Càpita ogni anno tra ottobre e dicembre, nei mesi più roventi e in cui le piogge cessano del tutto d’irrigare l’entroterra australiano, che svariate forme riconoscibili si staglino contro l’azzurro cielo, atterrando ed incontrandosi sulla boscaglia riarsa e quella già annerita da un recente incendio stagionale. Bianco, grigio e marrone, il piumato membro del consorzio volatore si appropinqua in linea retta con la traiettoria poco agile, le ali rivolte leggermente verso l’alto come quelle di un ipertrofico gabbiano. Ma è al posarsi della sua imponenza, in qualche modo simile alla bestia araldica di uno stemma dimenticato, che la situazione tende a prendere una piega vagamente surreale. Allorché l’uccello dal soffice mantello inizia l’altezzosa camminata, il capo e il becco volti in senso perpendicolare al suolo. Ed una massa pendula che scende fin quasi sotto le ginocchia, simile a un rotondeggiante talismano. Parte del pacchetto e frutto dell’evoluzione, che costituiscono la convergenza di fenotipi tipicamente rappresentativa dell’otarda australiana. Altrimenti detta Ardeotis australis, tanto per chiarire il comprensibile fraintendimento, che potrebbe tendere a considerarla il caso di un’associazione per antonomasia, a specie vagamente simili del vecchio mondo. Laddove qui siamo di fronte, come confermato dalla scienza odierna, al raro caso di un’appartenente al genere distante creato nel 1853 dal naturalista Emmanuel Le Maout, onde accomunare gli esponenti degli otididi dai paesi d’Africa, l’India e la penisola arabica. Per un’intuizione successiva di oltre vent’anni alla scoperta originaria del collega britannico John Edward Gray, il quale da principio aveva posto questo uccello nell’adiacente macro-categoria degli Otis. Difficile capire, d’altronde, come tale discendenza possa aver varcato il vuoto degli oceani in tempo non sospetto, nella maniera desumibile anche dal ruolo detenuto nei miti ancestrali delle popolazioni aborigene dell’Australia centro-settentrionale. Per l’aspetto straordinariamente distintivo, specialmente detenuto dai maschi imponenti durante la stagione degli accoppiamenti. E il loro verso roboante simile allo scoppio di un cannone, accelerato molte volte grazie all’inflazione ritmica della sacca esofagea tra le frequenze degli 80 e 250 Hz. Un letterale marchio di fabbrica sul piano auditivo, che si affianca all’inconfondibile aspetto di questo distintivo abitante del bush…
onnivori
Rosso è il teschio del nascosto scavatore, piccolo fantasma dei deserti nordamericani
Tra i beni tramandati dalle antiche famiglie dei villaggi di etnia Hopi della First Mesa, situata nel nord-est dell’Arizona, figurarono a partire dal XVIII e XIX secolo una serie di figure vagamente antropomorfe, intagliate nel legno e decorate con altri materiali di origini principalmente vegetali. Famose tra queste, alcuni esempi con una sorta di gonna quadrettata o a righe attorno ai fianchi ed una testa dalle proporzioni sovradimensionate, con la forma semi-circolare di una cupola o cappuccio. Vagamente aliene nell’aspetto, tali raffigurazioni degli spiriti kachina, protettori ricorrenti del contesto tribale, presentavano una distinzione di rilievo nei confronti delle altre bambole votive utilizzate nei riti degli Hopi: esse venivano costruite, nella stragrande maggioranza dei casi, a dimensione poco più di quella reale. Questo perché il qalatötö o “insetto splendente”, con i suoi fino a 6 cm di lunghezza, allora come adesso costituiva una presenza familiare nei dintorni aridi di tali insediamenti, così come quelli degli stati del Texas, California, Utah e Nuovo Messico. Per non parlare del settentrione messicano. Come ampiamente desumibile dalle frequenti implicazioni culturali e