Colpiti dal concetto che un sistema totalmente artificiale possa elaborare una poesia, incipit letterario o tradurre una versione di latino, viviamo il nostro periodo storico nella costante percezione di un pericolo pendente, relativo al modo in cui i computer riusciranno presto a “sostituirci” o surclassare “l’anima” del nostro modo di relazionarci con i compiti che servono alla collettività operante. Vige in questo ambito comunque il sostanziale punto di un ragionamento che, sebbene non del tutto erroneo, trova le sue basi in una logica dalle caratteristiche di tipo emozionale. Se è vero che la mente nella macchina ha sempre potuto prendere decisioni di primaria importanza. Ed anzi a dire il vero, fu creata proprio a tal fine. Con l’unico corollario necessario che qualcuno, da qualche parte, avrebbe dovuto dimostrarsi incline a metterne in pratica i consigli. Il 20 aprile del 1970, ad esempio, sulle coste del continente che si affaccia sui Caraibi, un meccanismo elettronico offrì il proprio contributo imprescindibile all’inaspettata fondazione di un’intera città.
Tutto quello che restituisce la penisola dello Yucatan, in effetti, è un persistente senso di profonda antichità. Con importanti siti archeologici diventati i principali punti di riferimento del turismo, tra cui le rovine ricostruite di Chichén Itzá, la grande piramide a gradoni di Nohoch Mul, la rocca costiera di Tulum… Beni culturali collegati al potente Impero decaduto dei Maya, la cui estensione territoriale ha ormai da lungo tempo lasciato il passo a lande largamente selvagge e quasi del tutto incontaminate. Fatta eccezione, possibilmente, per la strada lunga e dritta che percorre in senso perpendicolare il territorio. Giungendo al tratto di costa dove, fin da tempo immemore, avevano vissuto soltanto i rettili assieme a un piccolo villaggio di pescatori. Kàan kun nell’etimologia locale, ovvero letteralmente “Un Mucchio di Serpenti” il che potrebbe costituire un buffo presupposto per un luogo destinato ad ospitare, nel prolungarsi delle decadi ulteriori, il singolo più dispendioso e significativo cantiere edilizio dell’intera nazione messicana. Si trattava, d’altro canto, di un periodo d’ottimismo e avanzamento economico, durante cui persino le attività criminali come il traffico di droga apparivano un sentiero secondario, verso l’acquisizione di un capitalismo di entità paragonabile a quello del cosiddetto Nord del Mondo. E la Banca del Messico, su mandato governativo, aveva ricevuto l’incarico decisamente trasversale di trovare presupposti di efficace sfruttamento per quella che poteva trasformarsi in una risorsa niente meno che primaria per la nazione, così come lo era stata per la Florida dall’altra parte dello stretto mare: il danaroso, propositivo, possibilmente annoiato turista statunitense. Sempre in cerca di avventure ma che fossero, idealmente, costruite su misura per lui…
La storia di quella che sarebbe di lì a poco stata battezzata a beneficio della percezione internazionale con il nome maggiormente pronunciabile di Cancún è dunque un raro caso di urbanistica pianificata, in grado di sfruttare logiche tanto ben costruite da riuscire ad attirare entro la fine del secolo quasi un milione di persone, a partire dalle appena tre che furono all’inizio compensate per l’acquisizione delle proprie competenze territoriali. Il tutto partire da un approccio niente meno che avveniristico per l’epoca, contestualmente attribuito ad un’agenzia creata ad hoc dalla Banca denominata FONATUR o Fondo Nacional de Fomento al Turismo, e la figura al suo interno di Antonio Enriquez Savignac, le cui competenze tecniche e amministrative avrebbero permesso di accedere alla prestigiosa carica di Ministro del Turismo appena dieci anni dopo. Con un curriculum di studi internazionale e doppia laurea conseguita ad Harvard e Ottawa, tale personalità contribuì alla scelta della metodologia d’investimento idonea per la costruzione di una nuova tipologia d’attrazione: un polo alberghiero sulla costa, dotato di ogni comfort e forma opportuna d’intrattenimento, la cui collocazione territoriale risultasse non soltanto accuratamente selezionata, bensì matematicamente perfetta. Immaginate perciò un ponderoso