L’apprezzamento culturale nei confronti del Giappone, largamente praticato da ampie fasce di popolazione appartenenti alle nazioni e storie personali più diverse, nient’altro costituisce in molti casi che la manifestazione resa in senso pratico di un profondo anelito facente parte dell’intrinseca creatività umana. Nella misura in cui, tra tutte le matrici identitarie, pochi altri possono essere i paesi dove l’arte viene praticata in modo parimenti assiduo, non come un prezioso patrimonio da tenere in alto e preservare oltre le impenetrabili vetrine dell’Accademia. Essendo giunta a costituire, piuttosto, il numero perpetuo dell’agire e del sentire quotidiano, fin dai tempi in cui un senso comune al territorio di quelle isole trovò l’espletamento di una collettività congiunta. In cui un determinato approccio alle necessità comuni era non solo incoraggiato, bensì il metodo costante per aggiungere un valore del tutto oggettivo a un’intera categoria di cose o situazioni, che al di fuori dei confini erano null’altro che uno scevro corollario dell’odierna civiltà indivisa. Principalmente nel corso dell’epoca dello shogunato Tokugawa (1601-1868) durante cui le diverse entità feudali finalmente unificate giunsero a una lunga e ininterrotta situazione di pace, permettendo anche alle classi meno agiate di prosperare. Così che l’elevatissimo livello di raffinatezza, raggiunto dai nobili che praticavano il mestiere delle armi, filtrasse finalmente al mondo contrapposto del fiorente artigianato urbano, destinato a diventare un saliente punto d’orgoglio per tutti coloro che, in misurabile entità, solevano impiegarlo come mezzo di sostentamento familiare. Intere discendenze, destinate a tramandare modi per costruire mobili, forbici, fogli di carta, piccoli alberi o tazze d ceramica da usare in cucina. E nel caso di Binchōya Chōzaemon della regione di Kishu, odierna prefettura di Wakayama, persino quella che potremmo definire la materia prima di quel luogo niente meno che fondamentale in qualsivoglia dimora. Il carburante necessario da ardere, quando la semplice legna di foresta non riesce più ad essere abbastanza.
Carbone, in altri termini, sebbene appartenente a una sottocategoria innegabilmente specifica e definita. Non esattamente un fossile e neppure un minerale, risultando da un processo produttivo attentamente calibrato e giunto al perfezionamento tramite lo studio attento di una lunga serie di presupposti. Tali da ottenere già in quei tempi la versione più pregevole, come ancora oggi risulta possibile affermare, di un fuoco che tralascia gli indesiderati capitoli di aria fosca ed odori. Ardendo puro e limpido, con conseguenze necessariamente incomparabili a vantaggio del suo campo d’impiego elettivo. Esistono del resto tipi di cucina in cui l’aggiunta di un sapore tostato e fumoso può essere desiderabile. Da sempre affiancati a circostanze in cui, soprattutto prima dell’invenzione dei moderni metodi di cottura, la situazione inversa diventava necessariamente auspicabile. Laddove il Binchō-tan (carbone di Binchō) o binchō-zumi (carbone bianco) finì per meritare il suo costo al peso stesso dell’oro e l’argento delle miniere…
La vita del carbonaio nel Giappone feudale non era del resto facile, con una progressione itinerante che portava i praticanti di quel tipo di commercio a spostarsi frequentemente attraverso le zone ricoperte di fitta vegetazione di questo paese insulare, preparando alla trasformazione vari tipi di legname in base alle necessità dell’occorrente progressione stagionale. Proprio l’ampliarsi della classe colta e benestante, verso l’accumulo di quell’enorme potenziale che avrebbe famosamente accelerato la trasformazione dei loro territori nelle province di un paese moderno, aveva d’altro canto incrementato le opportunità di farsi un nome con la diffusione di prodotti dotati di certe caratteristiche, il che avrebbe portato alla fortuna imprevista del semi-leggendario produttore del Binchō-tan. Strettamente legato al punto di partenza del prezioso legno di quercia ubame (Q. phillyreoides) albero famoso per la compattezza del suo tronco ma inadatto all’uso da parte di carpentieri e falegnami, causa la flessibilità inerente ogni qual volta si trovava a sostenere pesi di una certa entità. Il che lo rendeva una risorsa idonea a questo innovativo sfruttamento, consistente nell’essicamento e carbonizzazione tramite l’impiego di un sistema straordinariamente efficace. Proprio a Chōzaemon viene in effetti attribuita l’invenzione di un angusto forno in pietra la cui singola apertura poteva essere rapidamente chiusa tramite l’impiego di argilla e mattoni. Così da garantire la cottura del suo contenuto, costituito per l’appunto da salienti tronchi e rami già sottoposti a un adeguato periodo di essicamento, in una situazione il più possibile priva di ossigeno così da evitare lo sviluppo di una fiamma vera e propria. Garantendo la più pura ed assoluta carbonizzazione del legname lungo un periodo minimo di 3-7 giorni, durante cui la temperatura viene gradualmente aumentata fino ai 400-600 gradi. E verso il momento prossimo all’estrazione, in corrispondenza del quale una rapida immissione controllata d’aria raddoppia ulteriormente il già significativo calore, garantendo la creazione della patina biancastra che caratterizza ciascun “pezzo” nel suo aspetto finale. In aggiunta all’insolita caratteristica di poter produrre un tintinnio metallico ogni qual volta vengono fatti risuonare su una superficie solida o sbattuti l’uno contro l’altro. Punto di partenza per l’insolita creazione del tankin, uno strumento musicale che suona quasi come un glockenspiel da orchestra, pur essendo in senso tecnico uno xilofono che deriva unicamente da materie prime di matrice vegetale.
Lungamente mantenuto in alta considerazione per l’impiego nei ristoranti e case di estrazione sociale elevata, causa il gusto neutro che riusciva a offrire alle vivande se usato correttamente, il Binchō-tan fu dunque responsabile della creazione di un segmento precedentemente non immaginabile, del carbone di fascia alta con un costo, prevedibilmente, commisurato alla difficile produzione artigianale da cui vantava l’insostituibile provenienza. Andando incontro alla concorrenza di una soluzione alternativa soltanto verso l’inizio dell’epoca contemporanea, con la più ampia diffusione e praticità d’impiego dell’implicitamente insapore cottura a gas. Il che non precluse mai, d’altronde, l’esigenza di poter disporre di un combustibile tradizionale in particolari ambiti, come ad esempio quello della cerimonia del tè, opportunità sociale in cui la stessa modalità di accensione ed utilizzo della fiamma necessita tutt’ora di rispondere a particolari criteri, mutevoli in base a circostanze, opportunità, stagioni. Nonché l’impiego molto popolare online ma mai del tutto collaterale, con l’esplicita finalità di purificare l’acqua o altre bevande, grazie alla rete capillare di micro e meso-pori presenti in un singolo pezzo di carbone frutto di quel processo, così da estendere notevolmente l’utilizzo possibile di un recipiente per la conservazione a lungo termine del fluido contenuto all’interno. Importante ausilio alla salute contrapposto ad un rischio inerente che non dovrebbe mai venire sottovalutato. Giacché un combustibile privo di emissioni fumogene potrebbe essere considerato idoneo all’utilizzo in ambienti chiusi. Cosa che dev’essere, in realtà, assolutamente evitata: bruciare il Binchō-tan produce, infatti, una quantità di monossido di carbonio assolutamente equivalente a quella di qualsiasi altro tipo di carbone impiegato dall’uomo. Che da sempre cerca modi per semplificarsi la vita. Ma finisce, tanto spesso, per creare un problematico comparto di criticità latenti.


