Molto prima che il potere della digitalizzazione permettesse al consorzio umano di poter accedere a una sorta di memoria collettiva, condivisa tramite strumenti di pubblicazione indipendenti da momento, condizioni e luogo, il semplice concetto di rivivere un momento fuori dalla naturale progressione cronologica era un proposito vicino all’intervento di un angelo custode o fata madrina. Allorquando i prototipici manipolatori degli strati fisici dell’esistenza, inventando e migliorando i meccanismi di quell’epoca ogni giorno più distante, disponevano i logici presupposti a rendere qualcosa d’effimero, Immortale. Tale lo stato d’animo e questa l’aspirazione, di Édouard-Léon Scott de Martinville, quando esattamente vent’anni prima del fonografo di Thomas Edison si ritrovò a contemplare, nella libreria che amministrava ormai da anni, il disegno medico ed approfondito del pratico funzionamento del sistema auditivo. Un sostanziale imbuto (il padiglione) collegato ad una serie d’ingranaggi (gli ossicini) che facevano vibrare una membrana (il timpano). Sistema in grado di ottenere il risultato predisposto in modo molto più immediatamente comprensibile di altri apparati della nostra anatomia. Da che la comprensibile intuizione, per quanto avveniristica ai suoi tempi, che quanto Niépce, Talbot e Daguerre erano riusciti a conseguire nel campo ancora acerbo delle immagini fissate sulla carta, sarebbe stato possibile anche per l’auspicabile cattura dell’eloquio umano. In altri termini: fotografare il suono. In altri termini: proiettare verso l’infinito i meri attimi di un qualcosa di assolutamente effimero, traducendolo nell’oggettiva forma di una misurazione scientifica all’interno di un archivio senza limiti di spazio ideale.
Ora occorre contestualizzare in quel fatidico 25 marzo del 1857, quando lo stampatore, commerciante ed inventore francese si ritrovo finalmente a registrare il suo brevetto, il modo in cui il concetto di riproduzione auditiva fosse totalmente impercorribile e privo di precedenti. Esulando al tempo stesso dalle pratiche ambizioni di Scott, il cui ambito di competenza era in linea con il campo non direttamente adiacente della stenografia. Offrendo il proprio contributo, in tal senso, alla cristallizzazione indefinita di un semplice messaggio, possibilmente coadiuvata da un studio puntuale sul funzionamento e la propagazione delle onde sonore. Attraverso l’utilizzo di un sistema in grado di tradurre in segno grafico le vibrazioni atmosferiche situate nello spazio tra le persone. Non cercando necessariamente di rispondere all’implicita domanda, di come avremmo mai potuto immaginare di dar luogo al processo inverso…
Come desumibile dalla serie dei disegni utilizzati per spiegare il funzionamento della propria invenzione, Scott aveva dunque usato da principio un vaso di captazione con la forma di un tronco conico o ellittico, collegato ad una estremità con una membrana elastica di gomma, carta molto sottile o la cosiddetta pelle di battiloro, ricavata dall’intestino di bue. Superficie a sua volta facente capo ad una rigida setola di maiale, preventivamente intinta nel pigmento nero di carbonio, derivante dai residui di fumo delle lampade o altri residui della combustione. Ciò affinché quella che inizialmente era una lastra scorrevole, in seguito sostituita da un cilindro rotante ricoperto di carta, potesse trovarsi a registrare tramite una linea ininterrotta l’andamento delle vibrazioni indotte da una sequenza sonora. Creando un tracciato definito, per l’appunto, fonautogramma. Partendo da un prototipo capace di dimostrare il funzionamento, l’inventore ottenne in tempi relativamente brevi la collaborazione del creatore di strumenti scientifici di precisione Rudolph Koenig, a sua volta apprendista del noto liutaio parigino Jean-Baptiste Vuillaume. Fu dunque entro il 1859, due anni dopo la registrazione del brevetto, che una prima serie di apparecchi ragionevolmente perfezionati entrarono in commercio, possibilmente rivolgendosi