L’alga, la falena e la piccola foresta semovente che rinasce da milioni anni, grazie al bradipo che scende per defecare

Volendo riordinare una completa antologia dei mammiferi terrestri in base al colore dominante delle creature che si trovano tra quelle pagine, apparirà palese un singolo segmento dello spettro totalmente privo di rappresentanza: il quarto in base all’ordine canonico della luce visibile, che comunemente prende il nome di “verde”. Persino le scimmie più vivaci, come il mandrillo e lo uacari, possono aspirare al rosso, al viola e al blu ma non possiedono il segreto per sembrare simili alla tipica tonalità del sottobosco che chiamano casa. Il che, a pensarci, è una questione sorprendente: non è forse vero che confondere se stessi in mezzo alla vegetazione, come ausilio alla difesa o per la caccia nel quotidiano, costituisce uno dei più formidabili strumenti offerti dall’evoluzione? Non per niente, praticato con trasporto da una pletora di pesci, rettili ed uccelli di questo pianeta. Ed è giusto a tal proposito scegliere di sottolineare come, sebbene sembri esistere la più canonica delle eccezioni, del lento ma mimetico arrampicatore sudamericano, essa costituisca più che altro l’indiretta risultanza di una serie di processi interconnessi tra loro. Menzionati per la prima volta già verso la metà del XIX secolo, ma effettivamente compresi soltanto una decina d’anni a questa parte, grazie all’opera maestra del naturalista del Wisconsin, Jonathan N. Pauli. Per il tramite di un’intuizione dall’origine televisiva, riferita ad un segmento dei moltissimi documentari di e con il britannico David Attenborough, intento in quei momenti a descrivere il nutrito bioma d’insetti che notoriamente vivono all’interno del fitto groviglio coprente il dorso del sottordine dei folivori, con particolare riferimento al bradipo tridattilo (gen. Bradypus). Ogni lampadina che si accende dunque, per il tramite del metodo scientifico richiede senza falla l’utilizzo di precisi dati da supporto. Quelli raccolti, per l’appunto, da precise osservazioni e l’inventario di creature che Pauli ed il suo team stavano compilando già nella prima metà degli anni 2010. Tali da riuscire a riscontare una presenza preponderante nel manto di oltre il 73% degli esemplari analizzati dell’alga pluricellulare Trichophilus welckeri, principale responsabile della tonalità verderame di quel tappeto. Ed in ciascun esempio rilevante, senza falla, una colonia ragionevolmente nutrita di falene adulte appartenenti ai generi di Bradypodicola e/o Cryptoses, per quella che negli anni era stata considerata una mera coincidenza situazionale. Lepidotteri il cui ciclo vitale, come condizione imprescindibile, prevede una fase larvale da trascorrere all’interno del supremo nascondiglio e fonte di alimentazione, lo sterco lasciato da una creatura molto più grande di loro. Che potesse esserci un collegamento tra bradipo e falena, in quei momenti, era una questione lungamente nota agli scienziati. Laddove li aveva elusi, almeno fino a quel fatidico momento, l’effettiva possibilità che potesse esistere una terza componente vegetale, all’interno di questa insolita e complessa equazione…

