I 25.000 laghi che costellano l’altopiano di Putorana, tetto irraggiungibile della Siberia

Tra i dieci e i dodici milioni di anni fa, la geologia terrestre era la conseguenza di un sistema interconnesso di cause ed effetti, non meno complesso di quello attuale. La scala degli eventi coinvolti, tuttavia, raggiungeva proporzioni impressionanti. Così lo stesso terremoto che causò il sollevamento di una costellazione d’isole nei mari di Barents e di Kara, ebbe un effetto imprevisto sulla placca eurasiatica settentrionale. Spingendo verso l’alto un mare di basalto sotterraneo, creato dall’attività di un mega-vulcano ormai sopìto e dando luogo all’occorrenza in tempi relativamente brevi di quella che avrebbe potuto essere una catena montuosa del tutto nuova. Ma la struttura intrinseca dei cosiddetti Trappi Siberiani, dal termine svedese trappa, “scale” o “gradini” era tale da riuscire a mantenersi livellati anche nel corso di un così sconvolgente processo. Il che impedì alle cime di formarsi, sviluppando il susseguirsi di una serie di vasti altopiani. Con il trascorrere del tempo e il conseguente processo di erosione ambientale, dunque, l’aspetto di questa regione vasta quanto l’Inghilterra o l’Oregon mutò senza un’alterazione sostanziale del suo dislocamento grosso modo pianeggiante. Attraversata dalle acque risultanti dai processi di scioglimento dovuti alla progressione climatica intercorsa, divenne il recipiente perforato di una pletora di gelidi ed irregolari bacini. Il più completo ed esaustivo catalogo di ecosistemi artici, dalla taiga, alla tundra, alle oscure foreste ricoperte dalla neve occasionale. Qui intere discendenze di creature nacquero e prosperarono, affrontarono le progressive trasformazioni dell’evoluzione. Ed in un certo senso riescono tutt’ora a farlo, nonostante i tentativi di espansione da parte dell’uomo.
Da una prospettiva contemporanea, la più vicina città nell’area geografica di Putorana risulta essere Norilsk, situata in corrispondenza del suo confine nord-occidentale, polo minerario e metallurgico risultante dalla creazione dei gulag punitivi sovietici alla metà degli anni ’30 del Novecento. Luogo fiorente nonostante il clima gelido, le cui alte ciminiere liberano nell’aria una significativa dose d’inquinamento e polveri sottili, fortunatamente spinte dai venti dominanti in direzione opposta rispetto all’inestimabile patrimonio naturale della regione di Krasnoyarsk. Proprio in questo luogo, ultimo avamposto della civiltà, è possibile sbarcare presso l’aeroporto internazionale di Alykel, per poi avviarsi nella stessa maniera fatta dai primi esploratori di quei luoghi tramite barche a motore, canoe o nei mesi invernali, gatti delle nevi. Giacché nessuna strada, ancora oggi, attraversa l’altopiano. Fatta eccezione quella metaforica del senso spirituale d’avventura, coadiuvato da una dose problematica di sprezzo del pericolo ed abnegazione. Giacché in qualsiasi modo vadano le cose, nessuno torna invariato dalle terre quasi mistiche di Putorana…

