Rosso di Kogia, mini-capodoglio che spruzza inchiostro sperando di nascondersi tra Gibilterra e il Mar Tirreno

Ormai da sette giorni e sette notti, lo gnomesco capitano della Meloria scrutava l’orizzonte tramite il suo cannocchiale costruito con lenti incorporate dentro tappo di una penna biro. Dimenticando di gridare ordini al proprio equipaggio, che lo aveva seguito dalle coste della Toscana alla ricerca della bestia che più d’ogni altra aveva popolato le leggende dei loro vicini, gli elfi di mare: “Una balena dalle proporzioni a noi comune, vi dico, un mostro degli abissi… In miniatura. Non più lungo di un corbezzolo dei boschi pisani!” Così esclamava dentro la taverna costruita nella vecchia quercia, col cappello conico a 45 gradi ed agitando verso l’alto il suo uncino appuntito: “Moby Dick creata da un dio minore, vi dico. O diavolo di un figlio di Nettuno, in persona!” L’arpione accanto lungo la murata da una quindicina di centimetri, lo sguardo intenso, la barba lunga e incolta. Questa volta… Non mi sfuggirà. Avrò la mia vendetta. Prima di sera. – Egli ripeteva andando dietro all’ossessione persistente, mentre i gabbiani inconsapevoli sparivano assieme alle linee della costa remota. Allorché il mattino dell’ottavo, una forma cupa ebbe il vezzo di spezzare il ritmo delle onde; perfettamente immobile, sembrava un’isola in attesa di essere scoperta. Il capitano allora sentì un brivido lungo la schiena, mentre pronunciava con tutta la forza del proprio ruolo predestinato: “Uomini del piccolo popolo! Indossate i vostri occhiali protettivi e tappatevi il naso. Oggi navigheremo in un oceano di vero sangue vermiglio. Per giungere nella stagione della gloria sempiterna, a guisa nereidi assise sopra il trono dei Sette Mari…” Mia nemesi! Mia leggendaria controparte, spettro cromaticamente dirompente della balena pigmea…
Kogia breviceps la chiamerebbe qualcun altro, se quel qualcuno fosse un partecipante istruito del mondo scientifico creato dal consorzio umano. Così come fatto per la prima volta nel 1838, dallo zoologo francese Ducrotay de Blainville, che ne aveva incontrato una carcassa spiaggiata sulle coste di Audierne. Balzo d’intuizione niente affatto trascurabile, qualora si consideri la stretta somiglianza di queste creature misuranti appena 3 o 3,5 metri, con i loro fratelli tassonomici maggiori, ovvero i capodogli oggetto di tante leggende e successivamente parte di una vera e propria economia marina. Laddove entrambe le varianti del saliente genere, inclusa l’ancor più compatta Kogia sima da due 2,7 metri intitolata al suo collega britannico Richard Owen (1866) restarono per lungo tempo ai margini dell’incontro/scontro tra natura ed uomo, causa la poca quantità di materie prime ricavabili da un singolo esemplare e al tempo stesso, una certa inusitata propensione alla furtività. Creature schive e solitarie, poco inclini a seguire le navi o gingillarsi in salti ed alte attività di superficie, in verità chiamate in certi luoghi “balene galleggianti” causa una certa somiglianza intrinseca a dei legni trasportati dalle onde di mare. Laggiù nel vasto areale, comprendente i mari tropicali e temperati dell’intero manto che circonda i continenti, fatta eccezione caso vuole per la vasca segregata del Mediterraneo, per lo meno in condizioni ideali. Giacché celebre è il ritrovamento di sporadici esemplari spiaggiati del capodoglio nano (il sima) l’ultima volta ad Agropoli nel 2017, così come il teschio riportato alla luce nel 1877 da Georg Pilleri nei dintorni di Volterra, appartenente ad una specie estinta nell’ormai remoto Pliocene. Laddove nulla di paragonabile riesce a figurare per quanto concerne il suo sfuggente cugino pigmeo (breviceps) almeno fino ad uno studio pubblicato lo scorso marzo sulla rivista Mammal Review da Elena Valsecchi e colleghi dell’Università Bicocca di Milano, incline ad osservare la presenza di una simile creatura non dalle mancanti prove tangibili della sua triste dipartita. Bensì l’alone residuale della sua presenza, come in una sorta di applicazione oceanografica del principio di studio delle particelle quantistiche all’interno di un ciclotrone…

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80 anni di attesa e 60 milioni di fiori per la palma che coltiva la sua solitudine, inseguendo l’apoteosi finale

