L’oblungo mare solidificato che proietta lo Zimbabwe negli spazi tecnologici del nostro domani

Vedere il globo terracqueo come un gigantesco essere biologico non significa per forza o necessariamente attribuirgli le caratteristiche di una creatura in base ai crismi che da sempre ben conosciamo. Aspetti come arti, occhi, un naso ed una bocca, aspirazioni o sentimenti del vivere quotidiano. Il che non vuol dire che la vecchia Gaia, ai suoi tempi, abbia tralasciato di sapersi imporre in situazioni non del tutto conducibili a un’organizzazione rispettabile dei rapporti tra le monadi fluttuanti. Questo seppero capire gli astronauti, prima di noialtri, dalla prospettiva sufficientemente alta della sfrenata orbita extra-atmosferica. Da dove appoggiandosi al vetro limpido dei finestrini, scorsero montagne come brufoli, fiumi simili alle vene sottopelle. E lungo quella stessa scorza, l’occasionale cicatrice, segno indelebile dal lama del coltello dei suoi nemici. L’ultimo a farlo in ordine di tempo, questo ignoto inquilino della Stazione Internazionale (ce ne sono stati altri, semplicemente stavolta manca una firma sul file inviato al centro di controllo) con la foto fatta di un soggetto paesaggistico già in precedenza evidenziato nei cataloghi della National Aeronautics and Space Administration. Scura, piatta e lunga 550 Km sull’asse nord-sud di un’intera nazione, ivi figura la forma riconoscibile della Great Dike/Dyke (Diga) dello Zimbabwe, esattamente quello che ti aspetteresti di trovare, ispezionando il sito di una vecchia e ormai cicatrizzata ferita planetaria. Da 2,5 miliardi di anni, a voler essere più o meno precisi, epoca coincidente alla precipua solidificazione del fiume di magma sotterraneo, emerso da un vulcano ormai scomparso dalle incalcolabili generazioni, così da generare una duplice occorrenza della struttura geologica nota come piega sinclinale ed al di sotto di essa, quattro sotto-camere all’interno di residui erosi di gabbro diabasico e filoniano. Musengezi, Darwendale, Sebakwe, e Wedza: nomi spesso sollevati nell’analisi situazionale dell’industria mineraria locale, proprio in quanto corrispondono alle zone in cui, come zanzare armate di strumenti lunghi ed affilati, stuoli di efficienti cercatori operano nel tentativo di portare in superficie il contenuto di quei territori nascosti. Approccio valido all’ottenimento di un domani prospero, considerato il contenuto degli strati sovrapposti dove giungono a coronamento del proprio anelito, tra vaste distese di minerali come i preziosi cromo e platino, ma anche oro, nickel, cobalto e rame. Preziosa sia dal punto di vista paesaggistico e ad al fine di studiare la pregressa formazione dei continenti, non a caso qui esemplificata dal vicino Cratone Zimbabwese, letteralmente quel che resta dell’antico continente del Gondwana occidentale, disgregatosi qualche tempo dopo il concludersi della prima parte dell’eone Archeano.
Il che permette di comprendere almeno in linea di principio l’effettiva configurazione della diga in quanto tale, la sua imprescindibile carica implicita di significato ulteriore…

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Occhi tondi spuntano tra le radici da cui sorge l’architetto sotterraneo degli altopiani

