“Esserci o svanire, questo è il dilemma. Se sia più nobile nella mente soffrire… O impugnar le armi contro un mare di affanni?” Il malinconico principe di Danimarca, volgendosi nervoso da una parte all’altra, osserva il pubblico senza vederlo. Chiaramente, questa è l’usanza. Il tetto del teatro, curvo come il guscio di un mollusco, ombreggia le sue membra ma non riesce ad oscurare tali circostanze. Giacché manca, in questo luogo, una scenografia per così dire artificiale. Le fronde coprono lo sfondo, di un fiume che serpeggia verso il fondo della valle. Un cielo sgombro illumina gli attori che pronunciano i discorsi del Bardo, così come succedeva nella grande “O” di Londra. Sulla distanza, il verso del coyote. Oche canadesi chiamano tra l’erba… Invero il Globo è diventato un palcoscenico tra quei recessi. Anche questa, da oggi, sarà l’usanza.
Assai più grande dalla sfera di 43 millimetri, che un tempo rimbalzava nel perimetro del suo bersaglio antistante. Sia narrato, a tal proposito, ciò che aveva luogo in questo ambiente: lo sport del golf col suo tragitto dai 18 interconnessi percorsi, che ancora si riesce ad individuare nelle foto topografiche fatte dall’alto. Così come in mezzo mezzo ad essa, una conchiglia però senza Venere all’interno, bensì la storica HVS o “Compagnia Shakespeariana della Valle dell’Hudson”. Collettivamente e comprensibilmente lieta, dopo quasi quattro decadi, di aver trovato un luogo degno di essere la propria dimora, per moltissimi anni a venire ed auspicabilmente, l’Eternità. Non è forse proprio a questo, che serve il duplice concetto di teatro? Sia composto da parole sulla carta, che l’ambiente usato per rappresentarle. Un luogo concepito, fin dai tempi della cavea digradante, per incorporare prima che racchiudere, in qualsiasi modo soverchiare, la più dilagante e inesauribile di queste voci. Quella che risuona grazie al vento ed il principio stesso della natura.
Samuel H. Scripps Theater Center è un nome semplice, che costituisce per lo più una dedica, da un mecenate newyorchese delle arti nei confronti di un altro. Con riferimento in questo caso a Christopher Davis, il quale pure non avendo finanziato le arti drammaturgiche per l’entità e le lunghe decadi del suo insigne predecessore, qui ha scelto di permettere a qualcuno di raggiungere il più alto potenziale della propria devozione. Donando, non vendendo, parte dei terreni precedentemente incorporati nel suo country club, il Garrison, a coloro che più di ogni altri avrebbero potuto trarne beneficio. È alquanto insolita, a tal proposito, la vicenda della qui locata HVS, compagnia nomadica che aveva fatto di una tenda il proprio luogo principale d’esibizione. Non troppo lontano da qui, esattamente nella tenuta di Boscobel House & Gardens dove, dal 1987, avevano impiegato l’unica copertura stagionale d’impronta vagamente circense, per proteggersi dagli elementi non poi così clementi della Costa Est statunitense. E sono molti gli aneddoti a tal proposito d’infiltrazioni d’acqua, dissoluzione del terreno sabbioso in seguito alle piogge e partecipazioni accidentali d’animali… Capaci di condurre il novero della vicenda fino all’inaugurazione del tutto trasformativa del nuovo edificio, sopraggiunta lo scorso 17 maggio con esecuzioni a stretto giro del Re Lear, Come vi Piace e per buona misura, i Miserabili di di Boublil e Schönberg…
Progetto ecologicamente rilevante per la sua qualifica LEED Platinum in termini d’impatto ambientale, grazie ai sistemi di recupero dell’acqua piovana e le iniziative connesse di recupero dei terreni del Garrison, il teatro Scripps può anche essere visto in termini più prettamente artistici, in qualità di opera della maturità professionale della sua creatrice, l’architetta Jeanne Gang. Tra le cui esperienze formative ama citare i viaggi in macchina con il padre ingegnere, durante cui si divertivano a osservare i ponti, parte concettuale di un paesaggio in alcun modo interrotto, ma piuttosto connotato e produttivamente modificato dalla partecipazione della mano umana. Da cui la scelta di studi e carriera, che l’avrebbero portata a laurearsi con master in architettura presso la prestigiosa università di Harvard nel 1993 e da lì creare un suo linguaggio procedurale, fondato sull’integrazione tra elementi artificiali e linee guida dell’ambiente cui faceva di volta in volta riferimento. Fino alla fondazione dl suo studio nel 1997, all’età di soli 33 anni, che l’avrebbe portata nel 2010 alla costruzione della Chicago Aqua Tower, grattacielo relativamente sostenibile ed orientato alla comunità dell’altezza di 82 piani, uno degli edifici più alti costruiti da una donna nella storia dell’architettura. Laddove all’estremità contrapposta possiamo collocare una creazione come lo Scripps, in ogni ambito perfettamente calibrato e da certi punti di vista persino minimalista, nella scelta pratica dei materiali e le precise soluzioni materiche impiegate nei suoi recessi. A partire dalla forma, che riprende al tempo stesso quella di una vongola simile a quelle situate sulla foce di quel fiume, verso il centro della megalopoli di Lady Liberty, e l’ala aerodinamica di un pennuto migratore, catturata nel momento della propria massima estensione situazionale. Così sostenuta, con tranquilla leggiadria, dai pilastri a forma di A lignea lungo la “facciata” dell’insolito edificio. Composta in modo alquanto avveniristico da un assemblaggio (o grid shell) di glulam, legno lamellare dalle tonalità intenzionalmente naturalistiche, conformi all’aspetto di un vasto veliero immerso tra l’erba, piuttosto che le onde dell’oceano distante. Notevole l’effetto, inoltre, della platea posta a sollevarsi in contrapposizione al palcoscenico, che andando incontro al tetto degradante crea un senso di raccoglimento e intimità simile a quello di una millenaria caverna. Quasi come se facendo un ulteriore passo oltre il confine il pubblico dello spettacolo potesse formalmente essere rapito dalla propria quotidianità, accedendo all’universo parallelo dello stesso regno prospettato nella prototipica Notte di Mezza di Estate. Con alcune concessioni alla praticità, questa volta, rispetto alle rustiche soluzioni impiegate tradizionalmente dalla compagnia teatrale dell’Hudson Valley.
Niente pioggia ruscellante dunque, pantani mobili ed almeno una parziale protezione dal gelo invernale di queste latitudini. Benché sia certamente probabile la nidificazione degli uccelli all’indirizzo di così attraenti e solide travi. Ed ancor più opportuno programmare gli spettacoli con orari attentamente selezionati. Affinché il riverbero del sole che tramonta non formi una barriera per gli sguardi, annichilendo l’auspicata visibilità di quel fondale indistinto.
Che invero si richiama nella pratica al celebrato motto, un tempo scritto sopra la bandiera che sovrastava il drammaturgico prototipo di Londra: “Totus mundus agit histrionem” – Tutto il mondo recita. E sia dunque il Globo stesso, in questi strani giorni, a diventare parte imprescindibile della rassegna dei personaggi. Là dove nessuno, tra i links abbandonati e buche ricoperte con le sempiterne zolle, potrebbe mai negare di averne sentito l’incessante discorso.


