L’inglese che riuscì a resuscitare una varietà perduta dell’albero simbolo dei samurai

In un Giappone sottoposto ad estensivi mutamenti sociali ed economici dopo il concludersi della recente Restaurazione Meiji, il viaggiatore britannico lasciò il centro convegni con il senso di aver reso omaggio a ciò che più di ogni altra cosa, considerava importante. Per oltre due ore aveva esposto le sue tesi in merito alle oltre 200 varietà dell’albero Prunus serrulata, l’iconico ciliegio tutelato con profonda enfasi da plurime generazioni dei suoi ospiti, proprio coloro che in quel frenetico 1926, avevano mostrato la lungimiranza ed insolita umiltà di riconoscere lui, un naturalista britannico, come una delle massime autorità mondiali sull’argomento. Che aveva scelto di non trascurare tra gli espliciti messaggi l’espressione di un timore profondo: il modo in cui l’avanzare dei valori e dello stile di vita moderno stesse gradualmente allontanando l’interesse della popolazione nei confronti di quel campo dell’orticoltura storica, portando all’imminente ed altrettanto probabile scomparsa di un’alta percentuale di tali floreali, arbustive meraviglie. Allorché l’attendente di un anziano collezionista tra il suo pubblico, Funatsu Shizusaku, lo invitò a prendere un tè il giorno successivo nella sua arieggiata magione negli immediati dintorni della capitale, Tokyo.
“Lei ci onora e comprende la nostra cultura, Mr. Collingwood. E quanto afferma ha il triste suono della verità.” Disse l’uomo in abito tradizionale, dopo aver servito personalmente la bevanda con lo stile e il metodo previsto da una metodologia culturale vecchia di oltre dieci secoli: “Osservi, ad esempio, il mio dipinto.” E qui indicò un pregiato rotolo appeso nella nicchia architettonica del tokonoma, angolo presente nelle residenze tradizionali del suo paese. In esso figurava una fedele rappresentazione di qualcosa che il suo ospite trovò immediatamente familiare, una varietà di ciliegio certamente non comune ma di cui possedeva un albero in perfetta salute, nei giardini della sua tenuta a Benenden, nel Kent. Mentre Funatsu proseguiva nella spiegazione di come quel tipo di albero, originariamente chiamato Akatsuki (暁 – “Alba”) o Taihaku (大白 – “Grande Bianco”) fosse stato dipinto da suo padre quasi 120 anni prima, risultando ormai da tempo estinto, il naturalista in visita arrivò quasi a trattenere il fiato nello sforzo di non interromperlo. Quindi esclamò con un tipo di enfasi del tutto insolito per un simile contesto formale: “Oh, good gracious, most remarkable. Questo cultivar fu trasportato in Gran Bretagna. Possiamo salvarlo. Abbiamo la tecnologia.”
Ingram “Cherry” Collingwood era stato molte cose nella sua vita: diretto discendente di politici e giornalisti, ornitologo, capitano dei fanti in bicicletta durante la grande guerra, poi naturalista e studioso delle culture d’Oriente. Ma di certo non si poteva dire una cosa di lui: che gli mancasse spirito d’iniziativa e intraprendenza situazionale…