Secondo la leggenda originaria della tradizione dell’astrologia Nadi, sette saggi leggendari provenienti dalla regione del Tamil Nadu, tra cui Bhrigu, Vashishta e Agastya, avrebbero sperimentato 2.000 anni fa la visione yogica del fato di ogni essere vivente passato, presente e futuro. Rivelazione in seguito alla quale, impugnando uno stilo affilato, decisero di trascrivere la propria onniscienza sui fogli dell’unico materiale prontamente disponibile, destinato a seguito di quel momento a diventare un sostanziale sinonimo in India e il resto dell’Asia meridionale di saggezza, cultura e trasmissione delle informazioni ereditarie. Così costoro fecero raccogliere, nei propri alti monasteri, copiose quantità di foglie di palma. Principalmente prelevate dal più sacro di questi alberi, segnalato grazie all’imponente forma sopra il mare verde di un pennacchio a forma di ventaglio. Il cui coronamento occasionale, oggi noto come fioritura monocarpica di questa pianta imponente, lasciava intravedere l’equilibrio estetico di un mondo inconoscibile ed al tempo stesso trascendente. Proprio per questo detto “Albero del Paradiso” ciò che la botanica internazionale definisce con il termine Corypha umbraculifera o palma talipot è nel frattempo diventata un visione tipica in molti giardini della fascia tropicale, dove la temperatura non può scendere al di sotto degli zero gradi, sinonimo di annientamento per tale svettante forma di vita. Oggettivamente non facilissima da collocare, in funzione delle proprie dimensioni significativamente superiori alla media: fino a 34 metri di altezza, con foglie a raggera in grado di raggiungere i 7 metri di diametro, di cui una soltanto basterebbe in base alla tradizione per “coprire 10 uomini dalla pioggia battente”. Dati di per se già impressionanti, senza esserci ancora addentrati nel merito di quella che costituisce la più distintiva e iconica delle caratteristiche: il momento della fatale fioritura capace di occupare l’intero ultimo anno di vita dell’arbusto, fino al palesarsi di una gigantesca pannocchia dal colore bianco crema, posizionata a estendersi ulteriori 8 metri sopra la sommità apicale del tronco, anulato e privo di vere e proprie ramificazioni. Mettendo in scena uno spettacolo biologico semplicemente privo di eguali nel regno naturale, tanto da rappresentare il singolo caso di efflorescenza più imponente documentato, superando di gran lunga il celebre aro titano, spesso percepito erroneamente come un unicum composto da un singolo assembramento di corolla, sepali e pistilli o stami. Laddove l’umbraculifera possiede, di contro, l’evidenza apprezzabile di una pletora di convergenze sistematiche, nel sovrapporsi di quel vello vaporoso vagamente simile alle piume di un fiabesco pavone. Agitate da ogni singola folata di vento, con plausibile evidenza, per il massimo effetto d’attrazione nei confronti dei suoi amici appartenenti al regno animale…

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Così passano le corde sulle strade sfortunate, ricucendo la foresta per le bestie dell’Amazzonia

Nel mondo ideale del futuro, nessun luogo è irraggiungibile. Saettanti veicoli a motore, interfacciandosi con un paesaggio attentamente calibrato, conducono pneumatici lungo le strisce del proprio tragitto elettivo. Oltre valli, monti e oceani d’erba, indifferenti alle barriere un tempo invalicabili dei continenti. Eppure nel contempo, costruire strade di collegamento ed alti muri invalicabili sono processi interconnessi, se si adotta l’adeguata prospettiva di riferimento. Quella di creature che da lungo tempo condividono, seppur in modo involontario, il tipo di risorse paesaggistiche da sfruttate a tale scopo programmatico finali. Gli animali stessi, meri passeggeri lungo il viaggio cosmico della nave spaziale Terra? Personaggi secondari, nell’opera in tre atti che vede nell’epilogo il trionfo della nostra gente? Non è stato facile, a questo proposito, cancellare l’innato senso di condivisione ed empatia capaci di porre un ostacolo alla necessaria percezione soggiacente. Eppur ci sono luoghi dove la portata del danneggiamento, che deriva in modo implicito dalla disposizione di lunghe strisce d’asfalto, sembra troppo significativo per volgere lo sguardo altrove. Centri della biodiversità residua, ultima speranza di un precipuo meccanismo in cui la civiltà contemporanea è ancora un ospite o presenza occasionale. Ed altri popoli sopraelevati, lassù tra i rami verdeggianti, stolidamente popolano regioni ancora libere dell’Amazzonia.
Questo il caso del Brasile e del disastro naturale noto come BR-174, linea retta disegnata sulle mappe per un tratto di 3.300 Km lineari, tra Cáceres in Mato Grosso e Pacaraima sul confine venezuelano. Una risorsa senza precedenti sia per i vantaggi nel connettere due angoli del vasto territorio sudamericano, che in termini di conseguenze involontarie sulla fauna locale. Dal punto di vista dell’intero ecosistema sopraelevato di primati e altri mammiferi, la cui evoluzione si è concentrata sull’adattamento all’esistenza arboricola, abbandonando le capacità inerentemente necessarie a spostarsi efficientemente al livello del terreno ormai sottostante. Basti unire dunque tale presupposto, al pericolo inerente di un sentiero trafficato, dove veicoli necessitano di ampi spazi per riuscire a frenare, per comprendere l’atroce statistica, di circa 2.000 animali morti annualmente lungo questa singola arteria di collegamento nazionale. Ivi incluse specie a rischio d’estinzione più meno stringente, tra cui diverse entità endemiche dall’aspetto inconfondibile e inusitato, vedi la scimmia ragno dalla faccia nera, il mico di Schneider, il bugio rosso di Spix, il bugio rosso del Purus e lo zogue-zogue. Il che ha fatto di questo luogo, nel corso dell’ultima decade, il candidato ideale per l’applicazione di un approccio precedentemente adottato in altri luoghi soggetti a problematiche similari: la costruzione di luoghi di attraversamento artificiali, la dove la natura era costretta a rimanere dietro l’imprescindibile barriera. Ponti nello stile tibetano progettati con un alto grado di specificità, onde incoraggiare l’utilizzo da parte degli utenti sopramenzionati. Che pur mancando di una voce necessaria a esprimersi, acquisivano su questo piano un rinnovato diritto alla sopravvivenza…