Ai margini delle nebbiose radure, dove il suolo sale obliquamente lungo le pendici degli antichi pendii di Bale, un confronto eterno si dipana in mezzo all’erba ed i bassi cespugli. Una lotta per la sopravvivenza che non è tra il piccolo ed il grande, come potrebbe sembrare. E neppure tra lo svelto ed il guardingo. Ma piuttosto il mondo sotterraneo e ciò che lo sovrasta immantinente, la dorata piattaforma il cui lucore è la grandiosità riflessa, delle argentee nubi e l’astro che ogni cosa illumina sulla cospicua Terra. E ogni creatura? Quasi sempre. Questo ben comprende il lupo dell’Etiopia (C. Simensins) canide più che altro affine, nonostante il nome, a una grossa volpe o uno sciacallo di colore rosso. La cui sopravvivenza endemica è condizionata, soprattutto, dal rispetto di precisi ritmi prossimi all’orario del mezzogiorno. Quando i roditori di un siffatto luogo, che non dormono in inverno, sono inclini a foraggiare tra le basse chiazze di Alchemilla abyssinica, di cui va ghiotto. Come fossero gli erratici puntini di un cangiante meccanismo. Di cui l’incastro più importante, ovvero il piatto preferito, ovvero quello che costituisce oltre il 90% dell’apporto calorico per il carnivoro in questione, null’altro può essere che Tachyoryctes macrocephalus, il ratto talpa “dalla testa gigante” che da un punto di vista evolutivo, sembra essere del tutto incline a guadagnarsi il suo nome. Ancor prima di vederlo, puoi sentirlo. Fino a 2.600 coppie di mandibole operose, i denti rossi per il ferro che contengono, impiegati per tritare e frantumare la terra. Tanto che si narra quanto arduo possa risultare camminare in questi luoghi, dove la superficie sembra sprofondare ad ogni passo, verso i piani sovrapposti di quei dedali profondi. Complessi come fossero dei formicai, costruiti in proporzione da creature lunghe circa 30 centimetri e del peso di 930 grammi. Ciascuna di esse, un’isola, fatta eccezione per il periodo riproduttivo. Poiché a tali topi piace, più di ogni altra cosa, essere i signori del proprio castello.
Buffi, alieni eppure stranamente dignitosi. Mentre sorgono dal velo polveroso e scosso, come fossero la testa di un sottomarino. Le cui proporzioni sembrano dettate da un esempio di efficace convergenza: avete presente, a tal proposito, il pesce delle pozze noto con il termine di saltafango? Gobide atipico e capace di acquisire ossigeno fuori dall’acqua, la cui prerogativa è quella di restare immerso nella sabbia del bagnasciuga. Gli occhi tondi e posti in posizione preminente, sopra un muso tondo che gli dona un’espressione assorta. Ecco allora il suo collega sorvegliante. Quadrupede la cui conformazione cranica è un sistema lungamente collaudato, per emergere senza doversi rassegnare. Al tragico destino di costituire, sfortunatamente, l’ottimo bersaglio del suo nemico…

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L’oscuro mondo sotto Nottingham, città di fuorilegge, re detronizzati e gallerie segrete

Sussiste la comune prospettiva, nello studio dei fenomeni urbanistici, per cui la naturale tendenza di ogni centro abitato è quella di espandere se stesso, rispondendo all’espansione demografica che tende a caratterizzare un qualsivoglia tipo di agglomerato. Obiettivo perseguito in ogni direzione a partire da quelle cardinali, ma anche, e qualche volta soprattutto il sopra e il sotto. Laddove costruire torri o alti grattacieli può richiedere le competenze architettoniche dei tempi odierni, lo scavo in contrapposizione trova il proprio presupposto necessario nella sussistenza di specifiche condizioni paesaggistiche, ovvero la composizione geologica di un luogo, piuttosto che un altro. Quando Guglielmo I il Conquistatore, nel corso delle sue campagne dell’XI secolo destinate a fargli guadagnare la corona d’Inghilterra, scorse lo sperone di roccia sopra cui avrebbe costruito il forte di legno principale del Nottinghamshire, difficilmente avrebbe potuto immaginare i molti vantaggi, e le particolari problematiche, che sarebbero venute in seguito dalla particolare composizione di tale collina. Così come del nascente borgo a valle, destinato a crescere addossato alle alte mura di quel bailey, l’iniziale cortile fortificato e piazza d’armi della guarnigione normanna. Sostenuto, fin dalle radici delle proprie fondamenta, dal sostrato di arenaria triassica che la scienza odierna definisce Formazione del Gruppo Sherwood, materiale al tempo stesso friabile, benché dotato di una resistenza di massa sufficiente a sostenere il peso di archi e volte costruite dall’uomo. Il più efficace dei vigenti presupposti, per poterne ricavare spazi destinati alle più disparate e funzionali delle mansioni, così come avvenuto in precedenza per quel sito che in epoca bretone si era guadagnato l’appellativo di Tigguo Cobauc, ovvero “luogo di abitazioni rupestri”. Fu dunque nel 1194 che il castello, rimpiazzato da una più solida struttura in pietra durante il regno di Enrico II Plantageneto, divenne teatro dell’assedio condotto da Riccardo I al ritorno dalla Terza Crociata. Ma non prima del leggendario duello tra il fuorilegge della foresta, Robin Hood e il suo nemico giurato eternamente senza un nome, lo sceriffo eponimo della contea in questione. In un corollario di racconti in cui le gallerie segrete, alternativamente, servirono da vie di fuga o cupi labirinti per l’occasionale prigionia dei suoi allegri compagni, inevitabilmente liberati nel corso di avventurose quanto appassionanti peripezie. A seguito delle quali, in una fase esponenziale di espansione destinata a continuare lungo i secoli, diventò un usanza tipica degli abitanti quella di scavare con particolare enfasi verso le viscere del territorio sottostante, per poterne ricavare solai e ulteriori spazi abitativi, tanto che nel 1620 Robert Cobert, vescovo di Oxford famosamente scrisse a proposito di: “Uomini scaltri come talpe, che non abitavano all’interno di case ma buche nel terreno. Tanto che mentre persone gli camminavano sopra la testa, coperti da giardini e strade come delle cappe, dovevano guardare il fumo del camino per sapere se la pentola bolliva al piano di sotto.” Non c’è dunque molto da meravigliarsi se, attraverso il corso dei secoli, il dedalo segreto cominciò a guadagnare i presupposti d’interconnessione vicendevole tra le sue propaggini un tempo distinte…

