Rosso è il teschio del nascosto scavatore, piccolo fantasma dei deserti nordamericani

Tra i beni tramandati dalle antiche famiglie dei villaggi di etnia Hopi della First Mesa, situata nel nord-est dell’Arizona, figurarono a partire dal XVIII e XIX secolo una serie di figure vagamente antropomorfe, intagliate nel legno e decorate con altri materiali di origini principalmente vegetali. Famose tra queste, alcuni esempi con una sorta di gonna quadrettata o a righe attorno ai fianchi ed una testa dalle proporzioni sovradimensionate, con la forma semi-circolare di una cupola o cappuccio. Vagamente aliene nell’aspetto, tali raffigurazioni degli spiriti kachina, protettori ricorrenti del contesto tribale, presentavano una distinzione di rilievo nei confronti delle altre bambole votive utilizzate nei riti degli Hopi: esse venivano costruite, nella stragrande maggioranza dei casi, a dimensione poco più di quella reale. Questo perché il qalatötö o “insetto splendente”, con i suoi fino a 6 cm di lunghezza, allora come adesso costituiva una presenza familiare nei dintorni aridi di tali insediamenti, così come quelli degli stati del Texas, California, Utah e Nuovo Messico. Per non parlare del settentrione messicano. Come ampiamente desumibile dalle frequenti implicazioni culturali e folkloristiche associate a un singolare aspetto, tanto appariscente quanto sottilmente insolito e bizzarro, esemplificato dalla grande testa corazzata con le flessuose antenne che ricadono lungo i fianchi dell’animale. Quello che chiamiamo, al giorno d’oggi, “grillo” di Gerusalemme costituisce d’altra parte un tipico rappresentante della famiglia Stenopelmatidae, suddivisa nei due generi Stenopelmatus e Ammopelmatus, di ortotteri dalla dimensione e peso superiori alla media, risultando capaci nei fatti di far pendere l’ago della bilancia dalla propria parte in contrapposizione ad un tipico topo campagnolo. Fattore contributivo, quest’ultimo, alla pratica incapacità di staccarsi da terra, contrariamente a quanto ci si aspetterebbe visti i presupposti anatomici di una simile genia, con le sue zampe lunghe ed articolate. Esteriormente simile a una formica sovradimensionata, con l’addome striato che ulteriormente riesce a caratterizzarlo, tale artropode sembra aver fatto del sottosuolo il proprio ambiente elettivo, dove trascorre immobile e in silenzio le calde giornate locali, aspettando l’ora del crepuscolo per farsi strada alla ricerca di potenziali fonti di cibo: radici, tuberi e semi, ma anche l’occasionale invertebrato più piccolo di lui o carogna in decomposizione. Ragione evolutiva, quest’ultima, contributiva alla dotazione di una coppia di potenti mandibole, facilmente in grado di perforare la pelle umana. Non che tale occorrenza si verifichi in maniera particolarmente frequente, vista l’indole pacifica della creatura anche quando viene presa in mano ed inquadrata con la telecamera. Purché si osservi l’appropriato grado di premura, s’intende, nel trattarlo col rispetto che gli compete…

Con implicazioni culturali di rilievo anche nella cultura Navajo, particolarmente nel Nuovo Messico e nello Utah, il wóseeʼ tsinii o “insetto teschio” possedeva in tale ambito una serie di aspetti non propriamente benevoli per coloro che vi entravano direttamente in contatto. Considerato erroneamente velenoso, una possibilità del tutto smentita dalla scienza odierna, esso si trovava direttamente associato al frutto dell’albero della yucca (fam. Asparagaceae) ritenuto l’unico antidoto efficace in seguito a un incontro sfortunato. Maledetto sarebbe stato, inoltre, chiunque avesse ucciso tale essere intenzionamente o per sbaglio, ritrovandosi condannato alla calvizie al raggiungimento dell’età appropriata. Il che non avrebbe impedito, d’altra parte, agli esponenti dei popoli limitrofi di Chumash e dei Pima di far uso occasionale dell’insetto come fonte di alimentazione, previa probabile cottura sulla fiamma viva per indebolire il rigido esoscheletro che ne protegge la compatta forma. Una questione ripetutamente osservata durante il periodo successivo a quello coloniale da parte dei primi scienziati ed entomologi americani, tra cui figura in modo particolare il lavoro del frate francescano Berard Haile, che mentre si trovava impegnato alla creazione di un vocabolario della lingua Navajo creò probabilmente il nome attuale del cosiddetto grillo di Gerusalemme. Collegato in tal senso alla città santa del Levante per un’associazione del tutto accidentale con il Golgota o Calvario, chiamato per l’appunto “Colle del Teschio” nel campo degli studi storiografici e biblici del periodo della crocifissione. Interessante anche il nome in spagnolo utilizzato dagli odierni discendenti dei pueblos indigeni sopracitati: el niño de la tierra, o “figlio della terra”.
Biologicamente prolifico, grazie al notevole adattamento ai propri ambienti di appartenenza, l’ortottero in questione vanta una distribuzione ampia per molte delle circa 50 specie catalogate nel complesso, nonostante costituisca una preda favorita da parte di volpi, puzzole, opossum, gufi, falchi e pipistrelli. Ciò grazie alla deposizione di circa 15-25 uova per ciclo riproduttivo deposte al sicuro sotto la sabbia, qualche tempo dopo il compiersi di un rituale dall’alto grado di efficienza. Il cui momento culmine è la produzione udibile di un suono battente, prodotto sia dal maschio che la femmina mediante vibrazione del proprio addome, cui fa seguito un amplesso piuttosto irruento da parte del maschio soltanto leggermente più piccolo, cui fa seguito la concessione di uno spermatoforo gelatinoso mediante una manovra ben collaudata. Come conseguenza di un incontro garantito unicamente dagli organi di percezione tattile posseduti al termine delle zampe anteriori, data la limitata capacità in termini di vista e la totale assenza di un vero e proprio udito a disposizione di queste insolite, resilienti creature.

Bizzarro, affascinante, largamente innocuo negli incontri tête-à-tête, il grillo di Gerusalemme possiede nonostante questo almeno una singola implicazione problematica: i danni che tende ad arrecare, in circostanze di popolazione sufficientemente elevata, alle coltivazioni umane della patata, che riesce facilmente a consumare in quantità notevole grazie all’impiego del suo vorace apparato mandibolare. Rilevante dimostrazione pratica, quest’ultima, dell’importanza del mantenimento di un ecosistema equilibrato e biologicamente vario, anche nel contesto odierno della produzione agricola industrializzata.
Pena il pratico ritorno di antiche e irriducibili presenze. Creature vagabonde che continuano negare, con la propria semplice esistenza, la natura pratica e rassicurante dell’ambiente che ci circonda. Suscitando in noi timore atavico ed un senso d’incertezza, in merito ai crismi stessi utilizzati per le odierne categorie biologiche. Ecco un “grillo”, dunque, che non canta e non riesce a saltare. E non è neppure originario di Gerusalemme. In quale altro specifico luogo avremmo mai potuto posizionarlo, nel dizionario!

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