere a proposito di tali nobili creature, che ormai campeggiano in numero sempre minore sui pendii del suo paese d’adozione: le antiche capre, anche lasciate allo stato brado, risultano fondamentali al fine di prevenire l’occorrenza degli incendi boschivi. Ciò in funzione della loro straordinaria abilità di ridurre il sostrato di piantine e teneri virgulti, bassi o moribondi cespugli. Continuando a moderare e diversificare i pratici processi di equilibratura ambientale, così come in queste terre avviene ormai da incalcolabili generazioni. Sebbene le cose, nelle ultime decadi, abbiano iniziato a rivelarsi molto più complicate. Ciò a causa dell’assenza di una normativa legale di protezione della Vecchia Capra Irlandese, che d’altronde non costituisce in alcun modo una “specie”, tanto meno a rischio, e risente perciò dell’esistenza di alcun tipo di limitazione alla sua caccia con finalità ricreative o commerciali. Vigendo addirittura l’esistenza di un turismo internazionale, notoriamente apprezzato da visitatori provenienti dagli Stati Uniti e l’Est Europa, capace di arrecare una continuativa e problematica pressione sulla popolazione complessiva di queste capre. Il cui futuro, dopo tanti millenni trascorsi serenamente tra i prati verdi dove gli antenati ebbero l’iniziativa d’importarla, appare oggi ancor più in bilico di un macigno errante sulla cima di una svettante scogliera.
Il che ci permette di attribuire un merito ulteriore, a qualsivoglia approccio in grado di sollevare in modo universale la questione. Attribuendo un valore intrinseco al tipo di creature che siamo stati lungamente abituati a dare per scontate, soltanto perché frutto delle intromissioni terze da parte della cosiddetta mano civilizzata. Fattore nonostante il quale esse continuano a costituire, soprattutto adesso, la precisa risultanza di fattori non facilmente ripetibili, in maniera concettualmente non dissimile da uccelli sperduti nel bel mezzo della giungla amazzonica, o remote tartarughe sulle Isola di Galapagos.

Link allo studio scientifico – Old goats: 3,000 years of genetic connectivity of the domestic goat in Ireland

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