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Il mistero allagato di Sant’Angelo Romano, anticamera degli Inferi poco fuori il Raccordo Anulare

Vivere in campagna ha i suoi vantaggi: aria pulita, pomeriggi silenziosi, un rapporto più profondo con l’immateriale spirito ed il senso del vivere nel mezzo della natura. Persino in zone adiacenti a grandi centri urbani, dove il passaggio delle strisce d’asfalto circonda e incapsula segmenti di quel mondo antico. La Riserva Naturale Macchia di Gattaceca e Macchia del Barco è uno di questi luoghi: 1.000 ettari di verde, tra la valle del Tevere ed i Monti Cornicolani, data in gestione nel 1997 alla Provincia di Roma, che avrebbe individuato in essa una serie di percorsi attentamente calibrati per riuscire a preservare flora e fauna in un ecosistema, nonostante tutto, ancora ragionevolmente diversificato e non privo di elementi endemici o quanto meno, singolari. Qui, dove le case sorgono a intervalli irregolari, in luoghi come la frazione Selva del comune di Sant’Angelo Romano, un gruppo di villini inframezzati ad orti e zone pastorali. Ma è proprio nella zona retrostante ad una di queste tranquille dimore, oltre una macchia di querce, siliquastri e terebinti, che una recinzione artificiale blocca l’avanzare d’ipotetici curiosi, essendo stata posizionata da un abitante del posto che, in base a resoconti di seconda mano, affermerebbe di essere l’indiscusso proprietario di quanto si trova all’interno. Il che costituisce, nei fatti, un’impossibilità legale: giacché nessuno, in questa penisola, può possedere una meraviglia geologica di portata mondiale. Più profondo delle doline carsiche dell’area messicana di Zacatón. Della Sima Humboldt del Venezuela e persino del Dean’s Blue Hole delle Bahamas, giungendo a rivaleggiare e possibilmente superare il cosiddetto Abisso di Hranice in Cecoslovacchia, singola caverna allagata più profonda al mondo. Un dato, quest’ultimo, in apparenza fondamentale ma tutt’ora circondato da un alone d’incertezza latente: ciò in quanto, nonostante i tentativi, ad oggi nessuno può affermare con certezza incontrovertibile di aver raggiunto il fondo del nostro pozzo del Merro, con i suoi 392 metri accertati nel 2002, seguìti da un’ulteriore pertugio orizzontale troppo stretto per procedere, persino tramite l’impiego dei più avanzati droni batimetrici a controllo remoto. Di un fenomeno scoperto scientificamente in tempi relativamente recenti, per una semplice questione pratica: visto da fuori, un simile pertugio imbutiforme a null’altro assomigliava, che una depressione parzialmente riempita con gli occasionali sversamenti dell’acqua piovana. Almeno finché a qualcuno venne in mente, mediante l’utilizzo di strumenti di rilevazione morfologici e geologici di tale cavità, di mettere nero su bianco i suoi sospetti in merito alla sua estensione in senso verticale, come un pozzo sopra il bilico della sconosciuta immensità ctonia. Quel qualcuno era Aldo Giacomo Segre, autore nel 1948 di un primo articolo sull’argomento pubblicato nel Notiziario del Circolo Speleologico Romano. Ma ci sarebbero voluti ancora quasi sessant’anni perché l’utilizzo di attrezzatura e procedure moderne permettessero di comprendere realmente la portata del segreto budello. Per lo meno, da un punto di vista numericamente quantificabile…

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