Ciò che segue nella disanima della vicenda è il tipo di eventi che potrebbero riempire le pagine di un romanzo. Ed in effetti ne abbiamo notizie approfondite proprio grazie a un saggio dall’impronta narrativa, scritto nel 2019 dall’autrice giapponese Naoko Abe sposta con un britannico e trasferitasi in Inghilterra ormai da tempo, completando il ciclo ideale di un lungo interscambio tra questi due paesi e culture tanto geograficamente remote. “Cherry Ingram – L’inglese che salvò i ciliegi giapponesi” è la storia di come questo fervido autodidatta e appassionato del mondo naturale, attraverso i lunghi anni di studio, raccolta e coltivazione, fosse giunto all’inizio del secolo ad acquisire la propria posizione di spicco all’interno di un universo accademico fortemente regionalizzato ed elitario, fino all’esperienza trasformativa del convegno del 1926. Che oltre a costituire un gradito ritorno nel luogo dove aveva effettuato il suo viaggio di nozze due decadi prima, divenne l’opportunità di compiere un gesto d’altruismo e rivalsa contro le conseguenze inopportune del progresso, tale da non avere termini di paragone nell’ambito botanico o nella collaborazione tra i giardini di diversi paesi. Prosegue dunque la vicenda, dopo una prima reazione di comprensibile incredulità da parte del collega Funatsu, con il ritorno in patria di Collingwood e la constatazione di quanto prospettato di fronte all’alto e forte albero, che aveva coltivato a partire da un innesto prelevato dall’esemplare moribondo presente nel terreno di un’amica a Winchelsea, nel Sussex. Un vero P. Serrulata var. Taihaku trapiantato in Inghilterra forse anche un secolo prima, come innumerevoli altre specie vegetali introdotti durante gli anni del colonialismo dai nobili e facoltosi borghesi britannici, all’interno di un paese dove la biodiversità vegetale delle specie endemiche costituiva ormai da tempo un ricordo lontano. Così Collingwood, prelevando accuratamente semi e rami del suo inestimabile tesoro, provò più volte a mandarne dei campioni al collega giapponese, andando incontro ad una lunga serie di delusioni. Per ben 6 volte, a quanto abbiamo notizia, la corrispondenza ottenuta in risposta parlò di come nulla fosse nato nonostante l’attenzione osservata in ogni tratto della necessariamente lunga, e complicata filiera. Allorché piuttosto che impiegare la posta aerea o navale, al britannico non venne in mente una nuova soluzione: proteggere i semi del ciliegio dentro alcune patate, che spedì quindi verso Oriente tramite il convoglio ferroviario della Transiberiana. Era dunque il 1936 quando finalmente, di fronte agli occhi increduli di Funatsu, il fiore del dipinto di suo padre sbocciò nuovamente dinnanzi alla distante e indifferente sagoma del monte Fuki.

Il Prunus “Korsar” è un’altra varietà denominata da Collingwood, a partire da un errore. Egli aveva ritenuto infatti che l’albero provenisse da un incrocio tra Prunus nipponica var. kurilensis e il P. sargentii, soltanto per scoprire poi che la prima delle due discendenze coinvolte apparteneva invece al P. campanulata. Ma il nome, a quel punto, era già in uso tra scienziati e collezionisti ad ulteriore dimostrazione del suo prestigio.

È assolutamente impossibile sopravvalutare, per chi conosce la cultura giapponese, l’alto valore simbolico di un tale evento. Molto più che un mero arbusto, il ciliegio celebrato nelle ricorrenze primaverili delle proprie prevedibili, effimere fioriture ha ormai da tempo immemore costituito in quel paese l’anima simbolica di un particolare modo d’interfacciarsi con la natura e il mondo stesso. Particolarmente per quanto concerne l’estetica connessa all’influente ed ormai celebre classe guerriera fondata sui valori teorizzati per la prima volta nel X secolo, con la divisione tra quei due poteri nazionali dell’Imperatore e dello Shogun, che soltanto la Restaurazione Meiji del 1868 aveva finalmente soprasseduto. Samurai e tanto frequentemente artisti o poeti, ancor prima di questo, che nel coraggio dimostrato dall’albero di Prunus, che ogni anno si ricopre di fiori magnifici e rosati, prima di venir “sconfitto” nel giro di quei tre o cinque giorni, con i propri rami spogli che ricordano ai fedeli servitori di un vessillo l’imminenza imprescindibile della propria dipartita in battaglia. Così come citato nello stesso saggio di Naoko Abe a proposito della varietà del ciliegio Asano, selezionato dallo stesso Ingram e denominato sulla base del samurai omonimo, che nel 1701 fu alla guida della celebrata ribellione dei 47 ronin: servitori rimasti senza un padrone, perché a quest’ultimo era stato ingiustamente imposto il suicidio per ordine shogunale. E che mentre tramavano la propria vendetta contro l’emissario responsabile, vennero catturati e decisero per questo di togliersi collettivamente la vita mediante l’antica e terribile cerimonia del seppuku. Accompagnata, come di rito, dalla poesia di commiato del loro condottiero:

Ancor più che un fiore di ciliegio,
che attende il soffio del vento
mi chiedo come posso impiegare
questa labile primavera

La gloria nella sconfitta, il trionfo della morte, l’auto-annientamento per il merito di una convinzione sovrana sono valori che non possono essere sottovalutati nello studio e comprensione della cultura giapponese. Il che non significa, in determinate circostanze, che sia impossibile risorgere dalle ceneri dell’esilio. Anche quando il proprio stesso popolo, per imprescindibile rassegnazione, aveva scelto di voltare pagina sul ponderoso libro della Storia.

Lascia un commento