folkloristiche associate a un singolare aspetto, tanto appariscente quanto sottilmente insolito e bizzarro, esemplificato dalla grande testa corazzata con le flessuose antenne che ricadono lungo i fianchi dell’animale. Quello che chiamiamo, al giorno d’oggi, “grillo” di Gerusalemme costituisce d’altra parte un tipico rappresentante della famiglia Stenopelmatidae, suddivisa nei due generi Stenopelmatus e Ammopelmatus, di ortotteri dalla dimensione e peso superiori alla media, risultando capaci nei fatti di far pendere l’ago della bilancia dalla propria parte in contrapposizione ad un tipico topo campagnolo. Fattore contributivo, quest’ultimo, alla pratica incapacità di staccarsi da terra, contrariamente a quanto ci si aspetterebbe visti i presupposti anatomici di una simile genia, con le sue zampe lunghe ed articolate. Esteriormente simile a una formica sovradimensionata, con l’addome striato che ulteriormente riesce a caratterizzarlo, tale artropode sembra aver fatto del sottosuolo il proprio ambiente elettivo, dove trascorre immobile e in silenzio le calde giornate locali, aspettando l’ora del crepuscolo per farsi strada alla ricerca di potenziali fonti di cibo: radici, tuberi e semi, ma anche l’occasionale invertebrato più piccolo di lui o carogna in decomposizione. Ragione evolutiva, quest’ultima, contributiva alla dotazione di una coppia di potenti mandibole, facilmente in grado di perforare la pelle umana. Non che tale occorrenza si verifichi in maniera particolarmente frequente, vista l’indole pacifica della creatura anche quando viene presa in mano ed inquadrata con la telecamera. Purché si osservi l’appropriato grado di premura, s’intende, nel trattarlo col rispetto che gli compete…
Mai furono trovati cavalieri tra i remoti boschi andini, idonei nelle dimensioni per la sella dei tamarini
Ci sono modi contrapposti e totalmente alternativi per mettere in relazione il sorvegliante col suo territorio; il guardiano con la cosa da proteggere; il custode della propria stessa pertinenza ed il suo stratum rilevante, inteso come àmbito latente cui provengono, per quanto ci è dato comprendere, il carattere e l’aspetto evolutivo di una simile creatura. Protagonista della propria storia si, ma al tempo stesso antagonista di molte altre, per coloro che vorrebbero farne la vittima del tutto accidentale di un rapporto meno che privilegiato con il regno naturale e tutto ciò che esso contiene. Vedi, soprattutto, predatori come gli agili felini, rapidi rapaci o immobili serpi in attesa. Tre forze inarrestabili della natura sudamericana, che necessariamente tendono a scontrarsi, nella maggior parte delle circostanze, con la strategia ben collaudata del fischiante popolo dei piccoli primati della foresta. Callitrichidae è il nome della famiglia, scimmie non più lunghe di qualche decina di centimetri, per cui la formazione di legami solidali e l’appropriata divisione dei compiti risulta essere il fondamentale fluido che incrementa i presupposti di sopravvivenza. Allorché sui rami alti, i più dignitosi e nobili tra i tamarini dotati di baffi magnifici condividono uno spazio privo di rivali. Mentre sotto le loro teste, un gruppo di operosi sudditi dal muso bianco, del tutto indifferenti a ogni percepito presupposto di sudditanza, si avvicendano spostandosi da un territorio all’altro. I loro incontri sono il seme di alleanze, piccoli conflitti e accesi battibecchi al fine i ridisegnare i confini dei territori. Mentre al palesarsi di un vero pericolo, ogni antipatia latente viene subito subordinata. Rispetto alla necessità di far sentire quel segnale, affinché il piccolo popolo possa fare ciò che gli riesce meglio: scomparire nel giro di pochi secondi in mezzo alle province frondose di quel mondo.
