Assedio mancato ed esplosione sui confini di un Impero: quando caddero i bastioni di Bomarsund

In una delle narrazioni più famosamente collegate al ciclo dei miti arturiani, Avalon era l’isola eccezionalmente fertile perennemente nascosta dalla nebbia, per volere della sorella del Re di Camelot, la strega Morgan le Fay. La sua alta torre, visibile talvolta dalle coste della terraferma, sarebbe stata dunque un giorno allontanata dal mondo materiale per volere di quest’ultima, elevandosi come un miraggio tra la foschia del regno cui era sempre appartenuta. Il che rende, oggettivamente, assai difficile comprendere se tale terra fosse in verità Glanstonbury o una delle isole Fortunate sul confine dell’Atlantico, associate dal filosofo greco Esiodo al concetto dei Campi Elisi. O persino la Sicilia, come ipotizzato da alcuni. Gli alti castelli o simili strutture, dopo tutto, non scomparivano davvero da un giorno all’altro. Almeno fino all’invenzione dei più potenti esplosivi dell’Ottocento, come la nitroglicerina liquida di Ascanio Sobrero o il fulmicotone creato dal chimico tedesco Christian Friedrich, imbevendo di una miscela orribilmente instabile il bianco cotone. Qualsiasi cosa l’uomo o il popolo fatato abbia deciso di costruire vive l’effettiva necessità di rispondere alle leggi fisiche che regolano il rapporto tra ogni causa ed effetto del nostro prevedibile pianeta. E ad una deflagrazione sufficientemente potente, corrisponde sempre l’assoluto e imprescindibile principio dell’annientamento senza alcuna possibilità di scampo.
Questa l’idea di partenza, assai probabilmente, della spedizione messa in campo agli inizi dell’estate del 1854, da forze britanniche del Regno Unito e della Francia, onde rispondere alle voci preoccupanti sulla prossima realizzazione di un vecchio sogno. Quello nato successivamente alla conquista delle isole di Aland, situate tra la Svezia e la Finlandia, da parte dello Zar Alessandro I al tempo della guerra del 1812, e quindi alacremente coltivato dal suo fratello e successore Nicola I, per la costruzione di una roccaforte che costituisse il più utile e imprendibile avamposto del paese nei mari d’Occidente: una struttura da costruire in base ai crismi inaugurati nel XVII secolo dal maresciallo di Luigi XIV, Sébastien Le Prestre de Vauban, ma che avrebbe fatto a meno dell’ormai canonica forma stellare, al fine di sfruttare al meglio le particolari caratteristiche del paesaggio circostante. Edificata in corrispondenza dello stretto (sund) di Bomar dante il nome all’attuale municipio dove si trovava il rilevante cantiere, la sua collocazione era pensata al fine di dividere i due possibili passaggi navigabili a disposizione, bersagliandoli se necessario tramite l’impiego di una serie di feritoie disposte a ventaglio. Sfruttando inoltre un’atipica diposizione basata su torri indipendenti, piuttosto che un singolo alto bastione centrale, la fortezza avrebbe potuto difendere ogni possibile tratto di costa raggiungibile da una squadriglia di battelli militari. Questa era l’idea, fondata sulle osservazioni dei conflitti conosciuti fino a quel fatidico momento, in bilico tra due diversi stadi dell’evoluzione tecnologica condotta innanzi, come tanto spesso capita, dal bisogno percepito di risolvere i conflitti tramite l’impiego di strumenti sempre più avanzati. Tempo che le ostilità ebbero di nuovo modo di concretizzarsi, con lo scoppio l’anno prima di quella che sarebbe passata alla storia come guerra di Crimea, il rinomato ammiraglio britannico Charles Napier assieme al collega francese e futuro senatore Alexandre Deschenes poterono disporre in quel frangente di un qualcosa che giammai Alessandro I avrebbe potuto immaginare: caldaie a vapore, capaci di spingere i natanti negli stretti canali che circondavano l’isola di Aland. Così da poter aggirare l’arco di tiro della maggior parte dei pezzi d’artiglieria russi, andando a raggiungere direttamente il nucleo di quel problema…