Letteralmente sconosciuti dal punto di vista dell’esplorazione contemporanea, e d’altra parte del tutto disabitati fin dalla notte dei tempi, simili recessi dell’abnorme territorio russo erano stati per la prima volta scoperti e descritti dall’esploratore nonché professore di zoologia Alexander von Middendorff nel 1844, che lavorando presso l’Accademia di San Pietroburgo aveva realizzato un completo atlante del permafrost russo, finalizzato all’approfondimento di come tale tipo di terreno fosse incline ad influenzare le migrazioni ed il comportamento degli animali. Fino all’imbocco come capo di una spedizione presso le coste del mare di Okhotsk del lungo e tortuoso fiume Amur, che l’avrebbe portato a ridosso del centro geografico, anche detto polo d’inaccessibilità, dell’intero continente eurasiatico. Un mero punto sulla mappa in prossimità del lago periglaciale di Livi, il cui raggiungimento nel XIX secolo richiese tuttavia l’impiego di risorse logistiche e organizzative straordinariamente elevate. Tanto che anni dopo la sua dipartita, nel 1902, fu proposto di chiamare l’intera zona col suo nome, se non che i vertici del mondo accademico optarono in seconda battuta per il termine preso in prestito dal secondo appellativo del lago Khantayskoye (Putoramo) o una trasformazione della parola in lingua Evenki, peteromi che significa “umido” o “nebbioso”. Con una parte settentrionale al di sopra del Circolo Artico, l’altopiano sperimenta per alcuni giorni ogni inverno l’ininterrotta oscurità polare al di sotto dei -30 o -40 gradi, mentre l’estate le giornate sono lunghissime con un sole battente che comunque fatica a superare gli zero gradi. Eppure, nonostante il clima inospitale, la natura prospera lassù, con rilevanti popolazioni di creature a rischio d’estinzione, tra cui l’aquila dalla coda bianca (Haliaeetus albicilla), il girifalco (F. rusticolus) e l’altamente caratteristica pecora selvatica delle nevi (Ovis nivicola borealis) le cui lunghe corna ritorte figurarono su innumerevoli stemmi medievali. Gremiti branchi di renne migratorie (Rangifer tarandus) percorrono inoltre il paesaggio collinare, abbeverandosi negli innumerevoli fiumi, ruscelli e laghi di Putorana. Notevole nell’economia paesaggistica di questo mondo fuori mano anche le letterali centinaia di cascate, la maggior parte delle quali stagionali sebbene alcune raggiungano proporzioni di notevole rilievo, come quella di Talnikovy nella zona nord-occidentale, con un’altezza variabile tra i 482 ed a quanto si dice, addirittura 600 metri all’ombra della sua rupe svettante.
Circostanze certe volte effimere ma tutelate dal punto di vista normativo, grazie all’istituzione nel 1988 del Parco Naturale e conseguente area protetta (zapovednik) dell’intero altopiano, per un’estensione impressionante di oltre 4 milioni di acri. Oltre all’inserimento complessivo, nel 2010, nella lista dei patrimoni naturali e paesaggistici dell’UNESCO, con conseguente aumento dei fondi dedicati alla tutela.

Raramente visitato dai turisti, causa la natura irraggiungibile che lo caratterizza, l’altopiano ha d’altronde ricevuto nel corso delle ultime decadi un certo afflusso di avventurieri motivati almeno in parte dalla quantità di video e fotografie reperibili online. Come nel caso rimasto celebre presso la blogosfera russa di Yulia Vershinina, la ragazza che nel suo diario social narra di essersi avviata per una rischiosa spedizione in solitaria all’inizio degli anni 2020, andando incontro alla rovinosa perdita della propria imbarcazione lungo un tratto di rapide. Il che l’avrebbe costretta, in seguito, a dotarsi di una zattera autocostruita, dovendo inoltre sopportare lo smarrimento di una parte considerevole del suo equipaggiamento e rifornimenti. Il che non gli avrebbe comunque impedito, a seguito di una lunga e difficoltosa marcia, di tornare sana e salva alla civiltà, assurgendo conseguentemente al rango di leggenda del trekking d’avventura. Sebbene non manchino, tra i molti commentatori, coloro che affermino che la sua storia sia stata abbellita o in qualche modo modificata rispetto alla realtà. Di sicuro, non è facile raccogliere a supporto la testimonianza d’isolati orsi nella vacua vastità disabitata. Che come è noto non amano rilasciare interviste. E difficilmente custodiscono il ricordo del passaggio di un singolo esemplare umano, tra le più notevoli esperienze dei fin troppo brevi, iper-attivi mesi dell’estate siberiana.

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