Esiste una teoria in tal senso, particolarmente applicabile al genere in oggetto dei Leontocebus, invero tra le scimmie più minute del Nuovo Mondo senza necessariamente spingerci nell’area tassonomica dei marmosetti, secondo cui le loro dimensioni compatte siano la risultanza di una selezione naturale indirizzata verso il nanismo filetico-evolutivo, generalmente risultante dall’appartenenza ad un ambiente piccolo e altrettanto remoto, come ad esempio un’isola. Il che non potrebbe essere maggiormente lontano dalla verità, considerata la vastità delle giungle tra Bolivia, Brasile e Perù dove albergano la maggior parte delle ampie e diversificate comunità di queste distintive creature. Per lo meno, e resta necessario sottolinearlo, allo stato attuale per quanto concerne il volto dell’ecologia terrestre. Giacché all’origine di questa vecchia stirpe, risalente a circa 35-40 milioni di anni fa, l’aspetto delle Americhe al di sotto dell’Equatore poteva presentarsi in modo estremamente diverso. Con piccole ma dense macchie d’alberi, divise da vasti spazi aridi dove in alcun caso, creature come queste avrebbero mai potuto raggiungere la prosperità…
Oh, vampirico fringuello che torturi tuo fratello. Volpe astuta tra il pollame; il sangue scorre, quando hai fame
Se si osservano i trascorsi della biologia terrestre, chiaro può essere lo schema in base a cui la quantità di zampe si sviluppa in proporzione inversa all’aggressività di una creatura nel contesto del proprio ecosistema di riferimento. Guarda indietro, a quel Giurassico prima del sorgere dei continenti odierni, per comprendere la tesi del piumato tirannosauro, niente più che una gallina dalle proporzioni palaziali, che cammina dondolandosi ed abbassa per ghermire la sua testa ornata da una pletora di denti, arsenale di pugnali che feriscono i più grandi e resistenti tra gli erbivori vissuti sulla Terra. “Gli uccelli sono dinosauri” è d’altra parte uno di quegli assiomi, formalmente e scientificamente improprio, che cionondimeno può servire a porre basi di una comprensione per lo più parziale ma corretta di quei trascorsi. Laddove ciò che è molto piccolo, come sua valida prerogativa, vanta l’essenziale propensione che naturalmente elude i suoi predecessori più imponenti: l’adattabilità a variabili fattori dell’ambiente. Come l’arida e remota serie d’isole di un luogo desolato, cionondimeno tra i più variegati e biodiversi di questo mondo. Galapagos del viaggio di scoperta, della nave HMS Beagle e il suo passeggero più famoso, Darwin in persona che senza una preparazione specifica nel campo dell’ornitologia, annotò estensivamente il comportamento e la forma del becco delle nove varietà di piccoli fringuelli che si avvicendavano tra questi territori aviti. Lì trovando chiari segni di quella pressione generazionale sui fenotipi, che in un tempo successivo avrebbe costituito un valido supporto alla teoria dell’evoluzione: dal Geospiza Magnirostris, mangiatore dalla grande bocca di semi grandi e spessi. Al G. scadens il cui preciso rostro può infiltrarsi tra le spinte vegetali dell’Opuntia. Per del G. conirostris, la cui forza muscolare appare fatta per sbucciare la coriacea frutta che riesce a reperire sulle spiagge di quel sito dalla fioritura limitata. Concludendo la parziale rassegna con la citazione del G. difficilis con il becco piccolo e aguzzo, chiaro segno di abitudini entomofaghe con perfezionamento della tecnica di cattura degli insetti duranti il volo. Giacché nel 1835 non gli fu possibile arrivare a immaginare, sulla base delle nozioni disponibili per costruire il suo discorso, al baratro vertiginoso della verità. Che vede una particolare varietà di questi uccelli, collettivamente inseriti nella famiglia dei Traupidi, supplire alle carenze alimentari tramite una tecnica ben collaudata ed altrettanto crudele: il salasso sistematico delle più grandi, candide e mansuete sule del Pacifico, particolarmente quella di Nazca (S. granti) e la sua cugina dai piedi azzurri (S. nebouxii) ogni qual volta queste scelgano di sostare o costruire il proprio nido presso le due isole abitate dal torturatore tra i passeriformi, segnate sulle mappe come “Wolf” e “Darwin”. Ripetutamente ed insistentemente ferite, come fossero distributori del sanguigno e incomparabile tesoro della nutrizione tra le condannate penne…