Il problema della fortezza di Bomarsund era in effetti totalmente endemico, essendo collegato alle difficoltà inerenti nel costruire un edificio tanto vasto in un luogo così remoto. Costruzione in corso da ormai più di vent’anni al momento della fatidica battaglia, essa aveva visto la nascita e crescita immediatamente fuori dalle mura della vera e propria città-guarnigione di Nya Skarpans, popolata dagli oltre 3.000 tra soldati, operai e attendenti provenienti da ogni angolo dell’impero russo, in un letterale luogo d’incontro tra religioni e culture eccezionalmente distanti. Tanto che gli studi archeologici hanno rivenuto, ai margini degli edifici non più esistenti, un cimitero con spazi separati per greco-ortodossi, musulmani, cristiani ed ebrei. Tutti coinvolti nello sforzo mirante all’edificazione di quelle che avrebbero dovuto essere, ormai da lungo tempo, le 14 possenti torri dell’imprendibile fortificazione titolare. Ma l’opera procedeva indiscutibilmente a rilento, tanto che al profilarsi all’orizzonte delle circa 40 navi delle forze alleate nel 1854, almeno 24 anni dopo la deposizione della prima pietra, il complesso era stato completato soltanto a metà, con molte mura incomplete e soltanto due postazioni sopraelevate, la torre di Brännklint e quella di Notvik. Dopo un primo e inconcludente scambio di bordate che occupò l’intera giornata del 21 giugno, famoso per aver permesso il conferimento della prima medaglia Victoria Cross nei confronti dell’eroico ufficiale di marina, Charles Davis Lucas che gettò fuori la murata della propria nave un ordigno esplosivo ormai prossimo alla detonazione, la situazione subì una prima battuta d’arresto. Acquisendo il dato tattico relativo alla sopra menzionata possibilità di accedere ai canali periferici, 25 navi a vapore inglesi circondarono al fortezza, nell’attesa dell’arrivo dei rinforzi con le truppe di terra provenienti dalla Francia. Fu soltanto l’8 agosto infine, che oltre 7.000 soldati di quest’ultima nazione sbarcarono sulla parte nord dell’isola, mentre ulteriori 2.000 accompagnati da 200 marine britannici fecero lo stesso a meridione. Entro quattro giorni le potenti batterie da 32 libbre trasportate dall’Europa erano state posizionate su una collina leggermente sopraelevata, da cui iniziarono a bersagliare la torre Brännklint. Allorché le truppe russe, incapaci di rispondere adeguatamente, decisero di abbandonarla per raggiungere la parte centrale del forte, tentando preventivamente di minarla. Operazione che inizialmente sembrò fallire, vista la conquista da parte dei francesi, finché un colpo particolarmente fortunato non raggiunse il magazzino delle munizioni, facendola letteralmente saltare in aria. Il bombardamento della parte restante delle fortificazioni iniziò quindi il 15 agosto, utilizzando principalmente le bocche da fuoco dei vascelli a vapore inglesi. Che senza eccessive difficoltà, demolirono effettivamente anche la torre Notvik, per poi procedere a tentare lo sfondamento delle mura rimaste. La breccia venne infine conseguita il giorno successivo, costringendo i difensori alla resa.

Dopo un così lungo sforzo collettivo per costruirla, la fortezza era caduta in poco meno di una settimana. Molte delle sue strutture già giacevano in rovina eppure, l’opera non era ancora finita. Già il progetto iniziale di Napier e Deschenes, mirante alla riduzione della potenza russa nel Mar Baltico mediante la demilitarizzazione delle isole di Aland, richiedeva infatti il suo disarmo pressoché totale, tramite l’impiego della tecnica di spiking dei cannoni, consistente nell’incastro sistematico di chiodi o altri implementi martellati all’interno dei fori per la miccia. Quando alle guarnigioni incaricate giunse infine la notizia che la Svezia, originariamente prospettata come alleato nel conflitto di Crimea, rifiutava di ricevere in dono l’arcipelago preferendo piuttosto mantenere la propria prospettiva neutrale, il dado fu essenzialmente tratto: l’opera di distruzione avrebbe dovuto essere totale, impendendo qualsiasi progetto di ripristino immediato o futuro del possente complesso di Bomarsund. 700.000 dei suoi pesanti mattoni, per la maggior gloria di Dio, furono effettivamente trasportati ad Helsinki, andando a costituire la materia prima utilizzata nella costruzione della cattedrale di Uspenski.
Non è testualmente noto, in effetti, quale tipologia di esplosivi siano stati utilizzati per tale obiettivo. Forse, chissà, persino una versione imperfetta della dinamite di Alfred Nobel, destinata a palesarsi soltanto qualche anno dopo nel 1867.
Benché sia possibile esplorarne ancora oggi le conseguenze: tra i pochi muri rimasti dall’interessante disposizione poligonale dei mattoni, le desolate rovine ospitanti gli ormai inservibili, ma nonostante tutto ben conservati cannoni. In quella che rappresenta, persino nel suo stato estremamente frammentario, la singola attrazione turistica più rinomata dell’intero arcipelago di Aland. Un monito fuori dal tempo su quanto sia facile, nonché eccezionalmente rapido, annientare le possenti opere costruite dagli umani. E fino a che punto rappresenti un’astrazione, l’idea che le opere dei nostri padri siano destinate a sopravvivergli, così come le nostre o quelle a venire. Finché il senso di un diritto idealizzato come manifesto continuerà a dirigere le scelte dei potenti. Ed assieme ad esse, il sudore e sangue di coloro che materialmente compiono le grandi imprese della storia.

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