mainframe, il computer parzialmente analogico di oltre mezzo secolo fa, grande come un armadio se non addirittura una stanza intera, all’interno dei quali vengono inseriti laboriosamente dati tramite l’impiego di tangibili schede perforate. Supporti contenenti dati attentamente raccolti e classificati quali l’effettiva presenza di spiagge bianche lunghe e ininterrotte, acque cristalline, potenzialità di espansione strategica, numero di giorni di sole l’anno, frequenza di uragani ed altri eventi meteorologici sconvenienti. Nonché, ovviamente, la fondamentale vicinanza chilometrica rispetto alle coste statunitensi. Non potendo farsi bastare tale tipo di valutazione empirica, Savignac e i suoi uomini avevano iniziato dal 1967 a viaggiare nei diversi luoghi emergenti dalla lista, verificando approfonditamente le possibili problematiche sconosciute ai sistemi. Ricevendo un accesso privilegiato alla flotta di aeromobili comunemente utilizzati per il trasporto della valuta fresca di stampa della zecca di stato, essi scartarono ad esempio un sito per la presenza eccessiva di squali. Ed un altro a causa della quantità di formiche tagliafoglie, che ogni anno discendevano dalle montagne divorando in modo sistematico qualsiasi cosa si trovasse sul loro cammino. Un altro criterio fondamentale fu individuato nella sostanziale vicinanza di grandi quantità di manodopera, incline a trasferirsi in quello che necessariamente avrebbe dovuto costituire un polo urbano di un certo rilievo, al fine di sostenere e rendere operativa la grande quantità di alberghi previsti. La collocazione finale di Cancùn fu dunque la risultanza di questi fattori e molti altri, lungo il territorio litorale in corrispondenza della piccola Isla Mujeres, con il beneficio addizionale di un vasto arenile parallelo e distaccato dai confini costieri del continente, parte del sistema di barriere coralline del contesto mesoamericano. Sito giudicato ideale per la costruzione in essere della nuova zona d’accoglienza, a discapito di ormai obsolete percezioni ambientaliste, affinché anche la parte occidentale del Basso Messico potesse finalmente disporre di un polo d’attrazione straordinariamente redditizio ed al passo coi tempi.
Crescendo in modo esponenziale tra gli anni ’70 ed ’80, la zona centrale di Cancùn fu l’evidente conseguenza di un piano urbanistico attentamente controllato dall’amministrazione di stato. Entro soli quattro anni venne inaugurato l’essenziale aeroporto, dapprima con una rudimentale torre di controllo costruita in tronchi, presto destinato a trasformarsi in una destinazione di prestigio internazionale. Attorno ad un quartiere centrale i cui multipli istituti d’accoglienza, ristoranti ed altre amenità sembravano riprendere lo stile accattivante di luoghi come Las Vegas, crebbero dei macro-blocchi abitativi disposti in isolati dalla forma trapezoidale. Sulla striscia di sabbia venne costruito anche un celebre, avveniristico campo da golf. Ogni zona destinata al soggiorno degli stranieri, inoltre, fu soggetta ad uno stretto controllo da parte della polizia e rigorosamente recintata al fine di evitare l’infiltrazione di elementi poco raccomandabili, cercando in tal modo di evitare per quanto possibile la florida zona grigia delle attività para-legali che tendono comunemente a connotare questa tipologia di territori. Il successo e la reputazione del maxi-resort non poterono, a partire da simili presupposti, fare a meno di trarre un sostanziale beneficio, con la graduale trasformazione dell’antico Covo dei Serpenti in una meta particolarmente apprezzata dai giovani nordamericani, inclini a trascorrervi l’iconica vacanza dello spring break se non addirittura recarvisi coi propri amici per il rito sociale dell’imprescindibile festa della maggiore età.
E tutto ciò grazie all’esoterica scintilla di un sistema elettronico nascosto all’interno di una macchina del tutto priva di un animo intrinseco, o la benché minima traccia di sentimenti. Il che non contribuiva a renderla necessariamente benevola, né malvagia. Pur facendone un potente ed utile strumento, al fine di costruire qualcosa d’innegabilmente massiccio e parimenti privo di computazioni effimere. Come per l’appunto, una città.