Tutto ha origine dall’attenta riconsiderazione di quello che lo stesso Attenborough, in tempi non sospetti, definiva uno dei principali “misteri irrisolti” in merito allo stile di vita del bradipo tridattilo. Relativa, come potreste già sapere, al modo in cui esso è solito scegliere di liberarsi l’intestino una volta la settimana, impresa che richiede la discesa lenta e laboriosa del suo albero fornitore di cibo assai poco nutriente, in un’impresa per lui equivalente in termini di dispendio energetico a quella che potrebbe essere una maratona per noi esseri umani. E molto, molto più pericolosa. Laddove il suo consimile più piccolo, il didattilo di Linneo alias Choloepus d, appare infatti incline a defecare dalla cima dei suoi rami, il cugino maggiore è solito esporsi per ricevere soddisfazione agli affilati artigli dei predatori, ivi inclusi giaguari, puma, caimani e cani ritornati allo stato brado. Al punto che oltre la metà dei decessi riportati nei sondaggi di Pauli erano già da tempo relativi ad un evento di predazione verificatosi durante una mera pausa per andare al bagno, compiuto da parte di uno di questi lentissimi, ed a loro modo intrepidi animali. Dal che gli parve giusto giungere a una significativa conclusione sul ciclo vitale delle sopracitate falene, per cui tale viaggio risultava strategicamente risolutivo, visto il modo i cui bruchi maturati nello sterco erano soliti involarsi per tornare in mezzo al pelo che ospitava i loro stessi genitori. Non era forse possibile che il bradipo rischiasse il tutto per tutto, proprio perché riusciva a trarne in qualche modo un importante beneficio?
Eccoci tornare, immantinente, alla questione dell’alga Trichophilus, una forma di vita vegetativa che esiste, in tutto il pianeta, unicamente in mezzo al pelo dei bradipi, la cui particolare struttura scanalata permette ad essa di attecchire e raggiungere un livello di prosperità adeguata. Così come la significativa quantità di falene morte, che la in mezzo tendono letteralmente a disgregarsi, restituendo le copiose quantità di prezioso azoto inorganico e nitrogeno, alcuni dei migliori concimi esistenti. Il che chiudeva essenzialmente il ciclo al centro dell’idea portante: il bradipo discende a defecare perché la falena deve poter mettere le uova all’interno. Le volatrici nasciture salgono a infestarlo per poter stare al sicuro ed accoppiarsi vicendevolmente in quel bioma autonomo e deambulatorio. Che a sua volta è stato programmato, dall’istinto, a fare il necessario per favorire la crescita del proprio piccolo giardino, presupposto necessario a rimanere verde, così da sparire in mezzo ai rami delle sue alte chiome. Con un ulteriore valore aggiunto, non meno importante: grazie all’analisi non invasiva del contenuto dello stomaco dei suoi protetti, Pauli avrebbe infatti scoperto qualcosa di sorprendente: una certa quantità delle stesse alghe contenute nel proprio pelo. Da cui l’effettiva conclusione che ogni qual volta il bradipo passa i propri artigli nell’ispido labirinto, tragga da esso una certa quantità di erbe che procede dunque a fagocitare. Traendone un vantaggio misurabile, soprattutto considerata la quantità di lipidi che esse contengono, contrariamente alle foglie degli alberi costituenti la parte maggiore della propria dieta.

Processo straordinariamente complicato e senza dubbio, controintuitivo. Se il bradipo si mimetizza al fine di sfuggire alla vista dei predatori, perché accetta di correre un rischio molto maggiore soltanto al fine di andare al bagno? Ci sono diverse teorie in materia e persino dopo lo studio di Pauli, Mendoza, Steffan et al. “A syndrome of mutualism reinforces the lifestyle of a sloth” (2014) sussistono molte incertezze in materia. Una questione nota, tal proposito, è come i bradipi tenuti in cattività, regolarmente sottoposti a pulizia e per questo privi del bioma d’insetti brulicanti che dovrebbe caratterizzarli nei loro luoghi d’origine, siano in media soggetti ad un più alto numero di patologie ed abbiano in generale un salute piuttosto cagionevole. Raramente, dal punto di vista ecologico, la presenza di un epibionte serve ad un unico scopo lasciando anche possibile, almeno in linea di principio, che un simile commensalismo favorisca lo sviluppo di un sistema immunitario maggiormente efficace.
Ma ciò costituisce, allo stato dei fatti attuali, poco più che una semplice teoria. Molti dovranno essere ancora i dati numerici raccolti sull’argomento. E ancor di più le generazioni d’insetti trascorse, capaci di perpetrarsi grazie alla pratica di una così funzionale quanto bizzarra metodologia di sopravvivenza. La prova pratica, ed a suo modo magnifica, di quanto complessi possano essere i processi d’interconnessione tra esseri viventi, persino quando sono tanto diversi nelle dimensioni e sotto ogni altro aspetto rilevante. Forse il più importante e inconfutabile, tra tutti i capolavori che costituiscono le logiche fondanti della Natura.

Lascia un commento