ad un limitato pubblico di studiosi dell’acustica e curiosi sperimentatori. Nessuno di questi, purtroppo, è sopravvissuto. Ciò che abbiamo invece sono, grazie alle carte dell’Ufficio Brevetti di Francia e l’Academie des Sciences, sono alcuni dei tracciati messi su carta dallo stesso inventore, inclusi a fine dimostrativo e rimasti a lungo misteriosi per quanto concerneva i loro effettivi contenuti. Non è noto, a tal proposito, se egli avesse concepito almeno in fieri la possibilità di elaborare un metodo atto a tradurre il disegno in una sorta di notazione acustica o alfabeto fonetico, permettendo in tal modo l’utilizzo professionale del proprio sistema di stenografia. Possibilità nei fatti preclusa almeno fino all’epoca contemporanea, quando l’utilizzo dell’elaborazione informatica avrebbe permesso, finalmente, di restituire vita al contenuto di simili capsule temporali, grazie al lavoro del 2008 del collettivo First Sounds, guidato da David Giovannoni con la collaborazione del Lawrence Berkeley National Laboratory. Quando inserendo come oggetto di scansione ottica un tale intrico di linee, datato chiaramente al 1860, gli altoparlanti riprodussero una voce acuta intenta a canticchiare la parte iniziale della canzone popolare Au clair de la lune, inizialmente attribuita ad una donna o un bambino. Finché non si scoprì che il brano era stato riprodotto a una velocità eccessiva, potendo effettivamente essere l’opera dello stesso Scott. Di poco successiva, nel frattempo, la registrazione ragionevolmente chiara di una lettura dei primi versi del dramma pastorale Aminta di Torquato Tasso, nei fatti il più antico brano intelligibile riproducente il parlato umano. Laddove purtroppo altri cilindri, più recenti ma eccessivamente rovinati, non avrebbero permesso di ottenere risultati altrettanto significativi.
L’idea stessa che fosse possibile udire dei suoni, fedelmente riprodotti, più antichi di 150 anni affascinò immediatamente e colpì l’attenzione degli storici. Tanto che iniziò ben presto a circolare il mito secondo cui l’inventore francese, per ragioni o con modalità ignote, avesse viaggiato fino agli Stati Uniti all’apice della guerra civile, riuscendo a imprimere su carta la voce del presidente Lincoln. Una leggenda, in realtà priva di fondamento, che se fosse stata vera avrebbe anticipato di quasi mezzo secolo la registrazione del 1890 col fonografo di Edison di Benjamin Harrison, primo presidente di cui sia ancora oggi possibile sentire effettivamente la voce. Appartenente in verità ad un epoca in cui il lavoro di Scott e Koenig era già da tempo sprofondato nell’oscurità per sopraggiunta obsolescenza. Nonostante il tentativo fatto nel 1877 dall’inventore connazionale Charles Cros, di imprimere il tracciato fonautografico su un disco di vetro, affinché potesse venire riprodotto su una sottile lamina metallica tramite il processo della fotoincisione. Ed almeno in linea di principio, successivamente riportato allo stato transiente di onde sonore.
Se non che in quegli anni, la notizia dell’introduzione del fonografo edisoniano, capace di ottenere risultati simili nell’immediato e tramite un semplice cilindro ricoperto di carta stagnola, portò alla repentina cessazione di tali esperimenti. Una condizione toccata in sorte, qualche anno dopo, anche al secondo apparato, causa introduzione del grammofono di Emile Berliner, americano nato in Germania ad Hannover. Il quale funzionava, paradossalmente, tramite un sistema maggiormente simile all’originale fonautografo francese, ma nasceva essendo dedicato in modo esplicito ad un campo fino a quel momento trascurato: la riproduzione della musica, da camera, d’insieme o d’orchestra, piuttosto che semplici e noiose frasi uscite dalla bocca delle persone. Lo stesso Scott, il quale non credeva alla percorribilità di tale approcciò con qualità soddisfacente, criticò esplicitamente i primi tentativi del tedesco. Ci avrebbe pensato la storia, come ben sappiamo, a smentire il suo scetticismo.


