Mai furono trovati cavalieri tra i remoti boschi andini, idonei nelle dimensioni per la sella dei tamarini

Ci sono modi contrapposti e totalmente alternativi per mettere in relazione il sorvegliante col suo territorio; il guardiano con la cosa da proteggere; il custode della propria stessa pertinenza ed il suo stratum rilevante, inteso come àmbito latente cui provengono, per quanto ci è dato comprendere, il carattere e l’aspetto evolutivo di una simile creatura. Protagonista della propria storia si, ma al tempo stesso antagonista di molte altre, per coloro che vorrebbero farne la vittima del tutto accidentale di un rapporto meno che privilegiato con il regno naturale e tutto ciò che esso contiene. Vedi, soprattutto, predatori come gli agili felini, rapidi rapaci o immobili serpi in attesa. Tre forze inarrestabili della natura sudamericana, che necessariamente tendono a scontrarsi, nella maggior parte delle circostanze, con la strategia ben collaudata del fischiante popolo dei piccoli primati della foresta. Callitrichidae è il nome della famiglia, scimmie non più lunghe di qualche decina di centimetri, per cui la formazione di legami solidali e l’appropriata divisione dei compiti risulta essere il fondamentale fluido che incrementa i presupposti di sopravvivenza. Allorché sui rami alti, i più dignitosi e nobili tra i tamarini dotati di baffi magnifici condividono uno spazio privo di rivali. Mentre sotto le loro teste, un gruppo di operosi sudditi dal muso bianco, del tutto indifferenti a ogni percepito presupposto di sudditanza, si avvicendano spostandosi da un territorio all’altro. I loro incontri sono il seme di alleanze, piccoli conflitti e accesi battibecchi al fine i ridisegnare i confini dei territori. Mentre al palesarsi di un vero pericolo, ogni antipatia latente viene subito subordinata. Rispetto alla necessità di far sentire quel segnale, affinché il piccolo popolo possa fare ciò che gli riesce meglio: scomparire nel giro di pochi secondi in mezzo alle province frondose di quel mondo.
Esiste una teoria in tal senso, particolarmente applicabile al genere in oggetto dei Leontocebus, invero tra le scimmie più minute del Nuovo Mondo senza necessariamente spingerci nell’area tassonomica dei marmosetti, secondo cui le loro dimensioni compatte siano la risultanza di una selezione naturale indirizzata verso il nanismo filetico-evolutivo, generalmente risultante dall’appartenenza ad un ambiente piccolo e altrettanto remoto, come ad esempio un’isola. Il che non potrebbe essere maggiormente lontano dalla verità, considerata la vastità delle giungle tra Bolivia, Brasile e Perù dove albergano la maggior parte delle ampie e diversificate comunità di queste distintive creature. Per lo meno, e resta necessario sottolinearlo, allo stato attuale per quanto concerne il volto dell’ecologia terrestre. Giacché all’origine di questa vecchia stirpe, risalente a circa 35-40 milioni di anni fa, l’aspetto delle Americhe al di sotto dell’Equatore poteva presentarsi in modo estremamente diverso. Con piccole ma dense macchie d’alberi, divise da vasti spazi aridi dove in alcun caso, creature come queste avrebbero mai potuto raggiungere la prosperità…

Non c’è miglior modo per comprendere intrinsecamente, a tal proposito, l’attuale biodiversità di questi luoghi che affrontare anche in maniera limitata il tema complesso della tassonomia dei tamarini. Di cui quelli sopracitati, anche detti “sellati” per la presenza di un disegno a macchie sulla schiena che assomiglia a una coperta o seggio del cavaliere, risultano già suddivisi in una serie di categorie caotiche ed al tempo stesso inclini a sovrapporsi. Tanto che all’epoca della loro prima classificazione, effettuata a partire dagli anni ’20 del XIX secolo per il tramite di naturalisti tedeschi tra cui J.A. Wagner e J.B. Spix, si riteneva probabile l’esistenza di una singola macro-categoria suddivisa in numerose varietà, ovvero dinastie genetiche separate unicamente dalla distanza geografica, tra cui l’ibridazione avrebbe potuto verificarsi in qualsiasi momento. Ciò almeno fino all’evolversi dei più attuali metodi di analisi oggettiva e soprattutto, approfondimento clinico, tali da individuare almeno 12 tipologie di tamarini Leontocebus, del tutto rispondenti ai criteri di specie incompatibili e sostanzialmente distinte, facilmente distinguibili da un occhio allenato grazie al colore del mantello, del volto e la distribuzione della “sella” dorsale. Ma egualmente dotati della capacità di dominare la comune nicchia ecologica, capace di farne onnivori opportunisti capaci di trarre nutrimento da frutta, nettare, insetti e piccoli mammiferi catturati grazie alle loro mani dotate di lunghi ed affilati artigli. Altrettanto utili, assieme alla coda prensile, per muoversi ed arrampicarsi lungo l’asse verticale della foresta andina, così da assolvere con piena efficienza al proprio ruolo intrinseco di sorveglianti vicendevoli e a vantaggio delle specie associate. Creature socievoli come la maggior parte delle scimmie, questi piccoli abitanti possono del resto fare affidamento su un sistema di comunicazione fondato su vocalizzazioni complesse, simili a striduli richiami, fischi e grida modulate, oltre al completo apparato di ghiandole odorose da cui risultano capaci di comprendere istantaneamente sesso, età e ruolo dei propri simili con cui si trovano di volta in volta ad interagire. Un approccio niente meno che fondamentale all’organizzazione di ciascuna truppa, generalmente formata da un numero variabile tra i 5 e gli 8 esemplari, benché possa raggiungere anche due o tre volte queste cifre, sempre guidata da una singola femmina dominante che si accoppia con partner multipli al principio di ciascuna stagione riproduttiva. Mantenendo la propria posizione di preminenza anche grazie all’emanazione di uno speciale segnale feromonico, che inibisce l’estro nelle sue potenziali rivali. I piccoli partoriti sono quasi sempre una coppia di gemelli, che trascorreranno le prime settimane di vita saldamente attaccati alla schiena della madre, nell’assenza di una vera e propria tana, fatta eccezione per l’occasionale cavo di un albero o punto d’incontro tra rami particolarmente massicci.

Importanti diffusori botanici di semi nonché regolatori della popolazione d’insetti ed altre piccole prede, i tamarini nel loro complesso costituiscono un’importante agente ecologico, la cui diffusione non è ancora minacciata ad ampio spettro causa l’ampiezza dell’areale di riferimento, in larga parte remoto in relazione ad ogni centro abitato dalle dimensioni consistenti. Il che non toglie un’interrelazione necessariamente stretta con specifiche caratteristiche ambientali, derivanti da un’antico equilibrio di fattori in larga parte visti come in netta contrapposizione con le implicite esigenze della modernizzazione. Quanto sarà effettivamente possibile, nelle decadi e nei secoli a venire, per il piccolo popolo convivere con l’espansione dei territori sottoposti al cambiamento che governa le necessità vigenti, resta dunque largamente un mistero. Laddove l’addomesticazione può essere soltanto un miraggio lontano. E veri gnomi non esistono, per trasformare l’animale con l’accenno ben visibile di un’effettiva sella, in arboricolo destriero idoneo per l’esplorazione dei remoti confini.

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