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Ghiaccio vivido nella foresta: due iridi preannunciano la curiosa forma tra le fronde del Madagascar

Tanto preoccupati erano i cultori della prima scienza tassonomica nel cercare il cosiddetto anello mancante tra l’uomo e la scimmia, che tardarono nel comprendere come quest’ultima potesse costituire, a sua volta, una stazione di collegamento intermedia. L’essere perfettamente simile, essendo nel contempo differente, a noialtri come la vivente guisa primordiale della sua primaria essenza: la strepsirrina, non per niente detta “proscimmia”. Non che la distribuzione del sottordine in questione, da principio, fosse un grande aiuto in tal senso. Potendo disporre come termini di paragone, entro i confini dell’Africa continentale, dei soli lorisidi e galagidi, piccole famiglie di creature per lo più notturne, composte da specie compatte, ecologicamente collaterali agli altri primati dello stesso territorio di riferimento. Fu dunque solo successivamente, con l’esplorazione della maggior isola dell’antistante Oceano Indiano, che i colleghi di Darwin si trovarono a comprendere quanto potessero diversificarsi i lemuri, e fino a che punto risultassero capaci d’influenzare il proprio territorio. Come sperimentato dallo stesso biologo britannico John Edward Gray, alle prese nel 1867 con alcuni campioni da museo raccolti di una bestia rara, il manto nero e gli occhi, in base ai resoconti, di un profondo color azzurro cielo. Allorché descritti al tempo come una mera sottospecie del già conosciuto Eulemur macaco, cui venne aggiunto per loro il termine in lingua latina flavifrons, simili abitanti dell’alta canopia custodirono per lungo tempo i propri misteri. Restando privi per oltre un secolo d’informazioni in merito alla località di provenienza e osservazioni appropriatamente documentate. Finché ad oltre un secolo di distanza, nel 1983, studi sul campo (Koenders et al.) non ne segnarono di nuovo l’occorrenza, presso la punta nord-occidentale della grande isola, in un’area situata in mezzo ai fiumi di Andranomalaza e Maeverano. Il lemure dagli occhi azzurri, anche detto “di Sclater” esisteva veramente e non solo, fu possibile trovarne a tutti gli effetti due varietà distinte: una di colore nero, già in origine documentata, e un’altra marroncina-rossastra, per il resto identica da ogni punto di vista rilevante. Non ci volle successivamente molto a lungo, tramite l’osservazione e lo studio genetico, per comprendere di essere di fronte rispettivamente ai maschi ed alla femmina dello stesso animale, in un raro caso tra i mammiferi di manifesto dimorfismo sessuale. Sul piano cromatico ed al tempo stesso, comportamentale: giacché lo stile di vita di questi lemuri prevede, in modo altrettanto atipico, che siano le signore a governare i gruppi di sei-dieci esemplari, accoppiandosi più volte con i maschi che combattono tra loro per guadagnarsi tale imprescindibile privilegio. Lo sguardo attento e concentrato, che sembra riecheggiare di distanti territori nordici battuti dalle gelide sferzate del limpido maestrale…

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